Tribunale di Bologna, processo Grimilde
Tribunale di Bologna, processo Grimilde

Il processo Grimilde rivela come le mafie sfruttino i fondi Ue

La Dda di Bologna ha svelato un meccanismo di truffa peculiare: gli uomini della 'ndrangheta sanno come muoversi tra i bandi per ottenere i contributi comunitari. Anche per questa ragione l'Europol ha lanciato l'allarme sul Recovery fund

Emanuele Frijio

Emanuele FrijioStudente di Scienze psicosociali della comunicazione Milano Bicocca

10 novembre 2020

C’è una vicenda del processo Grimilde, concluso in primo grado il 26 ottobre, che è passato in secondo piano. Il Tribunale di Bologna ha condannato 40 imputati e tra loro anche Giuseppe Caruso, ex presidente del consiglio comunale di Piacenza eletto con Fratelli d’Italia (da cui è stato espulso dopo l’arresto) ed ex dipendente dell’Agenzia delle Dogane, ritenuto colpevole di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, truffa e anche truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Quest’ultimo episodio riguarda un raggiro all'Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea), l’ente pubblico che distribuisce i fondi europei per il settore, ed è la conferma di come la criminalità organizzata sappia muoversi tra i meccanismi burocratici dei fondi europei. Per questa ragione bisognerà fare attenzione a chi andrà il denaro del piano Next Generation Eu, il cosiddetto Recovery fund per sostenere l'economia dopo la crisi innescata dalla pandemia di Covid-19.

Il processo Grimilde

“Io con Salvatore gli parlo chiaro, gli dico… Salvatò, non la dobbiamo affogare ‘sta azienda, dobbiamo cercare di pigliare la minna e succhiare o no?”Giuseppe Caruso - Politico condannato per mafia

Preceduto da Aemilia, il più grande processo contro la mafia che ci sia stato nel Nord Italia, il processo Grimilde ha svelato gli affari della cosca calabrese Grande Aracri tra Emilia e Lombardia. Ad essere condannato per associazione mafiosa, oltre a Giuseppe Caruso, c’è anche Salvatore Grande Aracri, nipote del boss Nicolino Grande Aracri della cosca di Cutro (Crotone). Proprio loro due sono i protagonisti di un’intercettazione telefonica che ci porta al cuore della vicenda: “Io con Salvatore gli parlo chiaro, gli dico… Salvatò, non la dobbiamo affogare ‘sta azienda, dobbiamo cercare di pigliare la minna e succhiare o no?”

La Riso Roncaia spa

La “minna da succhiare” è un’azienda mantovana, la Riso Roncaia spa, che nel 2015 era sommersa dai debiti. Così, cercando qualcuno che l’aiutasse a pareggiare i conti, si è affidata a Giuseppe Caruso. Secondo gli atti dell’inchiesta, condotta dalla Squadra mobile della Questura di Bologna e dalla Direzione distrettuale antimafia emiliana, Caruso riesce a metterli in contatto con Federico Ghizzoni (non indagato), piacentino, allora amministratore delegato dell’Unicredit: dopo qualche telefonata trovano un accordo per estinguere un debito e la società viene tolta dalla “centrale dei rischi”, il database dei debitori del sistema finanziario. L’aiuto fornito da Caruso non era fine a se stesso. Infatti, da una parte le sue competenze relazionali dovevano essere pagate, dall’altra la Riso Roncaia spa permetteva alla cosca calabrese di entrare negli appalti pubblici. Tutto ciò è di importanza vitale per le organizzazioni criminali dal momento che si pongono, inizialmente, come sistemi di assistenza finanziaria, ottenendo consenso. Col tempo, però, non esitano a ricorrere anche alle minacce.

La pandemia ha colpito maggiormente le fasce deboli e le mafie si sostituiscono all’assistenza pubblica laddove lo Stato non risponde

I fondi europei dell’Agea

Nello stesso anno l’impresa di Mantova aveva vinto un appalto istituito dall’Agea dal valore di quasi sette milioni di euro per una fornitura di circa 9 mila tonnellate di riso destinata ai bisognosi. Si tratta di appalti finanziati con il Fondo di aiuti per gli indigenti (Fead) dell'Unione Europea. In base al bando di gara, in caso di ritardi nella consegna dei cereali, la Riso Roncaia avrebbe dovuto pagare una multa. Non solo, per ottenere il pagamento di un anticipo di circa due milioni di euro, avrebbe dovuto fornire almeno il 5% del prodotto entro una data precisa. Il problema, come abbiamo già detto, era che l’impresa si trovava in una situazione di difficoltà economica: aveva bisogno di una proroga per non incorrere nella sanzione e ottenere l’anticipo. La richiesta di aiuto di Caruso arriva immediatamente.

