Cambiamento climatico
Cambiamento climatico

Cambiamento climatico: cos'è e perché occuparsene

Il 2019 è stato l'anno dei Fridays for future, gli scioperi globali che hanno fatto scendere in piazza migliaia di ragazzi e ragazze al grido di "Non esiste un pianeta B". L'obiettivo è ottenere misure concrete per contrastare il cambiamento climatico, le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: lo smottamento del ghiacciaio Planpincieux in Valle d'Aosta, i devastanti incendi che hanno messo in ginocchio la California, l'Amazzonia e l'Australia.

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

31 gennaio 2020

Di cambiamento climatico gli scienziati parlano già da decenni lanciando l’allarme. Le proposte per invertire la rotta non mancano, ma i governi faticano a intervenire. Per questo il primo passo per agire è sapere di cosa parliamo quando facciamo riferimento al cambiamento climatico.

Cos’è il cambiamento climatico?

I cambiamenti climatici sono variazioni di lungo periodo delle condizioni climatiche medie della Terra o di ampie zone del pianeta. Da sempre il clima della Terra subisce mutamenti, attraversando ere glaciali e periodi con temperature medie elevate. Il problema è che i cambiamenti climatici osservati a partire dall’inizio del Novecento non sono naturali, bensì causati da attività umane, in particolare dall’utilizzo dei combustibili fossili. Un’interferenza nei delicati equilibri della Natura che sta determinando siccità, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, aumento delle precipitazioni, perdita della biodiversità.

Alcuni errori comuni quando si parla di cambiamento climatico:

1. C’è differenza tra cambiamento climatico e riscaldamento globale

L’espressione riscaldamento globale indica l’aumento della temperatura media causato dall’uomo. C’è una probabilità di oltre il 95 percento che l’attuale aumento delle temperature sia stato causato dalle attività umane a partire dalla rivoluzione industriale. 

La paleoclimatologia (la scienza che studia l’andamento del clima nelle epoche passate attraverso dati glaciologici, geologici e biologici) ci permette di affermare che nell’ultimo milione di anni non c’è mai stata così tanta anidride carbonica sulla Terra e che l’aumento delle temperature dell’ultimo secolo è insolito rispetto agli ultimi duemila anni. 

Esistono, tuttavia, anche processi naturali in grado di alterare il clima: fenomeni interni quali El Niño (il riscaldamento delle acque dell’oceano Pacifico centro-meridionale e orientale nei mesi di dicembre e gennaio in media ogni cinque anni) o variazioni esterne dovute, per esempio, all’attività solare. Il termine cambiamento climatico tiene conto anche delle alterazioni dovute a questi fenomeni naturali.

2. Meteo e clima non sono sinonimi

C’è una differenza fondamentale tra tempo meteorologico e clima. Il primo è quello che osserviamo fuori dalla finestra la mattina o quello che ascoltiamo al meteo per sapere se questa settimana farà caldo o freddo. Il clima, invece, è la temperatura media di una zona estesa in un periodo di tempo lungo almeno un decennio

Per questo non è sufficiente un inverno molto freddo per smentire il cambiamento climatico, come non lo è un’ondata di caldo anomala. Allo stesso modo, non è vero che tutto il pianeta si sta scaldando in maniera uniforme: la Terra è un sistema caotico. Certo è, però, che l’intero pianeta continua a scaldarsi. Il 2019 è stato il secondo anno più caldo mai registrato sulla Terra e in Europa la temperatura media è stata di 3,2 gradi in più rispetto al periodo usato dagli scienziati come riferimento (1981-2010).

3. Nemmeno inquinamento e cambiamento climatico lo sono

L’inquinamento è causato dall’immissione in atmosfera di sostanze inquinanti. Tra queste ci sono le cosiddette polveri sottili come le Pm10 o Pm2,5 (dove la sigla sta per materia particolata e il numero indica il diametro delle particelle in micron), i due particolati più noti e dannosi per la salute umana. 

