I figli e la madre di Maria Chindamo, durante il sit-it in suo ricordo.
I figli e la madre di Maria Chindamo, durante il sit-it in suo ricordo.

Maria Chindamo, la scomparsa di un'imprenditrice calabrese

Dopo cinque anni la fine dell'imprenditrice calabrese è ancora ignota e la famiglia chiede sia fatta luce sul caso: nessun colpevole, tanti moventi e nessun corpo

Francesco Donnici

Francesco DonniciGiornalista Corriere della Calabria

7 maggio 2021

«Mi ha fatto male percorrere, in questo stesso giorno, la strada che ha fatto Maria quella mattina». Il giorno è il 6 maggio. La strada è la provinciale 31, una “interpoderale” che si perde tra le campagne del territorio di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Maria è Maria Chindamo, commercialista, imprenditrice di Laureana di Borrello e madre scomparsa, cinque anni fa, all’età di 44 anni. 
Il 6 maggio del 2021, Vincenzo, il fratello, racconta le sue sensazioni mentre si prepara ad accogliere quanti arriveranno per presenziare come “scorta affettiva” della famiglia al sit-in organizzato da diverse realtà e associazioni attive in regione. Lo scorso anno le restrizioni indotte dalla pandemia non hanno permesso che l’appuntamento si svolgesse. Non si tratta di una semplice ricorrenza: ci si ritrova per chiedere all’unisono “verità e giustizia”. Per tenere viva la speranza.

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Dal giorno della scomparsa in poi, la storia di Maria Chindamo rimane avvolta nel mistero: nessun volto per il colpevole, tanti moventi che si accavallano e contraddicono l’un l’altro, nessun corpo.
“Lupara bianca” in un contesto dove taluni «pensavano di potersi comportare come i padroni di queste terre dacché controllare le terre significa controllare le vite, quindi i corpi», dice Sabrina Garofalo del comitato “Controlliamo noi le terre di Maria”. L’iniziativa ha avuto origine dopo il raid e i furti di mezzi agricoli avvenuti nel settembre 2020 nella tenuta dei Chindamo, oltre quel cancello dove Maria è stata vista per l’ultima volta. La presenza e il significato di quella terra, nella zona conosciuta anche per essere il “feudo” della potente “famiglia” Mancuso, continua a dar fastidio.
Maria Chindamo avrebbe pagato il prezzo della propria libertà in quella che la figlia Federica aveva definito "terra del 'pari bruttu'". Espressione gergale che indica l'adeguarsi nei comportamenti a ciò che la comunità considera accettato e accettabile, ovvero terra in cui non fare nulla che risulti sgradito agli occhi altrui.
La somma di questi elementi diventa un unico grande interrogativo che rimanda alla mattina del 6 maggio 2016.

Le scelte di una donna libera

Maria Chindamo scompare un venerdì. Esce di casa intorno alle 7 del mattino per andare a lavorare nella campagna di Limbadi. Il fratello Vincenzo scopre che qualcosa non va: davanti al cancello della tenuta agricola, ancora chiuso, ritrova l’auto col motore acceso e alcune tracce di sangue e capelli.
Qualche ora dopo, intorno alle 9, i figli Vincenzino, Federica e Letizia sentono bussare alla porta di casa. I carabinieri danno la notizia che decide l’inizio di una lunga «quarantena affettiva».
Un anno esatto prima, il 6 maggio 2015, il marito di Maria, Ferdinando Punturiero, si era tolto la vita. Maria aveva voluto la separazione, una scelta libera che in quel contesto poteva apparire come un’onta o un disonore. Secondo la famiglia dell’uomo, poteva essere stata la causa scatenante l’estremo gesto. La concomitanza tra la scomparsa di Maria e il presunto movente inducono in prima battuta a ipotizzare che si tratti di un “delitto d’onore”. L’ennesimo caso di “lupara rosa”, secondo l’associazione “Penelope” circa 60mila vittime, 10mila solo in Calabria, dal 1974 ad oggi. Tra queste anche la storia di Barbara Corvi in Umbria, recentemente giunta a una svolta. 

