Foto di Jonathan Petersson da Pexels
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Oro nero, pompe bianche e traffici criminali

Nella sua ultima relazione, che lavialibera ha potuto leggere in anteprima, la Direzione nazionale antimafia sottolinea come l'interesse delle mafie nel contrabbando di petrolio "è sempre più in crescita". Con la crisi l'Organismo di monitoraggio sulle infiltrazioni criminali nell'economia ritiene il settore "ulteriormente vulnerabile"

Redazione <br> lavialibera

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lavialibera

17 dicembre 2020

Dietro le “pompe bianche”, quelle che vendono benzina a prezzi convenienti, potrebbero esserci le attività di gruppi criminali, in certi casi vicini alla criminalità organizzata, o quantomeno organizzazioni molto capaci nel contrabbando di carburanti, nell'evasione fiscale e nel riciclaggio di denaro sporco. "L’interesse delle organizzazioni mafiose, prevalentemente della camorra e della ‘ndrangheta, per questo nuovo business relativo al contrabbando di prodotti energetici (oli lubrificanti e oli base) risulta sempre più in crescita in quanto il vantaggio economico è notevole e deriva dall’immissione nel mercato ad un prezzo sensibilmente più basso di quello praticato dai concorrenti anche alla pompa”, si legge nell'ultima relazione della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, che lavialibera ha potuto leggere in anteprima. Anche l'organizzazione che raggruppa le imprese attive nella raffinazione, distribuzione e vendita di carburanti, l'Unione petrolifera (ora Unione energie per la mobilità, Unem) è al corrente dei rischi e il 18 maggio scorso il presidente Claudio Spinaci ha esposto un quadro all’Organismo permanente di monitoraggio e analisi sul rischio di infiltrazione nell’economica da parte della criminalità organizzata.

La crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 renderà il settore “ulteriormente vulnerabile alle infiltrazioni della criminalità”, si legge nel secondo report dell’organismo di monitoraggio, che dedica un breve focus al tema: “Il settore ha registrato nell’ultimo periodo una forte flessione dei prezzi al barile che a sua volta ha determinato importanti perdite legate, tra l’altro, alla contrazione del traffico dei mezzi di trasporto nel periodo di lockdown. In particolare, a marzo scorso la perdita di liquidità, in soli 15 giorni, è stata quantificata in circa quattro miliardi”, si legge.

I pericoli del settore

Le associate dell'Unione petrolifera sono state sensibilizzate per verificare sul campo se vi sono operazioni straordinarie ‘forzate’, ovvero l’acquisto da parte di soggetti non trasparenti di interi asset relativi ai punti vendita o ai depositiOrganismo di monitoraggio sulle infiltrazioni nell'economia della criminalità organizzata

I rischi di infiltrazioni nel settore sono favoriti da alcuni fattori. “In Italia ci sono circa 21mila punti vendita di carburante, gestiti da numerosi imprenditori (medi o piccoli), molti dei quali possiedono meno di 30 distributori – si legge nel documento dell’Organismo di monitoraggio –; tale distribuzione territoriale appare sovradimensionata se confrontata con analoghe realtà di altri Paesi dell’Unione europea”. Dai dati dell’Unem, nel 2018 erano circa 5.400 gli impianti di pompe bianche, cinque volte quelle esistenti nel 2007. “La polverizzazione non è di per sé un male, ma richiede un numero di controlli superiori a quelli che vengono fatti”, spiegava il 16 ottobre 2019 (più di un anno fa) Spinaci alla commissione Attività produttive della Camera spingendo sull’introduzione di controlli digitalizzati della distribuzione. Essendo così tanti, e talvolta così, piccoli, le verifiche delle varie autorità sono difficili e, nonostante la crescita di punti vendita, “non c’è stato un aumento dei controlli”. In questo modo è possibile che alcune pompe di benzina siano rifornite da organizzazioni che importano carburanti in maniera illegale. Anzi, talvolta sono addirittura di loro proprietà.

Di fronte alle prospettive della crisi, “sono state sensibilizzate le associate dell’Unione petrolifera per verificare sul campo se vi sono operazioni straordinarie ‘forzate’, ovvero l’acquisto da parte di soggetti non trasparenti di interi asset relativi ai punti vendita o ai depositi”. Inoltre l’organizzazione ha proposto al dipartimento della Pubblica sicurezza del ministero dell’Interno un protocollo per la verifica delle cessioni della titolarità degli impianti e delle modifiche delle compagini societarie dei punti vendita.

