(Foto di Camila Quintero Franco da Unsplash)
(Foto di Camila Quintero Franco da Unsplash)

Covid, l'emergenza nella testa

Terremoti, alluvioni, attentati e altro. In questi scenari i volontari di Psicologi per i Popoli intervengono a sostegno di chi subisce gravi traumi. Lo hanno fatto anche durante la pandemia: "Tutte le emergenze sono anche psicologiche", dice la presidente Donatella Galliano

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

23 ottobre 2020

"Tutte le emergenze sono anche psicologiche". E di emergenze Donatella Galliano ne ha viste: i terremoti, la tragedia di Rigopiano, l’attentato terroristico di Nizza e altro. Presiede Psicologi per i Popoli Federazione, un insieme di associazioni fondato nel 1999 da Luigi Ranzato. Lei e gli altri volontari sono specializzati in psicologia dell’emergenza. Lavorano a stretto contatto con la Protezione civile che, in caso di bisogno, chiede il loro intervento. È avvenuto anche per la pandemia: "Abbiamo collaborato all’attivazione della linea telefonica di sostegno psicologico del Ministero della salute. Dopo i primi giorni, abbiamo ricevuto qualcosa come 40mila telefonate". 

Dottoressa Galliano, quindi l’emergenza Covid-19 non è stata solo sanitaria? 

Tutte le emergenze hanno una forte componente psicologica perché provocano la distruzione delle strutture portanti degli individui e della comunità, dei riti e dei miti condivisi, della socialità e di quelle cose piccole e banali della nostra quotidianità, ma fondamentali per la nostra esistenza. Per questa ragione le emergenze vanno “previste” e richiedono programmazione. Lasciano dietro di loro distruzione e il vissuto di normalità deve essere ricostruito e ricucito sull’identità delle persone, che devono riconoscersi nella loro nuova casa interna ed esterna. 

Cosa avete visto in questo periodo?

Rispetto a terremoti o attentati, è stata un’emergenza strisciante e impietosa. Le persone erano disorientate, spaventate e incredule. Abbiamo assistito a un dolore che ha colpito sfere inaspettate della quotidianità. Pensiamo alla vita di comunità e alle relazioni o alle separazioni di chi accompagnava i parenti malati al pronto soccorso: alla tenda del triage venivano separati e di lì in avanti avevano poche informazioni. Ricordo una famiglia di Torino che si è rivolta a noi: avevano un familiare ricoverato a Cuneo, uno a Palermo e uno a Bologna, ottenevano da ogni ospedale poche notizie e loro stessi erano in quarantena, chiusi in casa con la paura di ammalarsi senza la possibilità di essere seguiti.

Anche medici e infermieri si sono rivolti a voi. Con quali paure? 
Non temevano il contagio personale: i sanitari hanno maggiore coscienza dei pericoli e una grande convinzione sul loro ruolo, che è salvare gli altri. Avevano paura invece di non fare abbastanza e di diventare untori, contagiando anche i loro cari. Molti hanno cambiato l’architettura delle loro relazioni familiari, lasciato le loro case per vivere soli, mantenere le distanze ed evitare i contatti. 

E i bambini?
Di solito, nel corso delle emergenze, ricevono molta attenzione. In questo caso sono stati completamente affidati alle famiglie, senza distinzioni tra le diverse possibilità di assistenza ed educazione.

Per conoscere il futuro
non aspettare le stelle

Abbonati per un anno a lavialibera, avrai 6 numeri della rivista e l'accesso a tutti i contenuti del sito web. Fatti, numeri, storie, inchieste, opinioni, reportage. Capire il presente e interpretare il mondo che verrà.

La newsletter de lavialibera

Ogni sabato la raccolta degli articoli della settimana, per non perdere neanche una notizia. 

Ogni prima domenica del mese un approfondimento speciale, per saperne di più e stupire gli amici al bar