Manifestazione per l'anniversario della morte di Barbara Corvi. Credits: Fabrizio Ricci
Manifestazione per l'anniversario della morte di Barbara Corvi. Credits: Fabrizio Ricci

Non scomparse, ma uccise da uomini di 'ndrangheta

È la storia di Barbara Corvi, sparita nel 2009: dicevano fosse scappata, invece è stato il marito ad assassinarla. La stessa sorte era toccata alla cognata, Angela Costantino

Fabrizio Ricci

Fabrizio RicciGiornalista, redattore di Collettiva.it e coordinatore provinciale Libera Umbria Roberto Morrione

1 aprile 2021

Barbara non è fuggita. Non ha fatto perdere le sue tracce. Non ha abbandonato i suoi due figli, né il resto della sua famiglia. Non ha mai spedito una cartolina da Firenze per dire “ho bisogno di stare un po' da sola”, come hanno voluto far credere. Barbara Corvi è stata ammazzata e poi fatta sparire. Un femminicidio, maturato in un contesto di 'ndrangheta. È questa la nuova verità che sta prendendo forma sulla scomparsa della donna, avvenuta a Montecampano di Amelia, in provincia di Terni, il 27 ottobre del 2009. Barbara aveva all'epoca 35 anni e ora, quasi 12 anni dopo, i carabinieri coordinati dal procuratore di Terni, Alberto Liguori, hanno arrestato il marito della donna, Roberto Lo Giudice, accusato, insieme al fratello Maurizio, di concorso in omicidio volontario premeditato, occultamento o soppressione di cadavere.

Le prime indagini sulla scomparsa di Barbara Corvi, concluse nel 2014, non avevano portato a nulla. Il caso era stato archiviato. Ma poi sono emersi nuovi elementi, anche grazie a tre collaboratori di giustizia e alle intercettazioni ambientali, come quella in cui una persona, riferendosi alla donna, afferma: “Penso sia stata sciolta nell’acido”.

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Probabilmente la stessa fine riservata 15 anni prima alla cognata di Barbara, Angela Costantino. Il copione è identico: la donna, appena 25 anni, ma già 4 figli, scompare. Suo marito è in carcere a Palmi, si chiama Pietro Lo Giudice, ed è il capo dell'omonimo clan di Reggio Calabria. Lui e il fratello Roberto sono figli del boss Giuseppe Lo Giudice, considerato uno dei principali protagonisti della guerra di mafia di Reggio Calabria negli anni ’80 e ’90, e ucciso nel corso di una faida il 14 giugno del 1990. Anche di Angela come di Barbara si dirà che è scappata, sempre a Firenze, per rifugiarsi in un convento. Invece è stata strangolata, da nipote e cognati, e il suo corpo distrutto, cancellato. 

“La storia di Barbara Corvi è l'emblema di come il potere 'ndranghetista si costruisca anche nelle relazioni umane e familiari"Sabrina Garofalo - sociologa

C'è un tratto forte che lega questi due femminicidi, oltre alla violenza brutale e ai numerosi tentativi di depistaggio, ed è quello del “disonore”. “La storia di Barbara Corvi è l'emblema di come il potere 'ndranghetista si costruisca anche nelle relazioni umane e familiari ed in contesti attraversati da dinamiche di radicamento e infiltrazione”, spiega Sabrina Garofalo, sociologa ed esperta delle dinamiche di genere interne all'organizzazione mafiosa, nonché consulente dell'Osservatorio regionale umbro sulle infiltrazioni della malavita organizzata. “In questa storia – continua Garofalo - ritroviamo allo stesso tempo tutti i caratteri tipici del femminicidio (la donna uccisa in quanto donna) e quelli della metodologia mafiosa: la sparizione del corpo, il suo annientamento, non è solo un gesto utile ad ostacolare le indagini, ma è anche un messaggio che ha che fare con il tema dell'onore e dei corpi”. 

È proprio intorno a questo elemento, secondo Garofalo, che ruota il delitto di Amelia: punire un tradimento (Barbara, come Angela Costantino, avrebbe intrattenuto una relazione extraconiugale, ndr) e impedire un processo di liberazione della donna e del suo corpo. “È necessaria un'analisi intersezionale della vicenda in cui tenere insieme le dimensioni attraversate dai possibili moventi, considerando il legame profondo tra potere, riconoscimento e corpi delle donne”, sostiene la sociologa.

