Foto di Michael Gross da Flickr
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Caso Gregoretti, sì del Senato al processo a Salvini. Ecco cosa succede ora

Con 152 voti passa la richiesta del Tribunale dei ministri di Catania di processare l'ex ministro dell'Interno per sequestro di persona aggravato. A fine mese, invece, è atteso il verdetto della giunta delle immunità per il caso Open Arms

di Francesca Dalrì e Rosita Rijtano redazione lavialibera

Aggiornato il giorno 12 febbraio 2020

Matteo Salvini può essere mandato a processo. Il Senato ha respinto l'ordine del giorno di Forza Italia e Fratelli d'Italia contrari all'autorizzazione a procedere per sequestro di persona nei confronti dell'ex ministro dell'Interno sul caso della nave Gregoretti, tenuta al largo di Augusta per 4 giorni con a bordo 131 migranti. 

Hanno votato contro l'ordine del giorno di Fi e Fdi 152 senatori. 76 i senatori che hanno provato a salvare Salvini. I leghisti (60), su disposizione del loro leader, sono usciti dall'aula senza votare.

"Ritengo di aver difeso la mia patria, non era un mio diritto, ma un mio dovere", ha detto il leader della Lega nel suo intervento al Senato, attaccando il Movimento cinque stelle, ex alleato di Governo: "O c'erano ed erano d'accordo, o c'erano e non hanno capito. Il che sarebbe anche più grave". 

Cosa succede ora 

La legge costituzionale n. 1 del 16 gennaio 1989 non specifica come procedere a questo punto, ma afferma solo che "l'assemblea (in questo caso il Senato, ndr), ove conceda l'autorizzazione, rimette gli atti al collegio di cui all'articolo 7 (quello del tribunale dei ministri di Catania, ndr) perché continui il procedimento secondo le norme vigenti" e che "per i reati commessi dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Ministri nell'esercizio delle loro funzioni la competenza appartiene in primo grado al tribunale del capoluogo del distretto di corte di appello competente per territorio. Non possono partecipare al procedimento i magistrati che hanno fatto parte del collegio di cui all'articolo 7 nel tempo in cui questo ha svolto indagini sui fatti oggetto dello stesso procedimento". Se ne deduce che il fascicolo non tornerà più nelle mani del tribunale dei ministri di Catania che aveva richiesto l'autorizzazione a procedere, bensì in quelle del magistrato Carmelo Zuccaro a Catania, dove tutto è cominciato. Un caso anomalo, visto che a suo tempo il procuratore ne aveva chiesto l'archiviazione ritenendo che non vi fosse stato alcun sequestro. Non è ancora chiaro se il pronunciamento del tribunale dei ministri (autorizzato a procedere dal Senato) equivalga a un'imputazione coatta, ovvero all'obbligo per Zuccaro di richiedere il rinvio a giudizio dell'imputato Salvini. In ogni caso, alla fine sarà il giudice per le indagini preliminari di Catania a decidere se rinviarlo a giudizio o proscioglierlo dall'accusa. 

Nel frattempo la procura di Milano ha chiuso le indagini e si prepara alla richiesta di processo nei confronti di Salvini, accusato di diffamazione da Carola Rackete, che lo scorso luglio, dopo il caso Sea Watch 3, ha sporto querela. A fine mese, invece, la giunta delle immunità del Senato dovrà esprimersi sul caso Open Arms: una situazione diversa dalle precedenti perché non riguarda una nave della marina militare, ma l’imbarcazione di un'organizzazione non governativa.

Il caso Gregoretti in breve 

Nella notte fra il 25 e il 26 luglio 2019 il motopeschereccio Accursio Giarratano intercetta e soccorre un gommone con 50 migranti. Quasi contemporaneamente un pattugliatore della guardia di finanza ne recupera altri 91. Il centro di coordinamento invia la Gregoretti, nave della marina militare italiana. L’intervento avviene alle 21,55 del 26 luglio: sei migranti bisognosi di urgenti cure vengono trasferiti a Lampedusa, gli altri salgono a bordo della Gregoretti, sulla quale si ritrovano così 135 persone tra uomini, donne e bambini. Il 27 luglio nel porto di Catania avviene il rifornimento di viveri e materiale sanitario e vengono fatti sbarcare una donna incinta assieme al marito e ai due figli. A quel punto la Gregoretti punta verso il porto di Augusta (Siracusa). Qui il 29 luglio vengono fatti sbarcare 15 minori non accompagnati su disposizione del Tribunale dei minori di Catania. È poi il turno di un migrante affetto da sospetta tubercolosi. A bordo rimangono 115 migranti. Dopo giorni di estenuanti trattative, il 31 luglio Irlanda, Francia, Germania, Portogallo, Lussemburgo e la Conferenza episcopale italiana danno la propria disponibilità ad accogliere i migranti. Ottenuto l’obiettivo, alle 15,48 viene autorizzato lo sbarco.

