Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, durante il loro ultimo viaggio in Bosnia. Credits photo: Francesco Cibati
Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, durante il loro ultimo viaggio in Bosnia. Credits photo: Francesco Cibati

"Calunniano me per colpire la solidarietà. Ma non ci fermeranno"

Gian Andrea Franchi, 84 anni, è accusato di aver collaborato con un'organizzazione di trafficanti. A Trieste si occupa dei migranti in arrivo dalla rotta balcanica

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

25 marzo 2021

"Attaccano me per colpire la solidarietà. Ma rivendico il mio impegno, non ci fermeranno. Il prossimo 17 aprile parteciperemo a una manifestazione al confine tra Croazia e Bosnia". Gian Andrea Franchi, 84 anni, è un professore di filosofia in pensione. Con Lorena Fornasir ha fondato Linea d'ombra: un'associazione che si occupa dei migranti in arrivo a Trieste dalla rotta balcanica. Ogni pomeriggio l'appuntamento è davanti alla stazione della città per fornire supporto a chi riesce ad attraversare il confine italo-sloveno, dopo settimane di cammino.

"Abbiamo iniziato nel 2018 e ci siamo subito resi conto di essere di fronte a una migrazione diversa da quella a cui eravamo abituati – racconta Franchi –. Non arrivano più solo persone in cerca di lavoro, ma anche in fuga da guerre e condizioni di vita impossibili. In molti portano sul corpo i segni delle violenze subite dalle polizie di frontiera". All'attività su strada, Linea d'ombra affianca le raccolte fondi e la collaborazione con gli operatori umanitari in Bosnia. L'ultimo viaggio tra il 29 gennaio e il 3 febbraio 2021. Oggi Franchi è indagato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina a scopo di lucro. "Mi accusano di aver collaborato con un'organizzazione di passeur (trafficanti, ndr) per guadagnare soldi. Una follia. Sarebbe bastata un'inchiesta più accurata sulla mia storia per capirlo".

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Come sono arrivati a quest'accusa?
Nel luglio 2019 abbiamo ospitato per due notti una famiglia curdo-iraniana che sarebbe arrivata a Trieste grazie a quest'organizzazione di passeur. Ci hanno contattati telefonicamente per chiedere un posto dove dormire. Avevano due bimbi piccoli, una femmina di circa 11 anni e un maschio di nove, e nessun posto dove andare. Non potevamo lasciarli in mezzo a una strada. Non sappiamo come abbiano avuto il nostro numero: se li abbiamo conosciuti di persona, o se a fornirgli i riferimenti sia stato uno dei ragazzi incontrati durante i viaggi che facciamo in Bosnia. Nel 2020 la nostra associazione si è occupata di oltre 2500 persone, impossibile ricordarle tutte. Il giorno che la famiglia è rimasta da noi, mi hanno chiesto di prelevare per loro 800 euro da uno sportello bancario. Un prelievo che, senza una prova precisa ma solo per accostamento, è stato considerato come un pagamento per la nostra ospitalità. Ovviamente non è così: ho consegnato a loro l'intera cifra. I soldi li aveva mandati il fratello dell'uomo, servivano alla sopravvivenza della famiglia, e lui – privo di documenti validi – non avrebbe potuto ritirarli.

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Che effetto le ha fatto? 
Dato il nostro tipo di impegno, l'avevo messo in conto. Anche se non me l'aspettavo in questi termini, né per questa vicenda. Inattesa è stata anche la perquisizione alle cinque del mattino, un'esperienza spiacevole. Pensi che il pubblico ministero ha persino chiesto il mio arresto, anche se mi sarebbero stati concessi i domiciliari vista l'età, poi il giudice non l'ha convalidato. Ma della vicenda sono due le cose che mi fanno riflettere. Da una parte, l'inaccuratezza delle indagini fatte sul mio conto. Se avessero condotto un'inchiesta approfondita, avrebbero capito che le accuse sono completamente incoerenti rispetto alla mia storia. Inoltre, mi sembra molto poco probabile che una persona di 84 anni si comprometta con dei trafficanti per poche centinaia di euro. Dall'altra, l'intenzione repressiva che c'è dietro: colpire chi si occupa di migranti, compiendo un'attività che ha ricadute sociali, non è mai un fatto strettamente individuale. Calunniano me per attaccare la solidarietà.

