Non c'è futuro senza convivenza

Inchiodati al presente dimentichiamo che la Terra ci è stata data in prestito dai nostri figli

Francesco Remotti

Francesco RemottiProfessore emerito di Antropologia culturale dell'Università di Torino

15 gennaio 2021

Coesistere e convivere sono due verbi molto simili, quasi sinonimi, per cui nel linguaggio quotidiano li usiamo talvolta in maniera indifferenziata. A pensarci bene, veicolano però significati un po’ diversi. Se due persone abitano lo stesso alloggio, saremmo portati a dire che convivono, non che coesistono. Nella seconda metà del Novecento l’espressione “coesistenza pacifica” connotava la politica estera tra Stati Uniti e Unione Sovietica: in inglese si diceva peaceful coexistence e in russo mirnoye sosushchestvovaniye. Si diceva “coesistenza”, non “convivenza” (che in russo sarebbe sožitel'stvo, parola nella quale si intravede la radice žizn’, vita).

Il termine con-vivenza è costruito sull’idea del “vivere insieme” (in qualche misura, in qualche modo, a qualche livello). Co-esistenza invece contiene in sé tutt’altro tema. Esistere deriva dal latino ex-sistere, dove troviamo la preposizione ex- (da, fuori), e il verbo sistere, che significa stare, porsi, fermarsi (sistere è forma derivata e intensiva del verbo stostetistatumstare). A questo punto, possiamo immaginare che ex-sistere si addica a un oggetto il quale sta in qualche luogo. Ovviamente, non sta lì dall’eternità e dunque esce, emerge (ecco perché ex-) dal nulla, dalla terra, dalle mani dell’uomo e, fermandosi nel suo stare, manifesta appunto la sua esistenza. Un masso, una casa esistono: anche un albero, una persona, una società, uno Stato esistono. Se poi ci sono più alberi, più persone, più Stati che non si eliminano a vicenda, ma continuano a stare gli uni accanto agli altri entro un determinato spazio, diremo che essi coesistono.

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