Memorandum Italia-Libia, le modifiche (e i dubbi) dell'accordo sui migranti

Lo scorso 2 febbraio l'accordo tra Italia e Libia per la gestione dei flussi migratori è stato rinnovato per altri tre anni. Il 9 febbraio la Farnesina ha annunciato modifiche a tutela dei migranti. Secondo associazioni e ong l'accordo va stracciato, non cambiato. Ecco perché

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

11 febbraio 2020

Una proposta per rivedere il memorandum stipulato con la Libia nel 2017 per gestire i flussi migratori. L’ha annunciata domenica scorsa la Farnesina in una nota dopo aver fatto scattare il rinnovo triennale del memorandum contestato da associazioni, ong, istituzioni internazionali ed esponenti della maggioranza di governo. La modifica si propone di garantire maggiori tutele per i migranti, ma le ong chiedono la completa cancellazione dell'accordo.

“La revisione degli accordi Italia-Libia è ipocrita e serve solo a lavarsi la coscienza, l’accordo della vergogna va stracciato”, attacca Alessandra Sciurba, portavoce di Mediterranea Saving Humans. Di differente parere l’esecutivo. Già lo scorso novembre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio aveva annunciato di “star lavorando per modificarlo in meglio, in particolare nella parte riguardante le condizioni dei centri di detenzione”, ma che “sospenderlo sarebbe dannoso”. Della stessa linea è il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. 

Secondo Redattore sociale, che avrebbe visionato una bozza del testo di modifica, da un lato l'Italia "riafferma il supporto agli organismi libici per il soccorso in mare e nel deserto, in particolare alla guardia di frontiera e alla guardia costiera del ministero della Difesa", dall'altro la Libia dovrà agevolare le attività dell'Onu sia nel soccorso in mare che nei centri di detenzione che "si impegna a migliorare attraverso interventi di emergenza coordinati in ambito Onu", il "rilascio dei soggetti più vulnerabili, come donne e bambini" nonché con la "chiusura dei centri che potrebbero essere coinvolti in iniziative militari". Il riferimento alle Nazioni unite riguarda soprattutto l'azione l'Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr) e l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) in Libia. Contattata da lavialibera l’Unhcr ha risposto: “Unhcr non commenta la nota rilasciata dal Ministero degli Esteri italiano, trattandosi di una negoziazione bilaterale fra Italia e Libia e non conoscendone i contenuti”. Dal ministero che fa capo a Luigi Di Maio ribadiscono che “i testi rimarranno riservati fino a quando la negoziazione non sarà conclusa”.

Sara Prestianni, esperta di politiche internazionali di immigrazione che ha potuto visionare la bozza del documento, definisce la proposta un "maquillage" che non tiene conto né "del contesto" né delle "voci internazionali profondamente critiche al riguardo dell'accordo". "La Libia è un Paese in guerra e stiamo assistendo a un'escalation sia del conflitto sia dell'insicurezza — prosegue Prestianni —. Un altro nodo che rimane irrisolto riguarda i centri di detenzione libici" dove i migranti vengono torturati, come raccontato da lavialibera.

Il testo dell'accordo e i principali nodi

L'oggetto del Memorandum è il “contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani”, nonché il “rafforzamento della sicurezza delle frontiere tra lo Stato della Libia e la Repubblica italiana”. Il testo originario è composto da otto articoli ed è stato sottoscritto il 2 febbraio 2017 dall’allora premier Paolo Gentiloni (Pd) e dal primo ministro del governo di riconciliazione nazionale libico Fayez al-Sarraj. L’accordo ha validità triennale e, almeno per il momento, il 2 febbraio 2020 è stato rinnovato senza modifiche per altri tre anni.

Con esso l’Italia “si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l'immigrazione clandestina, e che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa, e dagli organi e dipartimenti competenti presso il Ministero dell'Interno” (articolo 1). La critica mossa dalle associazioni umanitarie riguarda proprio il ruolo di quella che, non a caso, definiscono come la cosiddetta guardia costiera libica. I problemi principali sono due.

Primo. L’accordo è stato stipulato con il governo di Fayez al-Sarraj, riconosciuto dalle Nazioni unite. Ma la Libia è un Paese in guerra, dunque instabile, e a comandare c’è anche il generale Khalifa Haftar. La Conferenza di Berlino di gennaio, in cui si è cercato di trovare una soluzione internazionale alla crisi del Paese, si è rivelata inefficace. Emblematiche le parole di Ghassan Salamè, inviato speciale dell’Onu in Libia: “La tregua regge solo di nome”. Una mappa dell'Ispi restituisce anche visivamente il quadro della situazione attuale: al-Sarraj controlla solo un terzo della costa libica.

Come raccontato da lavialibera al momento ci sarebbero 11 centri di detenzione ufficiali in Libia (numero in costante mutamento), quasi tutti attorno a Tripoli. Non si hanno invece numeri su quelli gestiti dai trafficanti, collocati soprattutto nella Libia meridionale e quindi fuori dal controllo di al-Sarraj. Secondo l’Onu migranti e rifugiati “continuano a essere soggetti sistematicamente a detenzione arbitraria e tortura, sia in luoghi di detenzione ufficiali che non. Violenza sessuale, sequestri di persona per riscatto, estorsione, lavoro forzato e omicidi illegali sono diffusi. Tra i responsabili di queste violazioni ci sono ufficiali governativi, membri di gruppi armati, trafficanti e membri di gruppi criminali”. Per Pietro Bartolo, medico a Lampedusa eletto al Parlamento europeo nelle liste del Pd, questo significa che “in Libia non c’è un governo con cui fare accordi accettabili, che rispettino i diritti umani”.

