L'attentato del 1° aprile al centro anziani Il sorriso di Stefano
L'attentato del 1° aprile al centro anziani Il sorriso di Stefano

A Foggia le mafie non conoscono quarantena

A Foggia il primo omicidio del 2020, poi una sequela di atti violenti, fino all'ennesima bomba contro il centro anziani Il sorriso di Stefano. Nella Capitanata le mafie fanno paura, con o senza coronavirus

Daniela Marcone

Daniela MarconeVicepresidente di Libera, responsabile settore Memoria

7 aprile 2020

Qualche giorno fa mi è capitato fra le mani un libro di testo per ragazzi, in particolare due pagine in cui viene affrontato il tema del fenomeno mafioso in Italia. L'attenzione mi è caduta sulle poche righe dedicate alle mafie nell'oggi: vengono completamente ignorate quelle pugliesi e la regione Puglia non è indicata tra i territori in cui le mafie sono storicamente presenti. Così mi sono chiesta: quanti altri testi che dovrebbero aprire scenari di conoscenza e riflessione ai più giovani cittadini italiani propongono una narrazione del fenomeno mafioso in cui un pezzo importante di una realtà viva e vegeta viene dimenticata?

Negli ultimi anni mi sono interessata all’analisi degli stereotipi narrativi che causano un ostacolo alla formazione di una corretta percezione della presenza mafiosa in un territorio. Un lavoro che mi ha permesso di comprendere che un'intera narrazione può essere uno stereotipo a sé stante. Come un racconto del fenomeno mafioso che rende invisibile una presenza mafiosa in un luogo, addirittura in un'intera regione.

Le mafie della Capitanata

Se guardiamo alla Puglia, ovviamente mi viene da pensare a quanto accade nella città in cui vivo, Foggia. Potrà apparire, date le premesse, che per parlare di mafia nel foggiano siano sufficienti poche pagine, ma se solo digitiamo sui motori di ricerca nel web le parole “mafia” e “Foggia” si apriranno centinaia di risultati che rischiano di confondere chi si approccia al fenomeno per la prima volta. In realtà chi osserva quanto accade in questo territorio da tempo sa bene che quei risultati restituiscono in qualche modo la complessità del fenomeno e che è sicuramente corretto parlare di mafie e non di mafia, in quanto tre, o addirittura quattro, organizzazioni criminali si sono spartite la provincia della Capitanata che, è opportuno ricordarlo, è una delle più estese d'Italia.

A febbraio i cinque vescovi della provincia hanno firmato un documento di denuncia e impegno contro la criminalità organizzata 

Negli ultimi tempi ho sentito definire le mafie del foggiano la “quarta mafia”, mentre in passato in questo modo è stata definita un'altra organizzazione mafiosa pugliese, la Sacra corona unita. Mi domando: oggi le mafie del foggiano vengono definite così perché la Scu sembra essere meno forte rispetto al passato o perché le mafie foggiane appaiono quelle emergenti? Eppure, faccio fatica a comprendere come oggi queste mafie possano essere definite emergenti, perché le guerre fra le famiglie appartenenti ai clan mafiosi le ricordiamo bene in città. Ci sono stati anni in cui gli scontri sanguinosi a tra le “batterie” della società foggiana erano quotidiani e non si tratta di ieri o dell'altro ieri ma degli anni Novanta e oltre. Così come episodi gravissimi legati alla contesa tra i gruppi mafiosi si registrano già negli anni Ottanta.

Certo, non si può ridurre tutto a una questione terminologica e forse per comprendere le mafie del foggiano occorre non imbavagliare il fenomeno in una definizione che in realtà non fa altro che attribuire una sorta di posto in una graduatoria o le compara con le altre mafie. Sono altro, ma esistono eccome. Lo sanno tutti i titolari di esercizi commerciali che hanno subito danneggiamenti a causa di esplosioni causate da ordigni pericolosi. Lo sanno le famiglie delle vittime innocenti uccise negli anni in questa terra.

