Le proteste del movimento Extinction Rebellion
Le proteste del movimento Extinction Rebellion

Extinction rebellion, i radicali del clima

Il movimento Extinction Rebellion, nato a Londra nel 2018, si propone di sfruttare la disobbedienza civile per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla crisi climatica.

di Redazione

28 gennaio 2020

La mattina del 31 ottobre del 2018 oltre mille persone si sono ritrovate in Parliament Square, una delle principali piazze di Londra, per ascoltare la dichiarazione di ribellione dei fondatori di Extinction rebellion: organizzazione che punta a sfruttare la disobbedienza civile per accendere i riflettori sulla crisi climatica.

“Stiamo affrontando la nostra ora più buia – si legge –. Chiediamo di essere ascoltati e di fornire soluzioni informate a questa crisi ecologica. Ci rifiutiamo di lasciare in eredità alle future generazioni un pianeta morente”. È stata la prima chiamata alle armi di un movimento diventato oggi di portata globale: un’azione di protesta che si è conclusa con l’arresto di quindici attivisti finiti in manette per aver bloccato la strada di fronte al palazzo di Westminster, dove hanno sede le due camere del Regno Unito.

Le fondamenta di Extinction rebellion

Le basi teoriche di Extinction rebellion sono state poste nel maggio 2018 quando circa 100 scienziati hanno pubblicato una lettera aperta che invitava tutti all’azione, puntando i riflettori sulla sesta estinzione di massa, un' espressione usata da tre biologi dell’università di Stanford per descrivere il progressivo ridursi della popolazione animale sul pianeta. I ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati, dimostrando che in poco più di un secolo (dal 1900 al 2015) il numero di animali in circolazione si è ridotto della metà. In particolare, i risultati hanno evidenziato che più del 30 percento di vertebrati è in declino sia in termini numerici sia di distribuzione geografica. Non solo: dei 177 mammiferi presi in considerazione, tutti hanno perso almeno il 40 percento delle loro aree di residenza, mentre oltre il 40 percento ne ha abbandonato più dell’80.

“Gli esseri umani non possono più continuare a violare impunemente le fondamentali leggi della natura o della scienza. Se continuiamo su questa strada, il futuro per le nostre specie è tetro”, si legge nella lettera aperta pubblicata a maggio in cui gli scienziati dichiaravano anche il loro supporto alla nascita di Extinction rebellion prevista per il successivo ottobre.

I fondatori del movimento sono due attivisti del gruppo Rising Up!, organizzazione che chiedeva il radicale cambiamento del sistema economico e politico: Roger Hallam, 53 anni, ex agricoltore e Gail Bradbrook, scienziata con alle spalle un dottorato in biofisica molecolare e progetti di ricerca in Francia e in India. Il loro obiettivo è di riuscire a mobilitare il 3,5 percento della popolazione: una cifra che non è casuale ma tratta da “Why civil resistance works, the strategic logic of nonviolent conflict”, libro pubblicato nel 2011. Erica Chenoweth e Maria Stephan, autrici del saggio, sostengono che tra il 1900 e il 2006 le proteste non violente hanno avuto il doppio delle probabilità di avere successo rispetto a quelle cruente. Per riuscirci, numeri alla mano, non è stato necessario che a scendere in piazza fosse tutta la popolazione, ma il 3,5 percento.

Filosofia e tattiche del movimento

Il movimento di Extinction rebellion si differenzia da Fridays for future per l’adozione di un approccio più radicale, seppur pacifico. Alla base c’è un sentimento di urgenza, ovvero la convinzione che siano necessarie misure immediate per garantire un futuro alla Terra. Un’esigenza raccontata a lavialibera da Farhana Yamin (link intervista), da trent’anni consulente delle Nazioni unite. Avvocato ambientalista internazionale, Yamin ha deciso di diventare una ribelle del clima lo scorso aprile, quando per la prima volta nella vita ha infranto la legge incollando le proprie mani al pavimento di fronte al quartier generale londinese della Shell, la multinazionale petrolifera olandese. “Il tempo per le mezze misure è scaduto – ha detto per spiegare le ragioni della propria scelta –. Abbiamo bisogno di gesti, persone e cambiamenti radicali, solo così possiamo ancora salvare il pianeta”.

