Migrante picchiato al confine tra Croazia e Bosnia. Credits: Danish Refugee Council
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Migranti, le violenze della polizia croata e le responsabilità dell'Italia

Sulla rotta balcanica delle migrazioni, le inchieste sulle violenze della polizia croata non si contano più. Abusi occultati dall'Europa che godono anche della complicità, involontaria, delle forze dell'ordine italiane

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

17 giugno 2020

“Quando ci hanno preso non ci hanno dato la possibilità di dire niente, hanno semplicemente iniziato a colpirci. Mentre ero a terra, mi hanno colpito alla testa con la parte posteriore della pistola e ho iniziato a perdere sangue. Ho cercato di proteggermi, ma hanno iniziato a darmi calci e a colpirmi le braccia con dei bastoni di metallo. Per tutta la notte ho perso e ripreso conoscenza”.

Tamir, che adesso per muoversi è costretto a utilizzare una sedia a rotelle, è uno dei tanti migranti picchiati e torturati dalla polizia tra la Croazia e la Bosnia in quella che l'organizzazione internazionale in difesa dei diritti umani Amnesty international ha definito "un'escalation orribile di violazioni dei diritti umani".

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Abusi occultati dalla Commissione europea che godono anche della complicità, seppur involontaria, delle forze dell'ordine italiane impegnate a rispedire indietro chi arriva al confine italo-sloveno, dando inizio a "una catena illegale di restituzioni che spinge i migranti al di fuori dell'Unione Europea", denuncia Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Associazione per gli studi giuridici sull'immigazione (Asgi), a lavialibera. "Una pratica che porta le persone dalla Slovenia alla Croazia, dove subiscono documentate violenze da parte della polizia, e poi dalla Croazia alla Bosnia, dove vengono lasciati in condizioni di abbandono morale e materiale".

Viaggio nell'Europa dei muri che teme le migrazioni

Le violenze della polizia croata

I racconti raccolti da Amnesty International sono inequivocabili. Grazie alla testimonianza di sei persone, l'organizzazione è riuscita a ricostruire quello che è accaduto a 16 richiedenti asilo di origini pachistane e afgane nella notte tra il 26 e il 27 maggio vicino ai laghi di Plitvice: una riserva forestale nella Croazia centrale, a circa sedici chilometri dal confine bosniaco. Il gruppetto stava cercando di attraversare il paese per raggiungere l'Europa centrale, quando è stato aggredito da uomini in uniforme nera e passamontagna: mise identica a quella indossata dalla polizia speciale croata. La squadra ha iniziato a sparare in aria e poi ha fermato i migranti, immobilizzandoli. A questo punto sono iniziate le torture: pugni, calci, percosse con manganelli e pistole. "Li supplicavamo di smettere e di avere pietà. Eravamo già legati, impossibilitati a muoverci e umiliati, non c’era motivo di continuare a picchiarci e torturarci”, ha raccontato Amir, pakistano, che ha riportato una frattura al braccio, il naso rotto, ferite alla nuca e contusioni.

Li supplicavamo di smettere e di avere pietà. Eravamo già legati, impossibilitati a muoverci e umiliati, non c’era motivo di continuare a picchiarci e torturarci Amir - migrante

Suppliche che, però, non sono servite: il pestaggio è continuato e come ultima umiliazione i croati hanno versato ketchup, maionese e zucchero sulle teste insaguinate e sui vestiti dei migranti. Il tutto scattando fotografie, ridendo e cantando "Tanti auguri". Infine, il gruppo è stato consegnato ai poliziotti di frontiera che ha condotto gli uomini vicino al confine bosniaco in due furgoni e, stando a quanto riportato da un'altra testimonianza, ha ordinato agli uomini di camminare nonostante gli abusi appena subiti fossero evidenti: “Eravamo completamente ricoperti di sangue e molto scossi. A stento riuscivamo a stare in piedi, figurarsi camminare per ore verso la Bosnia, ma ci hanno detto di metterci in marcia. Ci hanno detto di portare i ragazzi che non riuscivano a camminare e semplicemente andare”. Qualche settimana fa, invece, l'organizzazione umanitaria Danish Refugee Council ha denunciato che sulle teste di alcune persone in fuga era stata disegnata con la vernice spray una croce, a detta dei poliziotti, "anti-Covid".

Umar, 24 anni, mostra i segni delle violenze subite dalla polizia croata. Credits: Rosita Rijtano
Umar, 24 anni, mostra i segni delle violenze subite dalla polizia croata. Credits: Rosita Rijtano
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Ma questi sono solo gli ultimi episodi: inchieste e denunce sulle violenze commesse ai danni dei migranti da parte delle forze dell'ordine croate, ormai, non si contano più. Secondo molte testimonianze, negli ultimi tre anni le aggressioni nei confronti di uomini, donne e adolescenti che cercano di entrare nel Paese sarebbero stati regolari. Persone che, prima di essere respinte in Bosnia, si vedono distruggere tutto il poco che hanno, compresi gli smartphone. A volte, vengono private di abiti e scarpe e costrette a camminare per ore nella neve, o in fiumi ghiacciati. Un medico del campo profughi di Velika Kladusa ha stimato al 60 per cento la quota dei migranti bisognosi di cure che ha raccontato di essere stata picchiata dalla polizia croata durante il tentativo di attraversare la frontiera: “Molte lesioni riguardano la frattura di ossa lunghe e articolazioni, che impiegano un tempo maggiore per guarire, lasciando il paziente immobilizzato per lunghi periodi. Sembra essere una strategia deliberata per rendere le persone più restie a cercare di attraversare la frontiera di nuovo o in tempi brevi”, ha detto il dottore ad Amnesty. Una vittima diretta degli abusi l'abbiamo incontrata a Trieste, realizzando il reportage per il terzo numero de lavialibera, in uscitaSi chiama Umar, ha 24 anni, e ha la gamba segnata da cicatrici lasciate da una spranga di ferro incandescente usata dai poliziotti come divertessment. Nello smartphone conserva le foto scattate subito dopo le torture, in cui si vedono peli bruciati, carne e sangue.