Il cambiamento climatico, invece, è causato dall’emissione di gas serra, in particolare dalla CO2, ovvero l’anidride carbonica, che però – è bene ricordarlo – non è un inquinante. Ciò non significa che cambiamento climatico e inquinamento siano problemi separati, solo che non possiamo legarli in maniera diretta. Perché allora ci danniamo l’anima per l’anidride carbonica? La risposta è l’effetto serra.

I combustibili fossili e l’effetto serra

Il riscaldamento globale è causato dall’utilizzo di combustibili fossili: il carbone, il petrolio e i gas naturali. Quando li bruciamo produciamo CO2. Esistono dei pozzi di assorbimento naturali della CO2 come il suolo, le foreste e gli oceani, ma questi sono del tutto insufficienti a bilanciare gli impatti delle attività umane. Nel 2017 i pozzi naturali hanno assorbito solo un terzo dell’anidride carbonica prodotta. Il resto si è accumulato nell’atmosfera. 

Oltre all’anidride carbonica esistono altri gas serra, come il metano o il protossido di azoto. L’anidride carbonica è il più problematico perché rimane a lungo nell’atmosfera.

L’accumulo di gas serra nell’atmosfera causa un aumento dell’effetto serra. Un effetto di per sé benefico che rende il nostro pianeta abitabile: fa sì che una parte dell’energia che la Terra cede all’universo rimanga intrappolata nell’atmosfera riscaldandola. Un delicato equilibrio che le attività umane hanno alterato aumentando questo effetto esponenzialmente. 

A partire dal periodo preindustriale si stima che le sole attività umane abbiano aumentato la temperatura media globale di circa 1 grado Celsius. Può sembrare poco, ma è non lo è affatto. Basti pensare che durante l’ultima glaciazione la temperatura media globale era di appena 4 o 5 gradi inferiore a quella di oggi. E mentre un’era dura migliaia di anni, l’aumento delle temperature a cui stiamo assistendo riguarda un periodo di neanche due secoli. 

L’aumento della temperatura globale dal 1880 al 2019

 

Gli accordi internazionali e la soglia di 1,5 gradi per contrastare il cambiamento climatico

Nel dicembre del 2015 a Parigi 195 Paesi hanno firmato un accordo per impegnarsi a mantenere l’aumento delle temperature medie entro la fine del secolo al di sotto di 1,5 gradi e con un limite massimo di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali. 

Per rimanere entro questa soglia, lInternational panel on climate change (Ipcc, il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico fondato nel 1988 dalle Nazioni unite allo scopo di fornire ai decisori politici basi scientifiche sul cambiamento climatico) ha indicato come obiettivo la neutralità carbonica, ovvero le emissioni zero, entro il 2050. Dopodiché sarà necessario cominciare ad assorbire la CO2 già presente in atmosfera attraverso pozzi artificiali.

L’accordo di Parigi è il primo accordo internazionale sul clima giuridicamente vincolante. Esso prevede che ogni Stato definisca i propri Nationally determined contributions (Ndc), i contributi nazionali per il contenimento delle emissioni. Le radici di questo accordo risalgono al 1992 con l’approvazione a Rio de Janeiro della prima Convenzione quadro sul cambiamento climatico delle Nazioni unite (Unfccc). Da questa convenzione sono derivate le Conferenze delle parti (Cop) annuali. La prossima sarà la Cop26 di Glasgow, in Inghilterra, dal 9 al 20 novembre 2020. 

Il 2020 è considerato l’anno cruciale nella lotta al cambiamento climatico perché gli Stati ratificatori dell’accordo di Parigi dovranno ridefinire al rialzo i propri Ndc. Per rimanere entro la soglia di 1,5 gradi dovranno quintuplicarli con un taglio del 55 percento delle emissioni rispetto al 2018 ed entro il 2030, secondo l’ultimo Emission gap report dell’Onu. Uno sforzo ciclopico se si pensa che le emissioni di CO2 a livello globale sono cresciute del 2 percento nel solo 2018.

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