Leoluca Orlando
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Sanatoria, Orlando: "Migranti come merce di scambio"

Dalla minaccia di dimissioni del ministro dell'Agricoltura Bellanova allo scontro tra Iv, Pd e M5S, il governo balla sulla proposta di regolarizzazione di lavoratori agricoli, badanti e colf. Per il sindaco di Palermo è "una squallida trattativa"

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

12 maggio 2020

Mentre la maggioranza cerca disperatamente la quadra su un permesso di soggiorno per lavoro che metta d’accordo tutti, da giorni associazioni e società civile denunciano il ricatto di un provvedimento che identifica il migrante come “un soggetto usa e getta utile solo come forza lavoro”. “Non siamo solo braccia”, recita la campagna “Siamo qui. Sanatoria subito” che chiede di non escludere nessuno e a cui hanno aderito oltre 500 realtà associative e cinquemila persone. Molti di loro manifesteranno giovedì davanti alle Prefetture di tutta Italia. “Registriamo una grossa involuzione del dibattito pubblico – commenta Stefano Bleggi, coordinatore del Progetto Melting pot Europa –. Manca completamente un ragionamento sui diritti fondamentali, in primis quello alla salute”.

Chiediamo cosa pensa del dibattito a Leoluca Orlando sindaco di Palermo al suo quinto mandato non consecutivo (il primo nel 1985) – che da anni ha fatto del tema migrazioni una delle proprie battaglie politiche. In primis con la stesura nel 2015 della Carta di Palermo, un documento che si prefiggeva di passare “dalla migrazione come sofferenza alla mobilità come diritto inalienabile”. Una Carta adottata negli anni da decine di comuni italiani ed europei e che ha aperto la strada alla scelta di molti sindaci, da Napoli a Bologna, di disapplicare il cosiddetto primo decreto sicurezza dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini. “Perché, ci sono migranti?”, risponde subito ironicamente. “A Palermo non ci sono migranti, non è un problema che ci riguarda”, sostiene deciso.

Sindaco Orlando, molti auspicavano che questo virus fosse un’occasione per affrontare il tema immigrazione in maniera diversa.

A Palermo c’è un detto che dice che “Cchiù scuru di mezzanotti un po’ fari”. Ecco, io temo che possa fare più buio di mezzanotte. Abbiamo l’opportunità di uscire dal tunnel meglio di come ci siamo entrati, ma al momento assistiamo ancora a mediazioni politiche di bassa lega in cui uomini e donne vengono usati come merce di scambio. Questa emergenza ci ha resi tutti visibili e ci ha fatto scoprire che i migranti sono esseri umani. Partendo dal diritto alla salute abbiamo ritrovato la centralità della dignità umana: è un’occasione che non possiamo perdere.

Quali sono i suoi dubbi su questa regolarizzazione?

Io non sono per una regolarizzazione dei migranti che lavorano, ma per una sanatoria di tutti coloro che sono in Italia. Un provvedimento che ricollega il permesso di soggiorno al lavoro è aberrante, perché in questo modo se non lavori non hai diritti. E così facendo, i migranti diventano un brutale fattore di produzione alla stregua del capitale.

Che strumenti ha per intervenire come sindaco?

Purtroppo, l’unica cosa che posso fare è continuare a iscrivere i migranti all’anagrafe, nonostante i cosiddetti decreti sicurezza. Perché chi vive a Palermo è palermitano, punto. E la cosa più importante è che così do un contributo straordinario alla sicurezza perché rendo visibili gli invisibili. Tempo fa un cittadino che non conosco mi ha pubblicamente ringraziato perché con la residenza può pagare le tasse. Io aggiungo che così facendo potrebbe anche essere raggiunto da un avviso di garanzia. Visibilità significa più sicurezza per tutti e lo stanno capendo anche intolleranti e razzisti per cui questa situazione si è rivelata un boomerang.

Crede che questa situazione possa portare a una condivisione politica più ampia delle sue scelte?

Ricordo durante il governo Salvini una riunione Anci (Associazione nazionale Comuni italiani, ndr) in cui si è cercato di processarmi. Ma alla fine un sindaco che ha a che fare con i problemi reali non può che arrivare alle mie stesse conclusioni proprio in nome della sicurezza del proprio territorio. Come Pawel Adamowicz (il sindaco di Danzica, in Polonia, ucciso nel gennaio 2019, ndr), un liberale molto scettico riguardo certe mie posizioni, ma che alla fine su questo punto si è ritrovato del tutto d’accordo con me.

Lei ama definire Palermo una città multiculturale. Perché?

Palermo è l’unica città in Italia a poter vantare la Consulta delle culture, uno strumento fondamentale di partecipazione politica di cittadini immigrati e apolidi. Non appena è scattata l’emergenza sono stati loro a realizzare un video in 24 lingue chiedendo ai propri connazionali di restare a casa. E se in questi mesi siamo riusciti a non interrompere i servizi di igiene e protezione civile comunale è perché fin da subito la comunità cinese ci ha messo a disposizione le proprie mascherine. La partecipazione degli stranieri alla vita della città a Palermo è straordinaria. Basti pensare ai commercianti bengalesi che l’anno scorso hanno denunciato gli estorsori che chiedevano loro il pizzo. Ditemi voi: a questo punto chi sono i veri palermitani?

La sua resta una posizione di minoranza. È ottimista sul futuro?

Non so se sono ottimista, ma so che ho il dovere di comportarmi come se lo fossi. So bene che il cambiamento non si fa in un momento, per questo dico: muoviamoci.

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