Secondo. La cosiddetta guardia costiera libica annovera soggetti come Abd al-Rahman al-Milad, meglio noto come Bija. Secondo un report delle Nazioni unite datato giugno 2017, Bija è coinvolto “nell’affondamento di imbarcazioni migranti utilizzando armi da fuoco”. Per questo il 30 gennaio la Commissione europea ha confermato le sanzioni finanziarie già previste dal Consiglio Ue nei suoi confronti. Lo scorso 4 ottobre il giornalista di Avvenire Nello Scavo, che per questo si trova ora sotto protezione, ha denunciato la presenza di Bija l’11 maggio 2017 in Italia presso il Cara di Mineo (Sicilia) per un incontro con le autorità italiane.

I problemi non finiscono con la guardia costiera. Nel memorandum si parla anche di “adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza”, nonché della “formazione del personale libico” che vi lavora. Nella realtà i centri di accoglienza sono centri di detenzione (qui la fotogallery de lavialibera). In queste condizioni risulta impossibile anche solo pensare di poter rispettare l’articolo 5 dell’accordo secondo il quale il memorandum deve essere applicato “nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani”.

La situazione in numeri

570 milioni di euro spesi dalla firma del memorandum per impedire le partenze dalla Libia

3.200 migranti nei centri di detenzione ufficiali 

40.000 persone intercettate in mare e riportate in Libia nei tre anni dell'accordo

Le critiche politiche e istituzionali

A criticare l’accordo non sono solo associazioni e ong. Il 31 gennaio Dunja Mijatovic, commissario dei Diritti umani del Consiglio Ue ha affermato: “L’Italia deve sospendere con urgenza le attività di cooperazione con la Guardia costiera libica almeno fino a quando questa non possa assicurare il rispetto dei diritti umani”.

Lo scorso 15 gennaio António Guterres, segretario generale dell’Onu, ha pubblicato un rapporto sulla Libia in cui nel paragrafo dedicato a migranti e rifugiati viene citato anche il memorandum con l’Italia. Guterres si dice preoccupato “riguardo il trasferimento di migranti intercettati in mare dalla Guardia costiera libica indietro nei centri di detenzione ufficiali e non”. Non vi sono accuse dirette all’Italia, ma l’accostamento tra la situazione dei migranti e il memorandum è evidente.

Il giorno del rinnovo dell’accordo i radicali capeggiati da Emma Bonino sono scesi in piazza per chiedere che il memorandum venga sospeso e portato in Parlamento. Secondo l'Asgi il memorandum viola, infatti, la Costituzione perché non è mai "stato sottoposto a preventiva legge di autorizzazione alla ratifica da parte del Parlamento".

Aspre critiche arrivano anche da esponenti della stessa maggioranza di governo. "Il rispetto dei diritti umani viene evocato tanto per fare - ha commentato il deputato dem Matteo Orfini il giorno del rinnovo -. Continuamo a pagare per chiudere all'inferno chi non vogliamo veder arrivare in Europa". L'accusa è rivolta proprio al Pd: "Una delle pagine più tristi della storia italiana, sicuramente la più triste e vergognosa di quella del mio partito".

Cosa succede ora

Una settimana dopo il rinnovo dell’accordo per altri tre anni, domenica 9 febbraio il ministero degli Esteri ha fatto sapere con una nota di aver inviato “alle Autorità libiche la proposta italiana che rivede e aggiorna il memorandum bilaterale del 2017 per la cooperazione in campo migratorio”. Secondo l’articolo 7, infatti, il memorandum “può essere modificato a richiesta di una delle Parti”. Secondo quanto affermato dalla Farnesina il testo “introduce significative innovazioni per garantire più estese tutele ai migranti, ai richiedenti asilo ed in particolare alle persone vulnerabili vittime dei traffici irregolari che attraversano la Libia e per promuovere una gestione del fenomeno migratorio nel pieno rispetto dei principi della Convenzione di Ginevra e delle altre norme di diritto internazionale sui diritti umani”. Una convenzione, quella del 1951 sui rifugiati, che ad oggi la Libia non riconosce.

Permangono forti dubbi riguardo la volontà del governo di Tripoli di accettare modifiche all’accordo. Lo testimonia il recente utilizzo strumentale delle partenze. Come racconta Nello Scavo su Avvenire il 5 febbraio, nei giorni antecedenti il rinnovo del memorandum, mentre in Italia aumentavano le pressioni per una modifica dell’accordo, dalla Libia “sono salpati numerosi gommoni mentre, nelle stesse ore, la cosiddetta Guardia costiera lamentava di essere a corto di risorse e mezzi per fermare le partenze”. È bastato rinnovare l’accordo “e da allora non si ha notizia di altre partenze”.

Ha collaborato Rosita Rijtano 

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