Valle d'Aosta, un cavaliere solitario che si batte contro le mafie e vorrebbe compagnia

Dal 2008 Alberto Bertin, consigliere regionale nella Vallée, denuncia gli affari della 'ndrangheta in Valle d'Aosta e i suoi intrecci: "Mi davano del visionario". Di lui un indagato diceva: "Quello combina danni". Nonostante le minacce, il politico non molla

Giulia Migneco

Giulia MignecoResponsabile Ufficio stampa e comunicazione di Avviso Pubblico

10 febbraio 2020

La ’ndrangheta è arrivata in Valle d’Aosta condizionando sensibilmente l’economia, la politica e la società. Lo attestano le recenti indagini della magistratura, lo scioglimento del consiglio comunale di Saint-Pierre ma, da oltre dieci anni, lo sostiene anche il consigliere regionale Alberto Bertin che, dal 2008, dedica una parte significativa della sua attività a denunciare la presenza, gli intrecci e la pericolosità della mafia calabrese. Facendo nomi e cognomi, come ad esempio quelli degli Iamonte di Melito Porto Salvo, dei Nirta di San Luca, dei Facchineri di Cittanova, dei Libri di Reggio Calabria, degli Asciutto–Neri–Grimaldi di Taurianova. Una presenza ultradecennale dimostrata, tra l’altro, dagli omicidi degli anni ’90 e dalle recenti confische di beni a Giuseppe Nirta, arrestato nel 2009 insieme ai suoi nipoti per traffico internazionale di stupefacenti provenienti dalla Colombia.

Bertin, la "Cassandra"

Non mi credevano, mi dicevano che volevo danneggiare l’immagine del nostro territorio, ma era vero il contrario. (...) Alcuni mi attaccavano e negavano per convenienza, perché beneficiavano di quel sistemaAlberto Bertin

“Per troppo tempo ci si è voluti illudere di essere un’isola felice. Non esistono isole felici e territori immuni da questi fenomeni, come da tempo evidenziano le cronache giudiziarie e non solo - racconta Bertin -. Mi davano del visionario, della Cassandra. Non mi credevano, mi dicevano che volevo danneggiare l’immagine del nostro territorio, ma era vero il contrario. Qualcuno, probabilmente, non riusciva a credere che da noi la ’ndrangheta fosse così radicata. Alcuni mi attaccavano e negavano per convenienza, perché beneficiavano di quel sistema.”

I fatti di sangue hanno, in gran parte, lasciato spazio a una presenza più discreta, ma non per questo meno inquietante della mafia calabrese. “I cosiddetti reati spia comunque non mancavano - sostiene - Una decina d’anni fa vi furono numerosi incendi dolosi. Uno di questi diede inizio all’inchiesta "Tempus Venit" su due tentate estorsioni nei confronti di imprese edili di Aosta”. Quelle tentate estorsioni, che per la prima volta in Valle d’Aosta portarono a diverse condanne in primo grado con l’aggravante mafiosa, apparvero ai più episodi criminali isolati.

"Quello combina danni"

Alberto Bertin non si è limitato a inseguire i fatti di cronaca del momento. Numerose sono state le sue interrogazioni e interpellanze per mantenere alta l’attenzione sul fenomeno mafioso, diverse le sue proposte di legge, spesso bocciate, come ad esempio quella finalizzata ad istituire un Osservatorio permanente regionale sul fenomeno mafioso.

Iniziative che hanno creato un certo fastidio e non solo a coloro che hanno sempre voluto ignorare il problema, ma anche agli stessi boss. “Quello combina danni...ha fatto danni e continuerà a fare danni... - dice di lui, parlando al telefono, Antonio Raso uno degli imputati nell’inchiesta "Geenna" arrestato un anno fa con l’accusa di essere un presunto capo della ’ndrangheta in Valle -. Finché qualcuno non gli fa i 'mussi' tanti (lo picchia in faccia, ndr)... e ti dirò qualcuno gli farà i 'mussi' tanti, perché è già sul pelo del rasoio...se le è sgravitata un paio di volte”.

Nonostante le minacce, Bertin ha continuato la sua attività politica di denuncia. Per molti è un cavaliere solitario. Più semplicemente, questo consigliere regionale è un cittadino e un politico responsabile che non può essere lasciato solo.

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