Il fascicolo giudiziario viene aperto presso il tribunale di Catania dove il procuratore Carmelo Zuccaro ne chiede l'archiviazione. Trattandosi di un presunto reato commesso da un pubblico ufficiale nell'esercizio delle proprie funzioni, la competenza è, però, del tribunale dei ministri di Catania. Questo il 18 dicembre 2019, in contrasto con la linea di Zuccaro, richiede al Senato (Matteo Salvini è un senatore) l’autorizzazione a procedere in giudizio nei confronti del leader leghista, all’epoca ministro degli Interni, con l’accusa di sequestro di persona aggravato dal ruolo di pubblico ufficiale e dalla presenza di minori a bordo. Il reato è disciplinato dall’articolo 605 del codice penale e prevede, in caso di condanna, una pena da tre a 15 anni di carcere.

La polemica sul voto in giunta

La palla passa al Senato. Come previsto dal regolamento, il primo esame degli atti giudiziari spetta alla giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, composta da 23 senatori e presieduta da Maurizio Gasparri (Forza Italia). Pd e M5s avevano chiesto di spostare il voto in giunta dopo le elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria del 26 gennaio scorso per paura che questo venisse strumentalizzato. Alla fine il centrodestra riesce a fissare il voto il 20 gennaio. Decisiva la posizione della presidente del Senato Elisabetta Casellati che si schiera e vota. La procedura non è vietata dal regolamento, ma per per le forze di maggioranza è inusuale per una carica super partes, ragione per cui disertano il voto. Così il 20 gennaio a votare ci sono solo Fratelli d’Italia, Forza Italia e la Lega. Qui va in scena il paradosso. Mentre Forza Italia e Fratelli d’Italia votano contro l’autorizzazione al processo, i cinque senatori del Carroccio si esprimono a favore, seguendo quanto detto da Salvini il giorno prima: “Votate per mandarmi a processo e la chiariamo una volta per tutte. Portatemi in tribunale e sarà un processo contro l’intero popolo italiano”. Il risultato è un pareggio che, secondo il regolamento di Palazzo Madama, equivale a una vittoria del no.  

I malumori interni alla Lega e il voto in Senato 

Oggi, 12 febbraio, il Senato è chiamato a votare. Palazzo Madama “può, a maggioranza assoluta dei suoi componenti, negare l’autorizzazione a procedere ove reputi, con valutazione insindacabile, che l’inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo” (legge costituzionale 16 gennaio 1989, n. 1). È richiesta la maggioranza assoluta dei componenti, ovvero la metà più uno dei componenti del Senato (319 senatori in totale compresi i due a vita). Il voto è nominale, quindi palese. 

Al momento nella Lega è il caos. Salvini ribadisce: “Processatemi così la chiariamo una volta per tutte”. Ma all’interno del suo partito le perplessità sono molte. Giulia Bongiorno, ministro per la Pubblica amministrazione nel governo Conte I e avvocato, spera in un passo indietro. In un’intervista ha dichiarato: “Il mio timore non è l’esito del processo ma i tempi”. Se la Lega rimane sulla linea del sì al processo il compito toccherà di nuovo a Forza Italia e Fratelli d’Italia. Una mossa che difficilmente potrà salvare Salvini: la maggioranza M5s-Pd dispone dei voti necessari per farlo processare. Mentre il Pd sostiene che Salvini doveva essere processato tanto nel caso Diciotti quanto in quello Gregoretti, il M5S si difende sostenendo che in quest’ultimo caso l’allora ministro Salvini agì da solo, non con il resto del governo. È lo stesso premier Giuseppe Conte a rifiutare qualsiasi coinvolgimento nella decisione di trattenere i migranti a bordo. 