Sembra essere una strategia deliberata per rendere le persone più restie a cercare di attraversare la frontiera di nuovo o in tempi brevi medico

Il silenzio dell'Europa

Un fallimento per il governo croato, che si è dimostrato incapace di gestire ai confini la propria polizia ripetutamente accusata di derubare e picchiare i migranti, e insabbiato dalla Commissione dell'Unione europea. Nei giorni scorsi il giornale britannico The Guardian è venuto in possesso di alcuni scambi di email che dimostrano come i funzionari dell'Ue siano restii a far emergere a pieno la mancanza di impegno su questo tema da parte della Croazia, la quale continua a beneficiare di un contributo europeo di quasi sette milioni di euro per la sicurezza frontaliera. "L’Unione europea non può più restare in silenzio e ignorare deliberatamente la violenza e gli abusi da parte della polizia croata alle sue frontiere esterne. Questo silenzio sta permettendo ai responsabili di queste violazioni di proseguire senza conseguenze, addirittura è un incentivo. La Commissione europea deve svolgere indagini sulle recenti notizie di terribili violenze della polizia contro i migranti e i richiedenti asilo", accusa Massimo Moratti, vice direttore dell’ufficio per l’Europa di Amnesty International.

L'Europa è la vera collaboratrice dei trafficanti

Le colpe dell'Italia

L’accordo non solo ha una legittimità dubbia nell’ordinamento italiano, bensì è anche inapplicabile a chi, alla frontiera, manifesta volontà di richiedere protezione internazionaleGianfranco Schiavone - vicepresidente Asgi

In questo contesto risulta preoccupante quanto accade in Friuli-Venezia Giulia, al confine tra Italia e Slovenia: al momento uno dei confini più caldi dell'Unione. Basti pensare che la sola polizia di frontiera di Trieste a maggio scorso ha rintracciato 523 migranti, contro i 42 del 2017. Aumento registrato anche dall'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera Frontex, secondo cui nel mese scorso gli ingressi illegali in Europa attraverso la rotta balcanica sono stati oltre 900 e nei primi cinque mesi del 2020 gli arrivi sono aumentati del 50 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nei mesi scorsi il Viminale ha deciso di destinare parte dei militari dell'operazione Strade sicure al pattugliamento di frontiera. A metà maggio del 2020 il ministero dell’Interno ha annunciato di volere incrementare le cosiddette riammissioni: una pratica che consente alla polizia di frontiera italiana di restituire a quella slovena parte dei migranti intercettati al confine.

Le riammissioni vengono effettuate in virtù di un accordo bilaterale firmato a Roma il 3 settembre 1996 tra il governo della Repubblica italiana e quello della Slovenia per disciplinare la riammissione di cittadini dei due Stati e dei cittadini di Stati terzi transitati dal confine in modo irregolare. Ma "l’accordo non solo ha una legittimità dubbia nell’ordinamento italiano, bensì è anche inapplicabile ai richiedenti asilo ovvero a coloro che, alla frontiera, manifestano la volontà di chiedere protezione internazionale – spiega Schiavone –. Inoltre ciascuna riammissione dovrebbe essere accompagnata da un provvedimento motivato e notificato all’interessato, nonché impugnabile di fronte all’autorità giudiziaria, come avviene per un arresto. Altrimenti saremmo fuori dallo Stato di diritto". Secondo alcune testimonianze raccolte dall’Asgi, invece, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto si sarebbero ritrovate prima in Slovenia, poi in Croazia e infine in Serbia o in Bosnia, anche se avevano intenzione di chiedere asilo nel nostro Paese.

Le domande inevase

La lavialibera ha chiesto alle forze dell'ordine di spiegare come vengono effettuate le riammissioni, ma non abbiamo ancora ricevuto risposte

Non si hanno stime ufficiali, ma per Schiavone stiamo parlando di circa 200 persone dal 20 maggio al 10 giugno. Il cittadino straniero destinatario della riammissione è stato informato dagli agenti che si intendeva adottare questa misura? Sono state usate informazioni scritte nelle principali lingue? Le comunicazioni sono state fatte attraverso un interprete? Ogni riammissione è stata accompagnata dal relativo provvedimento notificato allo straniero? In caso negativo che tipo di documentazione è stata fornita? I cittadini stranieri sono stati informati della possibilità di chiedere protezione internazionale? Le riammissioni sono state eseguite anche nel caso in cui il cittadino straniero ha manifestato la volontà di chiedere asilo? Tutte domande che lavialibera ha girato alle forze dell’ordine. Ma dopo aver ricevuto la telefonata informale da parte del responsabile della polizia di frontiera di Trieste Giuseppe Colasanto, il quale ci ha assicurato che tutto avviene nel rispetto dei diritti e che presto ci sarebbe arrivata una risposta formale a cui poter fare riferimento, al momento non abbiamo ancora ricevuto nulla.

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