"Dietro a questa indagine c'è un'intenzione repressiva. Colpire chi si occupa di migranti, compiendo un'attività che ha ricadute sociali, non è mai un fatto strettamente individuale"

Lei ha più volte rivendicato la sua attività, che definisce politica.
Sì, e continuo a rivendicarla. Si tratta di un impegno politico perché, a differenza di un'attività umanitaria, non ci limitiamo a fornire assistenza a chi soffre. Vogliamo intervenire sulle cause che determinano la sofferenza. Le migrazioni sono un fenomeno fondamentale dei nostri tempi e rivendichiamo il diritto delle persone che si spostano da territori spesso devastati per i nostri interessi ad andare dove vogliono. Allo stesso tempo, ci opponiamo alle politche adottate dall'Unione europea e dagli Stati che la compongono. Compresa l'Italia che finanzia le milizie libiche, responsabili di documentati abusi. È una politica di rifiuto dei migranti, cieca e mortifera (nei giorni scorsi quattro siriani sono morti in Croazia per il ribaltamento di un tir, in cui si erano nascosti, ndr).

Non vi fermerete, quindi.
No, il prossimo 17 aprile parteciperemo a una carovana di macchine che da diverse città d'Europa si recherà al confine tra Bosnia e Croazia per manifestare contro le politiche europee.

Che tipo di persone incontrate svolgendo la vostra attività?
In maggioranza sono afghani e pakistani, seguiti da iracheni, siriani e iraniani. Afghanistan, Iraq e Siria sono Paesi devastati, da cui fuggono tutti. Altra questione il Pakistan, dove abbiamo capito che c'è un alto tasso di criminalità: una volta un ragazzo ci ha mostrato delle ferite raccontandoci di essere stato accoltellato per non aver pagato il pizzo, che non poteva permettersi, che gli era stato imposto dai criminali per la sua piccola attività. In Iran, invece, il problema è religioso. Durante il nostro ultimo viaggio in Bosnia, in un centro che ospita persone in difficoltà, abbiamo incontrato Amir Labbaf. Ha 45 anni e alle spalle una storia tremenda. Era uno dei leader di una minoranza religiosa iraniana. Lui e la sua famiglia sono stati perseguitati. Ha chiesto asilo in Grecia e Albania, ma gliel'hanno negato, così ha tentato di raggiungere la Croazia. Ma nel tentativo di schivare un'auto per strada è finito in un dirupo e si è rotto la schiena. È stato soccorso e portato in ospedale a Rijeka (Croazia), dove – nonostante le sue gravi condizioni – la polizia l'ha prelevato e riportato in Bosnia. Adesso si trova su una sedia a rotelle. Per Labbaf abbiamo lanciato una petizione: ha bisogno di cure e assistenza, che non gli possono essere fornite dov'è ora. Chiediamo venga attivato un canale umanitario.

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In questo momento qual è la situazione a Trieste?
Nel 2021 c’è stata una riduzione sostanziale degli arrivi, quasi un blocco. Nei primi due mesi dell’anno sono arrivate in tutto poco più di 40 persone. Pochi giorni fa è stata la volta di una famiglia afghana con una bimba piccola, visibilmente provata. Per fare un confronto: nel mese di novembre dell’anno scorso gli arrivi sono stati 320. Stando a quanto raccontato dai migranti, il flusso si è interrotto per diversi motivi. In primis, sono aumentati i controlli e le violenze della polizia croata e slovena. Un altro fattore sono le cosiddette riammissioni al confine tra Italia e Slovenia, una pratica che consente alla polizia di frontiera italiana di restituire a quella slovena parte dei migranti intercettati al confine. Riammissioni che il 18 gennaio 2021 il tribunale di Roma ha dichiarato illegittime.

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Quali sono i prossimi passi relativi all'inchiesta che la vede coinvolto? 
Grazie all'avvocato, siamo riusciti a contattare la famiglia curdo-iraniana che abbiamo ospitato nel luglio 2019. Ci hanno subito dimostrato la loro solidarietà e hanno detto di essere disponibili a testimoniare a nostro favore. Ma si trovano in Germania, dove hanno fatto richiesta d'asilo e non hanno ancora ottenuto risposta. Questo rende complicato far sì che testimonino nei modi giuridicamente validi. Ci vorrà tempo. 

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