L’ultimo attentato

Nel 2020 il primo omicidio nel Paese è stato commesso a Foggia. Poi si sono susseguiti episodi di violenza e gravità assolute. Nei giorni scorsi, mentre noi tutti restavamo a casa per rispettare il lockdown, abbiamo dovuto amaramente constatare che “loro” sono fuori, nelle strade, seminando terrore e sconcerto.

Il 1° aprile l'ennesima bomba, la seconda in tre mesi fatta esplodere davanti alla Rssa per anziani Il Sorriso di Stefano. L'esplosione è stata potente, devastante, e tra gli abitanti del palazzo in cui, al piano terra, è ubicata la residenza per anziani, qualcuno, subito dopo, si è affacciato e ha inveito contro chi amministra la struttura, chiedendo a gran voce di chiuderla. Poi, tra le voci, è emersa quella di un ragazzo, una voce arrabbiata, che ha gridato: Ma perché devono vincere sempre loro? È bello vivere così?”. Quel ragazzo so chi è, ha partecipato con la sua classe a una delle udienze del processo contro Giovanni Caterino (il presunto basista, ndr) sulla strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017, in cui sono stati uccisi anche due agricoltori innocenti, i fratelli Luciani. Era con noi del gruppo di Libera Foggia, presenti in udienza perché la nostra organizzazione si è costituita parte civile in quel processo.

Nel corso dell'inaugurazione dell'anno giudiziario della Corte d'appello di Bari il presidente Franco Cassano e la procuratrice generale Anna Maria Tosto hanno ribadito la preoccupazione per gli attentati nella Capitanata

La manifestazione del 10 gennaio

"Foggia Libera Foggia", la manifestazione del 10 gennaio
"Foggia Libera Foggia", la manifestazione del 10 gennaio

Quella domanda – “Ma perché devono vincere sempre loro?” –  rivolta ad altri abitanti del quartiere mi torna in mente quando provo a capire come tenere alta la guardia in questo momento di paura e fragilità di tanti. Sono trascorsi solo tre mesi dalla mobilitazione del 10 gennaio promossa in questo territorio da Libera e che ha visto la partecipazione di oltre 20 mila persone. Intere famiglie, anche con bimbi al seguito, sono scese dalle loro case e hanno occupato spazi cittadini mostrando di volerci essere nell'esprimere in maniera convinta un forte no alla mafia, alla criminalità di ogni tipo.

Nel quotidiano che viviamo nell'oggi, quel lungo snodarsi di persone, quei colori di cartelli che chiedevano libertà e sicurezza in città, appartengono non solo a un altro tempo, che appare stranamente lontano, ma anche ad altre modalità: a gennaio abbiamo chiesto alle persone di accorciare le distanze sociali e di esserci, in tanti, vicini, per rendersi visibili come comunità che resiste. Le immagini della città illuminata e affollata di persone e le parole del saluto finale di Luigi Ciotti a noi tutti sono ben presenti nei nostri ricordi.

Dopo la pandemia

Non sono invece un ricordo, neanche oggi, le mafie. La bomba del 1° aprile scorso e altri episodi meno eclatanti ci chiedono di prepararci a una diversa resistenza, consapevoli che le tante crepe economiche che la pandemia sta creando renderanno numerose persone fragili ed esposte alle proposte delle mafie. Queste ultime sono già pronte e riorganizzate e la nostra attenzione e lettura del territorio non può essere da meno, soprattutto in una terra le cui mafie vengono ancora dimenticate.

Dobbiamo prepararci a una diversa resistenza perché le crepe economiche causate dalla pandemia renderanno le persone ancora più esposte alle proposte delle mafie

Continuare a raccontare quanto accade, a comprendere e a monitorare, rendersi disponibili all’ascolto e all’accompagnamento di chi subirà nuove e vecchie forme estorsive, oggi significa più che mai non lasciare le persone sole, schiacciate e disorientate da un’emergenza drammatica, senza mai dimenticare di incoraggiare tutti coloro che vivono qui, perché le paure di ieri si sommano alle paure dell'oggi e il rischio che tutto torni a diventare indistinto è molto alto.

La mafia foggiana non è stata l'unica organizzazione criminale a violare il lockdown: a Ponticelli una "stesa" di camorra ha coinvolto l'auto del referente regionale di Libera Campania

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