Ogni forma di odio o di violenza è bandita: “Proviamo rispetto per chiunque anche per coloro che non la pensano come noi”, scrivono gli attivisti proposito del modus operandi. La tattica impiegata è quella della disobbedienza civile, teorizzata nel 1849 da Henry David Thoreau in un saggio in cui il filosofo sosteneva che è ammissibile non rispettare le leggi se vanno contro i diritti e la coscienza degli esseri umani. Un documento che ha ispirato la lotta non violenta di Gandhi per la libertà e l’indipendenza dell’India, e più di recente l’Occupy Movement, il movimento di protesta internazionale contro le disuguaglianze economiche e sociali. Adesso è il momento dei ribelli del clima. “Lettere, email, e marce non funzionano. Serve che 400 persone finiscano in prigione”, ha dichiarato Hallam in un’intervista. Detto, fatto. Sono stati oltre tremila gli attivisti di Extinction rebellion che in due ondate di protesta, tra aprile e maggio 2019, si sono fatti arrestare per aver paralizzato le strade e i trasporti di Londra così come di molte altre città. Almeno 300 hanno partecipato a uno sciopero della fame indetto nel novembre del 2019 in 26 Paesi.

Lo stesso approccio radicale è stato adottato anche dall’attrice Jane Fonda, fondatrice di Fire Drill Fridays: iniziativa di protesta contro il caos climatico che l’attrice, temporaneamente trasferitasi a Washington dalla California, organizza ogni venerdì davanti al Campidoglio degli Stati Uniti. La stessa Fonda, 82 anni, è ripetutamente scesa in piazza vestita di rosso ed è finita in manette ben cinque volte in tre mesi.

Le tre richieste di Extinction rebellion

Le principali rivendicazioni del movimento Extinction rebellion sono tre.

La prima parte dall’assunto che leader politici e istituzioni non stiano raccontando la verità sulla crisi climatica. Di qui la richiesta di una completa trasparenza, nonché di una presa di posizione da parte dei governi che “devono raccontare la verità dichiarando l’emergenza climatica ed ecologica, nonché lavorare con le altre istituzioni per comunicare l’urgenza di un cambiamento”.

La seconda richiede un’azione immediata “per contrastare il collasso della biodiversità” e portare allo zero netto le emissioni di gas serra entro il 2025: 25 anni prima rispetto ai tempi fissati dagli accordi di Parigi.

Infine, “i governi devono creare un’assemblea di cittadini sulla giustizia climatica ed ecologica”, da cui farsi guidare nelle proprie azioni. In pratica, le scelte dovrebbero essere valutate da un’assemblea di cittadine e cittadini in base al principio della democrazia deliberativa.

Leggi anche: Cambiamento climatico: cos’è e perché occuparsene

Gli obiettivi raggiunti

La pressione esercitata dalle proteste di Extinction rebellion ha indotto il Parlamento del Regno Unito a proclamare l’emergenza climatica. La Gran Bretagna è diventato così il primo Stato al mondo ad adottare la mozione, accelerando la propria svolta verde.

Tra gli obiettivi concreti da raggiungere ci sono:

  • il raggiungimento di emissioni zero prima del 2050;
  • l’incremento di fonti rinnovabili;
  • progetti di economia verde e il taglio dei rifiuti.

Lo scorso 28 novembre anche il Parlamento Ue ha approvato una risoluzione in cui la crisi climatica viene dichiarata emergenza a livello globale ed europeo.

Mentre negli Stati Uniti la deputata statunitense democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha presentato un piano chiamato Green new deal che prevede interventi pubblici strutturali distribuiti nel corso di un decennio per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra e aumentare l’efficienza energetica.

Le critiche al movimento

Una delle principali accuse rivolte a Extinction rebellion è di essere un movimento classista e poco attento alle diversità. Inoltre, non sempre le azioni di protesta radicali hanno guadagnato il consenso dell’opinione pubblica. Per esempio, le manifestazioni che hanno paralizzato i trasporti delle metropoli sono state considerate irriguardose nei confronti dei lavoratori. Ha fatto molto discutere anche il ripetuto tentativo di bloccare con i droni Heathrow, il principale aeroporto di Londra. Infine, non sono mancate le critiche ai fondatori del movimento e in particolare a Roger Hallam, finito nella bufera per aver sminuito la gravità dell’olocausto, affermando che si è trattato di uno dei tanti genocidi della storia. Affermazioni per cui l’attivista si è successivamente scusato.

Extinction rebellion in Italia

I ribelli del clima sono attivi anche in Italia, dove lo scorso ottobre sono state organizzate numerose iniziative di protesta tra cui uno sciopero della fame davanti Montecitorio. Sono nati gruppi sia in grandi città, come Milano e Torino, sia in piccoli centri come Mestre: piccole comunità che organizzano giornate di formazione per capire meglio la crisi climatica e per conoscere genealogia, struttura e strategia del movimento.

Marco Bertaglia, primo attivista di Extinction rebellion in Italia ed ex coordinatore del movimento, ha raccontato alla rivista Internazionale di “essere entrato in una fase di decrescita, il che significa che ho ridotto le spese prendendo una casa più piccola per la mia famiglia, vendendo il camper e coltivando la mia terra”. E ha invitato anche gli altri a farlo per il bene del pianeta. “Bisogna cambiare tutto, stravolgere il modo di muoverci e mangiare”, ha concluso.

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