Il precedente: il caso Diciotti

Un caso molto simile riguarda la nave militare Diciotti che il 15 agosto 2018 aveva tratto in salvo 190 migranti in zona Sar (Search and rescue) maltese. Fino al 20 agosto la nave rimase bloccata al largo di Lampedusa, senza autorizzazione allo sbarco. Solo 13 persone vennero fatte scendere e ricoverate d’urgenza il 17 agosto. Il 20 agosto l’allora ministro dei Trasporti Danilo Toninelli (M5s), indicò Catania come porto di approdo. Subito il Viminale annunciò di  non aver autorizzato alcuno sbarco. Dal 20 al 25 agosto la nave rimase altri cinque giorni bloccata nel porto di Catania. Il 23 agosto sbarcarono 29 minorenni non accompagnati. Come per il caso Gregoretti, anche questa volta i restanti 148 migranti furono fatti sbarcare solo dopo il raggiungimento di un accordo internazionale sulla loro redistribuzione.

La procura di Agrigento decise di indagare Salvini, ma trattandosi di un reato commesso da un ministro nell’esercizio delle proprie funzioni, il fascicolo passò al Tribunale dei ministri di Catania che il 23 gennaio 2019 chiese al Senato l’autorizzazione a procedere in giudizio. All’epoca, però, Lega e M5s governavano insieme. Inizialmente Salvini disse di non aver paura e di volersi far processare, ma alla fine cambiò idea, i Cinque stelle lo seguirono e la Giunta negò l’autorizzazione a procedere poi confermata anche dal Senato il 20 marzo con una maggioranza schiacciante.

Il caso Open Arms 

Un’altra autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini è stata richiesta il primo febbraio dal tribunale dei ministri di Palermo per il caso Open Arms, per il quale l’ex ministro è accusato di “plurimo sequestro di persona", "aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale con abuso dei poteri inerenti le sue funzioni e anche in danno di minori", con l'aggiunta di “rifiuto d’atti d’ufficio”. L’episodio è diverso dai precedenti perché non riguarda una nave della marina militare, ma l’imbarcazione di una organizzazione non governativa spagnola che per 19 giorni si è vista rifiutare la concessione di un porto sicuro in cui approdare. I fatti risalgono ad agosto 2019, quando la “mission 65” dell’ong salvò 163 persone nella zona Sar libica e poi fece richiesta di sbarco a Malta, che rispose negativamente, e all’Italia. Il 1 agosto l’ex ministro dell'Interno rifiutò con decreto l’ingresso della nave “nel mare territoriale nazionale” e continuò a negare lo sbarco anche dopo la decisione del Tar del Lazio, a cui Open Arms aveva presentato ricorso, di sospendere il divieto e concedere l’ingresso in acque territoriali vista la situazione di “eccezionale gravità e urgenza”

Una condizione critica documentata anche da Emergency dopo aver visitato i migranti sulla nave. Il momento di massima tensione si raggiunse quando alcune persone si gettarono in mare con i salvagenti nel tentativo di raggiungere la costa di Lampedusa. La situazione si sbloccò solo grazie al sequestro della nave — con la conseguente evacuazione immediata dei profughi a bordo — disposta dalla procura di Agrigento per “ragioni di sicurezza che non consentono di attendere un provvedimento di sequestro emesso dal Giudice”, date le condizioni psicologiche assai critiche dei naufraghi

Secondo il tribunale dei ministri l’allora titolare del Viminale ha agito in autonomia, “sin da quando da quando, apprendendo dell’intervento di soccorso posto in essere in zona Sar libica dalla Open Arms, coerentemente con la politica inaugurata all’inizio del 2019, adottava nei confronti della nave, d’intesa con i Ministri della Difesa e delle Infrastrutture e dei Trasporti, il decreto interdittivo dell’ingresso o del transito in acque territoriali italiane, qualificando l’evento come episodio di immigrazione clandestina, a dispetto del riferimento alla situazione di stress del natante su cui i soggetti recuperati stavano viaggiando”. La giunta delle immunità del Senato deve esprimersi sul caso entro il 3 marzo. L’ufficio di presidenza ha concordato questo calendario: dopo la prima riunione giovedì 6 febbraio, entro il 17 la giunta potrebbe sentire in audizione Matteo Salvini, il 18 alle 13 ci sarà la proposta del relatore, mentre il 19 e il 20 si terrà la discussione. Il voto finale è previsto il 27 febbraio.

 

 

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