Naturae. La vita mancata (1° quadro). Casa di reclusione di Volterra, 31 luglio 2020. Credits: Francesca Dalrì
Naturae. La vita mancata (1° quadro). Casa di reclusione di Volterra, 31 luglio 2020. Credits: Francesca Dalrì
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Armando Punzo, Compagnia della Fortezza: "Vado in carcere per fare teatro, non la carità"

Nel carcere di Volterra il teatro non ha alcuno scopo sociale o rieducativo. "Io e miei attori siamo alla pari", ci racconta il direttore artistico Armando Punzo

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

3 novembre 2020

Arrivando a Volterra dall’entroterra toscano lo sguardo cade subito lì. La Fortezza medicea sorge sul punto più elevato del colle. Edificata nel Quattrocento, è sede di un carcere maschile (fino al 2013 di alta sicurezza) a cui spesso vengono assegnati detenuti con ergastoli o lunghe pene. In questo torrido pomeriggio estivo siamo in pochi a entrare: 25 fortunati in tutto. In un’altra occasione saremmo 250, ma queste mura invalicabili agli uomini non lo sono per Covid-19. Il clima, però, è sereno e rilassato. Se non fosse per i moduli, le autocertificazioni e i controlli, non sembrerebbe nemmeno uno spettacolo in carcere. Naturae. La vita mancata- Primo quadro è l’ultimo capitolo di un lavoro triennale nato per festeggiare i trent’anni della Compagnia della Fortezza, prima e più longeva esperienza strutturata di teatro in un istituto penitenziario italiano. Fondata nel 1988 e tutt’oggi diretta dal regista, drammaturgo e attore Armando Punzo, 61 anni, è composta da un’ottantina di detenuti, coinvolti a vario titolo in tutti i mestieri del teatro: recitazione e rielaborazione drammaturgica, scenotecnica, fonica e audiovisivi, costumi e trucchi di scena. Mentre attendiamo nel cortile alberato interno al carcere, c’è grande attesa. I più sono spettatori affezionati, ma l’emozione è sempre la stessa ed è già parte dello spettacolo. Finalmente si comincia.

«C’è una forza, dentro, che ci trascina in avanti e allo stesso tempo un’altra forza, sempre dentro di noi, che ci vuole trattenere». Ad accoglierci c’è Punzo che con la sua voce ci conduce nel “campino”, a tutti gli effetti una cella all’aperto, lo spazio delle partite di calcio dell’ora d’aria o, come lo definisce lui, «un rettangolo di cemento incastonato tra mura medievali e sbarre, dove ho sperato, sognato, vissuto senza limiti». Qui negli anni hanno costruito il mondo. Nel 1998 per l’Orlando furioso realizzarono un labirinto di dieci metri per trenta alto circa quattro, talmente reale che gli agenti dovettero memorizzare il percorso per riuscire a fare la conta dei detenuti che si trovavano all’interno. L’anno seguente, in Insulti al pubblico, il campino si trasformò in un villaggio vacanze con tanto di piscina e palme. «Allora in carcere si sta bene!», fu l’immancabile commento di qualche spettatore.

Armando Punzo all'ingresso del "campino"
Armando Punzo all'ingresso del "campino"

«Come fare a dar forma a questa forza che vuole guardare oltre e non avere paura?». Le sbarre segnano lo spazio, simbolo inequivocabile del luogo in cui ci troviamo, ma l’atmosfera è magica e (quasi) non si notano. Più ci avviciniamo, più la bellezza sovrasta tutto il resto: dentro è un’esplosione di colori. La musica e le immagini che si susseguono sono ipnotiche, figure mitologiche si alternano a simboli biblici, il fascino scenico è intenso. «Sogno una patria che non ho mai avuto. Creo un’altra patria come fosse mia». Le parole pronunciate dagli attori restano come sospese nell’aria.