Secondo l’associazione “Penelope”, dal 1974 ad oggi, sono stati circa 60mila i casi “lupara rosa”, di cui 10mila nella sola Calabria

"Mia madre – dice Federica – ha fatto sempre scelte libere, non preoccupandosi di quello che avrebbe potuto pensare la gente».
Della vicenda si è occupato anche il “Centro Women’s Studies Milly Villa” dell’Università della Calabria, che studia le tematiche della parità di genere e traduce le ricerche in pratiche politiche "volte alla liberazione delle donne e al supporto di chi subisce il potere maschile di tipo ‘ndranghetista”. "Maria Chindamo – scrivono – ha con perseveranza portato avanti scelte e progetti in un contesto, territoriale e culturale, impregnato da mentalità patriarcale e costruito su concetti come l’onore".
Il contesto è il territorio a cavallo tra le province di Vibo Valentia e Reggio Calabria, palcoscenico di una delle più potenti cosche di ‘ndrangheta della regione. L’oppressiva presenza delle “famiglie” sul territorio ha negli anni distorto il modo di intendere il lavoro, la proprietà, il ruolo della donna nella società. "La storia di Maria – scrive ancora il Centro dell’Unical – mostra che è possibile una lettura intersezionale che intreccia tutti questi temi".

Controllare le terre per controllare le persone

Nel corso degli anni sono emersi nuovi elementi, che si traducono in altri possibili moventi. Dietro alla scomparsa di Maria Chindamo potrebbe esserci anche la sua scelta di non piegarsi al potere delle cosche, rifiutandosi di cedere le proprie terre. Non sarebbe un caso isolato. Sempre a Limbadi, il 9 aprile 2018, un’autobomba uccise il geologo 42enne Matteo Vinci e lascia gravemente ferito il padre Francesco. Alla base ci sarebbe proprio una contesa territoriale, o meglio il rifiuto dei Vinci di cedere i propri terreni ai Mancuso. Decisione culminata in una lite nel 2017 tra lo stesso Francesco Vinci e la “matriarca” Rosaria Mancuso.
Starà ai tribunali accertare l’eventuale nesso di questi fatti con quell’autobomba, che secondo gli inquirenti della Dda di Catanzaro sottendeva la volontà dei mandanti di "inviare un messaggio a tutta la comunità" e incutere terrore. Secondo la ricercatrice Sabrina Garofalo, "in alcuni contesti più di altri, tipo quelli di ‘ndrangheta, soprattutto le donne soffrono prevaricazioni indotte dalle aspettative di ruolo: viene richiesto di avere una famiglia, diventare madri e pensare a un lavoro che possa conciliare tutto questo", aspetti più evidenti in Calabria, dove le storie di donne come Maria servono per creare la dovuta contronarrazione rispetto agli stereotipi (di contesto e di genere). «La Calabria può rinascere dalle esperienze legate alla terra, non intesa come “robba” da possedere, ma come risorsa per creare crescita sostenibile e basata sulla giustizia ambientale».

Amara Calabria

L’atrocità raccontata dai pentiti

Scegliere proprio il 6 maggio per colpire Maria Chindamo, il giorno del suicidio del marito, potrebbe essere sintomo di un depistaggio. A luglio del 2019, dopo alcune dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, rampollo dell’omonima “famiglia”, viene arrestato il proprietario della tenuta dirimpetto a quella dei Chindamo. Secondo gli investigatori, la mattina della scomparsa, le telecamere che danno sul luogo dov’è avvenuto il fatto sarebbero state appositamente manomesse per non lasciare traccia dell’accaduto. «Era un maniaco della videosorveglianza e appena c’era un problema chiamava subito un tecnico», dice di lui il collaboratore. A manometterle, materialmente, sarebbe stato un operaio di origine romena, anche lui indagato. A distanza di meno di un anno, il Riesame dispone la scarcerazione del sospettato, sottolineando come non vi siano «elementi certi che provino l’avvenuta manomissione» delle telecamere. Una linea confermata anche dalla Cassazione.