A questo proposito Garofalo fa notare come nelle carte processuali sulla storia di Angela Costantino, compaia la contestazione dell'aggravante dei motivi “abbietti e futili” proprio perché il delitto muove da un presunto “reato di infedeltà” della vittima. Elemento che ritorna in diverse storie di donne. “L'onore dell'uomo di 'ndrangheta passa attraverso i comportamenti e il corpo della donna – afferma ancora Garofalo – quando questo onore viene scalfito dal tradimento, quando vengono lesionate le dinamiche di riconoscimento (esterno ed interno) dell’uomo, allora la donna deve sparire”.

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Alla luce di ciò secondo la sociologa diventa molto importante che per reati di questo tipo scatti la contestazione del metodo mafioso, perché far sparire o distruggere un corpo di una donna è un atto riconducibile allo stile della 'ndrangheta, ed è un’aggravante che deve essere riconosciuta anche in territori come quello umbro. Un riconoscimento che, oltre a rendere la complessità del fenomeno, restituisce ai territori la consapevolezza di poter attivare, come già sta accadendo in Umbria, percorsi di accompagnamento delle donne che scelgono di allontanarsi dai contesti mafiosi e non solo. “Solo così la storia di Barbara può entrare nella memoria collettiva della regione e diventare motore di cambiamento e di costruzione di alternative possibili”, conclude Garofalo. 

La riapertura delle indagini sul femminicidio di Barbara non era scontata. Accanto ai nuovi elementi giudiziari hanno pesato anche fattori “esterni”. Le sorelle di Barbara, Monica e Irene, non si sono mai rassegnate e insieme a loro pezzi della società civile umbra e amerina hanno tenuto la luce accesa così come ha fatto la trasmissione Chi l'ha visto, i cui servizi hanno sicuramente aiutato a ridestare l'attenzione sul caso. Intanto, il Comitato Barbara Corvi, il Forum delle donne di Amelia e Libera hanno continuato a riproporre con ostinazione quella richiesta di verità e giustizia, che oggi sembra più vicina. In particolare l'ufficio legale di Libera nazionale, con l'avvocata Enza Rando (vice presidente dell'associazione) e l'avvocato Giulio Vasaturo, ha affiancato la famiglia in tutti i passaggi chiave che hanno portato ai nuovi sviluppi giudiziari. 

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“Quello che stiamo vivendo in queste ore è un misto di emozioni difficile da spiegare – dice Monica, la più grande delle due sorella di Barbara –. Siamo confuse, ma certamente anche contente di questo passo, che è importante e va nella direzione verso la quale noi abbiamo sempre guardato. Adesso però vogliamo sapere con certezza che fine ha fatto Barbara, coscienti che potrebbe essere una verità atroce, che al solo pensiero fa tremare i polsi. Ma noi la vogliamo lo stesso la verità, anche se terribile, e per questo la Giustizia deve continuare il suo percorso, andare avanti, proprio come abbiamo fatto noi, sempre, anche quando tutto sembrava finito e la storia di Barbara caduta nel dimenticatoio. Diciamo grazie a chi ci è sempre stato accanto – conclude Monica – e siamo sicure che ora, in questa nuova fase decisiva, continuerà a farlo”. 

Lo scorso 21 marzo, per la prima volta, il nome di Barbara Corvi è stato inserito tra quello delle oltre mille vittime innocenti delle mafie che vengono ricordate nella Giornata della memoria e dell'impegno

Lo scorso 21 marzo, per la prima volta, il nome di Barbara Corvi è stato inserito tra quello delle oltre mille vittime innocenti delle mafie che vengono ricordate nella Giornata della memoria e dell'impegno. “La verità processuale, accompagnata dal senso profondo di una giustizia che riesce nel modo più coerente a ricucire lo strappo che l’omicidio di Barbara ha creato, si è palesata – ha scritto l'associazione Libera in un post sulla sua pagina Facebook – . Proprio nell’anno in cui abbiamo pensato che, in quel lungo elenco di nomi di vittime che ogni anno leggiamo, il 21 marzo, in tanti luoghi, fosse importante inserire anche il nome di Barbara, per dare forza e vicinanza alla sua famiglia. E alla stessa memoria di Barbara che, passo dopo passo, si completa di tasselli decisivi”.

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