1995, un banchetto per la raccolta firme a sostegno del riuso sociale
1995, un banchetto per la raccolta firme a sostegno del riuso sociale

L'utilizzo sociale dei beni confiscati, una storia di 25 anni

Nel 1995, anno di nascita di Libera, cominciava la campagna a sostegno della legge che prevede il riutilizzo a scopi sociali dei beni confiscati alle mafie. Un percorso lungo che inizia nel 1982 e prosegue ancora oggi

Redazione <br> lavialibera

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7 marzo 2020

Case, terreni, aziende. In generale, i beni che lo Stato ha confiscato alla mafia possono essere riutilizzati per scopi sociali. Lo prevede la legge 109 del 1996, approvata il 7 marzo di quell’anno. Era stata presentata da alcuni deputati e promossa, attraverso una campagna di raccolta di firme, da Libera nel suo primo anno di vita. L'obiettivo era togliere i patrimoni accumulati dalle organizzazioni criminali con le loro attività illecite e "restituire il maltolto" alla società. Per farlo, però, bisognava cambiare alcune norme antimafia aggiungendo dei tasselli.

1982, la legge Rognoni-La Torre introduce sequestri e confische

La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali. A me interessa conoscere questa ‘accumulazione primitiva’ del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorteCarlo Alberto Dalla Chiesa - Generale e prefetto di Palermo

La legge chiamata Rognoni-La Torre ha introdotto nel codice penale il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso (articolo 416 bis) e anche i sequestri e le confische per i condannati. È stata approvata dal Parlamento il 13 settembre 1982 dopo l’omicidio del segretario del Pci in Sicilia, Pio La Torre, avvenuto il 30 aprile 1982, e dopo l’attentato al prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, avvenuto il 3 settembre. La Torre, segretario del Pci in Sicilia, era l’ideatore di queste nuove norme.

Il comma 7 del primo articolo della legge stabilisce che “nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego”. Questa norma è stata introdotta per poter intaccare anche le ricchezze accumulate dai mafiosi con i loro affari illeciti. “La Mafia ormai sta nelle maggiori città italiane dove ha fatto grossi investimenti edilizi, o commerciali e magari industriali – spiegava il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa a Giorgio Bocca in un’intervista de La Repubblica nell’agosto 1982 -. A me interessa conoscere questa ‘accumulazione primitiva’ del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne o alberghi e ristoranti à la page. Ma mi interessa ancora di più la rete mafiosa di controllo, che grazie a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio, controlla il potere”.

Le misure di prevenzione patrimoniali

Oltre alle confische stabilite dai giudici al termine di un processo ordinario, le leggi italiane prevedono anche un altro tipo di sequestri e confische. Sono le cosiddette misure di prevenzione patrimoniali. In questi casi il questore, il direttore della Direzione investigativa antimafia, il procuratore nazionale antimafia o il procuratore capo possono compiere indagini sui patrimoni di una persona “indiziata” (non necessariamente condannata) di essere vicina alla criminalità organizzata. Se dagli approfondimenti emergono ricchezze non giustificate dalle attività svolte, non proporzionate al reddito dichiarato e quindi probabilmente accumulate con attività illecite, allora si chiede al Tribunale (sezione misure di prevenzione) il sequestro ai fini della confisca. Se la confisca diventa definitiva, allora il bene diventa proprietà dello Stato e viene affidato all’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Ansbc).

Cosa è successo nel 1995?

Il frontespizio della petizione di Libera
Il frontespizio della petizione di Libera

Negli anni Novanta, dopo la stagione delle stragi di mafia, si è diffusa l'idea di restituire alla comunità le ricchezze accumulate illecitamente dalle mafie. “Le mafie restituiscono il maltolto” era il nome della campagna avviata da Libera nell’anno della sua nascita, il 1995, con l’obiettivo di raccogliere un milione di firme “per sollecitare modifiche alla legge 575 del 1965 (Disposizioni contro le organizzazioni criminali di tipo mafioso, anche straniere, ndr) e giungere ad una rapida confisca dei patrimoni mafiosi”, si legge in un articolo de La Repubblica del giugno 1995. La petizione chiedeva anche che fossero “rapidamente conferiti ai Comuni i beni immobili confiscati destinandoli a finalità sociali” e di “estendere la Cassa integrazione ai dipendenti delle aziende sequestrate e confiscate”, così che l'azione dello Stato non fosse subita come un danno da loro. “È necessario - spiegava allora Luigi Ciotti - che con procedure molto più veloci si confischino i beni a chi in modo illegale, e non sono solo i mafiosi, se li è procurati”. Questa campagna si aggiungeva alla proposta di legge proposta da alcuni deputati. La prima firma era dell’ex magistrato del pool antimafia di Palermo Giuseppe Di Lello Finuolo e tra gli altri promotori c’era anche l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il 7 marzo 1996 la commissione giustizia ha approvato la legge 109 in sede deliberante (cioè senza il passaggio in aula) e a legislatura finita, perché il presidente del Consiglio Lamberto Dini si era dimesso a gennaio (leggi qui l'iter della legge). Oggi quelle norme sono incluse nel codice antimafia, il decreto legislativo del 2011 che ha riordinato le leggi in materia definendo meglio anche il ruolo dell’Anbsc, nata nel 2010.

Il ruolo dell’Anbsc

Questa Agenzia, posta sotto il controllo del ministero dell’Interno e oggi presieduta dal prefetto Bruno Frattasi (leggi l'intervista), si occupa della destinazione dei beni confiscati e li amministra in attesa del passaggio di gestione. Quasi il 79 per cento dei beni immobili "destinati" è in mano ai Comuni. In altri casi, invece, i beni sono assegnati alle forze dell’ordine o altri organi dello Stato. Gli enti territoriali destinatari possono amministrare direttamente il bene o assegnarlo in concessione gratuita ad associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative, comunità terapeutiche e di recupero, associazioni di protezione ambientale, a patto che non siano a scopo di lucro, e operatori dell'agricoltura sociale.

In certi casi gli immobili devono essere destinati alla vendita per risarcire le vittime dei reati o ripagare i creditori. Un discorso a sé meritano le aziende. Se si può garantire la continuazione o la ripresa dell'attività produttiva, le aziende confiscate possono essere affittate a società oppure date in comodato, senza oneri a carico dello Stato, a cooperative create dai dipendenti dell’impresa confiscata. In alternativa possono essere vendute o messe in liquidazione per poter ripagare i creditori.

Come si può ottenere un bene confiscato in gestione?

Quando la confisca non è ancora definitiva, gli immobili possono essere dati in gestione in modo provvisorio e in via diretta dall’Anbsc. Se invece la confisca è definitiva, i beni sono affidati agli enti locali, come i comuni: spetta a loro pubblicare gli avvisi per cercare associazioni, organizzazioni, comunità o altri soggetti interessati a gestire l’immobile. Le associazioni e gli enti possono sottoporre all’ente territoriale competente il proprio progetto di utilizzo per finalità sociali, con le modalità previste da pertinenti prassi e regolamenti. Nel settembre 2019 l'Anbsc ha predisposto delle linee guida per la destinazione dei beni. Per i beni mobili è invece disponibile un’apposita procedura sul sito openregio.it cui possono accedere, previa registrazione, pubbliche amministrazioni, enti ed associazioni.

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