Molti sono i trucchi utilizzati per contrabbandare carburanti in Italia evadendo le tasse (quasi il 65 per cento del prezzo alla pompa se ne va in imposta sul valore aggiunto e in accise). Tra i più comuni, c’è il commercio illecito di diesel per i macchinari dell’agricoltura, su cui gravano meno tasse, oppure l’importazione di gasolio “mascherato” da olio lubrificante che nel resto d’Europa non è sottoposto a tassazione e dunque è libero di circolare senza documenti fiscali. C'è poi il meccanismo legato alla "lettera di intenti" all'Agenzia delle Entrate, che permette di non pagare l'imposta sul valore aggiunto (Iva) in alcuni passaggi. Si tratta di uno strumento che viene usato in maniera impropria dai contrabbandieri per non pagare le imposte e avere prodotti più economici. “Queste condotte generano – si legge nell’ultimo rapporto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dnaa) – un grave danno all’Erario e una significativa distorsione delle regole di leale concorrenza del mercato, consentendo il commercio dei prodotti, anche ‘alla pompa’, a prezzi ridotti”. Per questa ragione l'Unem e le principali aziende del settore chiedono più controlli e una modifica della disciplina delle lettere d'intenti.

Le rotte della criminalità

La molteplicità delle società e delle organizzazioni criminali coinvolte nelle varie fasi del sistema rende solo parzialmente l’idea della reale portata del fenomeno su cui si sono concentrati gli sforzi investigativi di diversi uffici giudiziariRelazione Dnaa 2020

Quello dei traffici illeciti di carburanti è un settore in crescita. In particolare l’ambito delle frodi negli scambi internazionali ha “raggiunto dimensioni particolarmente rilevanti”. Inoltre “nel corso degli ultimi anni, si è assistito al progressivo interessamento delle mafie al settore del commercio degli idrocarburi, sia all’ingrosso, sia al dettaglio”. soprattutto camorra e 'ndrangheta.

In molti casi si tratta di carburanti provenienti dall’Europa orientale: “Nella maggior parte dei casi, il prodotto energetico proviene dalla Polonia, dalla Serbia, dalla Bosnia Erzegovina e dall’Ungheria e viene introdotto nel territorio nazionale entrando dal Brennero, Tarvisio, Gorizia e Trieste o dagli scali ferroviari di Busto Arsizio (Va) e Trento, sfruttando le cosiddette autostrade ferroviarie (Rola)”, è scritto nel rapporto della Dnaa. Il greggio di contrabbando arriva anche dal Medio Oriente, in quelle zone un tempo occupate dall’Isis che ricorreva al contrabbando di petrolio per finanziarsi, e dalla Libia, come rivelato dall’inchiesta Dirty Oil. Questa indagine della Direzione distrettuale antimafia di Catania ha disarticolato un’organizzazione che importava illecitamente petrolio dalla raffineria di Zawyia, a 40 km da Tripoli, verso i porti di Augusta (Sr), Civitavecchia (Rm) e Venezia Porto Marghera. Tra gli uomini coinvolti c’era un italiano ritenuto esponente del clan Santapaola-Ercolano, un libico capo di una milizia e alcuni imprenditori di Malta, snodo importante per i traffici di carburante. Grazie ad una compagnia di trasporto petrolifero maltese, infatti, il carburante veniva introdotto sul mercato italiano sfruttando il circuito delle “pompe bianche”.

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Un’altra inchiesta fotografa bene i meccanismi. Il 3 febbraio scorso la Guardia di finanza di Pavia ha arrestato 13 persone nell’operazione Fuel Discount con cui è stata smantellata un’organizzazione che importava in maniera illecita combustibili dall’Est Europa e avrebbe così evaso 100 milioni di euro di Iva su un giro di affari da 400 milioni di euro circa. Ai vertici c’erano uomini vicini al clan dei Casamonica e al clan Polverino della camorra. L’inchiesta è partita osservando il via vai di camion cisterna in un deposito di Vigevano: portavano carburante da Slovenia, Croazia, Repubblica Ceca, Romania e Cipro e, grazie a un sistema di società “cartiere”, cioè che emettevano fatture false, hanno evaso le imposte. Il carburante poteva essere venduto così a un costo inferiore, sia a distributori in tutta Italia, sia nelle pompe di benzina dei componenti dell’organizzazione in Piemonte, Veneto e Lombardia a prezzi molto più convenienti rispetto a quelli di mercato.

“La molteplicità delle società e delle organizzazioni criminali coinvolte nelle varie fasi del sistema rende solo parzialmente l’idea della reale portata del fenomeno su cui, in ogni caso, si sono concentrati gli sforzi investigativi di diversi uffici giudiziari – conclude la Dnaa –. Allo stato, esigenze investigative impediscono una più dettagliata descrizione delle dinamiche che governano il diffuso business e, dunque, appare sufficiente segnalarne la portata rinviando ad alto momento le eventuali nuove acquisizioni”.

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