Cala nuovamente il silenzio sul “caso” Chindamo e su quel nome, fino alle dichiarazioni di Antonio Cossidente risalenti allo scorso gennaio. Il collaboratore di giustizia, appartenente al clan lucano dei Basilischi, divide la cella proprio con Emanuele Mancuso, dal quale avrebbe appreso sconcertanti particolari sul caso riportati nei verbali depositati dalla Dda di Catanzaro. «Mi disse (Emanuele Mancuso, ndr) che era scomparsa una donna a Limbadi: un’imprenditrice di Laureana di Borrello, la Chindamo. Mi disse che lui era amico di un grosso trafficante di cocaina, legato alla famiglia Mancuso da vincoli storici e mi disse che per la scomparsa della donna, avvenuta qualche anno fa, c’era di mezzo quest'uomo che voleva acquistare i terreni della donna in quanto erano confinanti con le terre di sua proprietà». Ricostruzione in parte coincidente con quella che Mancuso aveva raccontato agli inquirenti. «Lui – continua il pentito – aveva interesse ad acquisire i terreni di proprietà dei vicini». Sistema che, nel racconto, non avrebbe attecchito con Maria Chindamo, di conseguenza «sequestrata, uccisa e i resti, dati in pasto ai maiali». Dichiarazioni che per il tenore riportano alla mente la confessione di Carmine Venturino nel processo d’Appello per l’omicidio di Lea Garofalo. Storie e dinamiche molto simili, con la differenza che, ad oggi, nemmeno i resti delle spoglie mortali di Maria Chindamo sono stati trovati.

Rinascere nella speranza

«Chi sa, parli» scandisce la figlia Federica. Tiene sotto braccio sua nonna, Pina. «Sono passati cinque anni – dice la madre di Maria Chindamo – abbiamo bisogno di sapere la verità. La solidarietà delle persone è importante, ma non basta».
Nel frattempo, la provincia di Vibo Valentia, così come il resto della regione lascia trasparire segnali di una trasformazione possibile, che può apprezzarsi anche nei volti  presenti al sit-in per Maria Chindamo. Lo spartiacque “palese” viene indicato nell’inchiesta “Rinascita-Scott” di dicembre 2019. «Quella che sta avvenendo è una vera e propria rivoluzione culturale. Gli imprenditori denunciano e cresce il numero dei collaboratori di giustizia», rimarca il coordinatore provinciale di Libera Vibo Valentia, Giuseppe Borrello. Sempre a Limbadi, a pochi chilometri di distanza da quel cancello in “contrada Carini” di località Montalto, c’è un bene confiscato intitolato a Maria Chindamo e il Centro Unical ha proposto di dedicarle un premio di laurea.
La figlia Federica è iscritta alla facoltà di giurisprudenza e sogna un giorno di fare il magistrato nella sua terra, «perché in Calabria la speranza esiste ancora, nelle gesta delle persone perbene» e «i rappresentanti di una Calabria bella, onesta, lontana da alcuni schemi mafiosi, sentono il bisogno di dirlo, di distinguersi».


Vincenzo Chindamo, nonostante senta la condanna «all’ergastolo del dolore» accordata loro da un «tribunale clandestino», dice che preferisce la giustizia alla vendetta, ovvero chiede la verità tendendo la mano. «Non ci stancheremo mai di combattere e sperare. Quella speranza con la esse maiuscola, che non assomiglia al dubbio, ma alla certezza». La loro, dice il sottosegretario per il Sud e la coesione territoriale Dalila Nesci, «non è una battaglia personale, ma di civiltà». Per questo è necessario maturare una coscienza preventiva, smarcandosi dall’assunto in base al quale la ‘ndrangheta si sconfigge solo attraverso la repressione penale. «Prevenzione significa favorire l’emancipazione culturale, perché la ‘ndrangheta perde terreno man mano che si illuminano le menti e i cuori, soprattutto dei nostri giovani». 

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