“La forza della mafia sta fuori dalla mafia, nella sua capacità di intessere relazioni e mimetizzarsi nell'alone rappresentato dalla cosiddetta ‘zona grigia’"Enza Rando - Avvocato Libera

Le mille amicizie di Caruso

“La forza della mafia sta fuori dalla mafia, nella sua capacità di intessere relazioni e mimetizzarsi nell'alone rappresentato dalla cosiddetta ‘zona grigia’, nella quale entrano a far parte quell’imprenditoria, quella politica, quei professionisti che accettano il compromesso con la criminalità organizzata, sacrificando il bene comune, la legalità e la libertà delle istituzioni democratiche sull'altare dell'interesse particolare e privato”. Così scrive Enza Rando nell’atto di costituzione di parte civile di Libera. Il motivo si spiega proseguendo nella storia. Caruso, grazie alle sue conoscenze, individua l’uomo giusto per la Riso Roncaia Spa: Mario Pirillo, politico del Partito democratico, ex vicepresidente della Regione Calabria, ex europarlamentare e soprattutto vicepresidente dell’Agea fino al 2009, citato negli atti ma non indagato. Giuseppe Caruso per prima cosa trova una società esterna, la Cenci srl, che rilascia un certificato di riparazione su una macchina mai avvenuto.

“Perché io ho mille amicizie, da tutte le parti, bancari, oleifici, industriali, tutto quello che vuoi. Quindi io so dove bussare”Giuseppe Caruso

Così facendo, la riseria può motivare il ritardo e chiedere una proroga nella consegna del riso. Dopodiché Caruso porta direttamente la richiesta in Calabria a Mario Pirillo, proprio a dimostrazione delle sue parole: “Perché io ho mille amicizie, da tutte le parti, bancari, oleifici, industriali, tutto quello che vuoi. Quindi io so dove bussare”.

La vicenda può dirsi conclusa qualche mese dopo: sul conto della Riso Roncaia spa appaiono accrediti da parte dell’Agea pari a 7 milioni e 696 mila euro. Non solo, si vedono movimenti di denaro indirizzati sia a Caruso, che ha messo in campo tutte le sue competenze e conoscenze per “aiutare” l’impresa mantovana, sia al più importante Salvatore Grande Aracri. In particolare, negli atti dell’inchiesta emerge un accordo di 500 mila euro che la Riso Roncaia spa avrebbe dovuto trasferire a quest’ultimo. Uscire dal circuito criminale, però, è difficile. Infatti, ricorrendo a minacce, la cosca calabrese è riuscita a sottomettere per lungo tempo l’impresa mantovana. Questo non toglie che l’amministratore delegato e il titolare dell’azienda, rispettivamente Massimo Scotti e Claudio Roncaia, siano stati indagati e rinviati a giudizio per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. Il processo contro di loro comincerà il 16 dicembre prossimo. Nel frattempo la Riso Roncaia, diventata poi Mrc, è stata dichiarata fallita nell’ottobre 2019. 

Nasce ad agosto il “Comitato per la prevenzione e la repressione delle attività predatorie della criminalità organizzata durante l'emergenza sanitaria”

Recovery Fund e mafie

Il processo Grimilde è solo uno dei tanti esempi che potremmo fare sul tema. Tema, che diventa ancora più attuale considerando l’accordo europeo sul Recovery Fund. Non è un caso, infatti, che la direttrice esecutiva dell’Europol Catherine De Bolle durante la seconda riunione del gruppo di lavoro sulle minacce criminali legate alla pandemia sottolinei l’attenzione da porre alle organizzazioni criminali: “I fondi per la ricostruzione sono già presi di mira dalle organizzazioni criminali e lo saranno ancora di più. Europol sta facendo pressione sulla Commissione europea per avere voce in capitolo sui finanziamenti della ripresa economica. Dovremo essere attenti e monitorare per evitare il rischio di infiltrazione delle mafie”.

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