"Quando altri registi vengono qui, non capiscono come tutto ciò possa accadere. Funziona perché tutti sappiamo cosa stiamo cercando. Siamo una compagnia internazionale, ma parliamo la stessa lingua e lavoriamo molto di sguardi"Gaetano, detenuto-attore

Gaetano, detenuto-attore
Gaetano, detenuto-attore

«Nessun obbligo, nessuna forzatura. Non devo più essere, non recito una parte». Non c’è una vera trama, non un vero copione, ma un’estrema libertà di espressione. Lo sa bene Gaetano, che prima era nel carcere di Lecce e ha chiesto il trasferimento a Volterra per poter entrare a far parte della Compagnia: «All’inizio ho fatto molta fatica perché questa libertà di improvvisazione e movimento ti mette in una posizione scomoda. Per mesi cerchi disperatamente una strada per esprimere la tua idea, ma quando andiamo in scena scatta la magia e ognuno trova la propria energia». Un’energia intensa come il sole cocente che scioglie il trucco degli attori, ma del quale non sembrano curarsi: è il loro spazio, il loro tempo, conta solo lo spettacolo. Un’energia che non risparmia gli spettatori seduti all’ombra: gli attori coinvolgono con un’intensità difficile da sostenere, puntano lance rosso fiammante cercando senza paura il nostro sguardo.

«Conosco una sola beatitudine: diventare colui che inizia, uno che scrive la prima parola». Tutto in questo teatro elude le aspettative, anche il teatro stesso. L’obiettivo non è replicare la realtà con la miglior interpretazione possibile, ma uscire da sé. «Abbiamo cercato di riscrivere una genesi – ci spiega Punzo –. Tutte le volte che nella storia l’uomo ha cercato di raccontarsi all’inizio, alla fine è stato punito per la sua hybris (la tracotanza greca che porta gli uomini a considerarsi superiori e ribellarsi contro l’ordine costituito, ndr). Questa idea non mi va proprio giù: se pensassi che uno degli attori con cui lavoro da dieci o quindici anni è quello che è e rimarrà così per tutta la vita non metterei più piede in carcere. Serve un’idea altissima di speranza rispetto all’uomo».

Come ci si riesce in carcere?

“Se pensassi che i miei detenuti-attori non possano cambiare, non metterei più piede in carcere. Serve un’idea altissima di speranza rispetto all’uomo”Armando Punzo, direttore Compagnia della Fortezza

Il male deve essere trasparente. Se non lo fosse, non ci sarebbe più nulla da fare. E questo non è che non serve: produce ancora più male. Molte persone con un’idea di umanità diversa dalla mia mi dicono: «Vorrei vedere se avessero ammazzato tuo figlio!». Ma come faccio ad avere a che fare con Aniello Arena (ex camorrista condannato all’ergastolo che, dopo l’esperienza nella Compagnia, ha recitato nei film di Matteo Garrone venendo candidato nel 2012 al David di Donatello come miglior attore protagonista per Reality, ndr) e pensare ai crimini che ha commesso? Devo andare oltre la biografia dei miei attori e cercare un altro territorio di incontro: quello che ci offre la stanza di tre metri per dieci del nostro teatro dove le persone non corrispondono alle azioni compiute. Non tutti comprendono che se Aniello comincia un percorso del genere mette in crisi se stesso a livelli che noi non possiamo nemmeno immaginare.

Com’è entrato in carcere la prima volta?

A trent’anni non stavo bene da nessuna parte. Venivo dall’esperienza con il Gruppo internazionale “L’avventura” che aveva sede a Volterra e si ispirava a Jerzy Grotowski, un regista polacco tra i più famosi del secolo scorso il cui teatro metteva in discussione il mondo intero. Avevo bisogno di ripartire da zero. Un giorno ho alzato gli occhi e per la prima volta il mio sguardo si è posato sulla Fortezza. In maniera molto naïf ho pensato che lì ci fossero tante persone che non avessero niente da fare e che avrei potuto proporre loro di creare una compagnia di teatro. Ciò che mi ha convinto è stato proprio il carcere. Dopo aver scoperto Georges Ivanovi? Gurdjief e l’idea di un uomo macchina che non riesce a essere consapevole del suo essere, mi chiedevo quanto fossi prigioniero io. Il carcere era ed è tuttora per me metafora di una prigione più grande in cui siamo tutti rinchiusi.

E l’hanno fatta entrare senza problemi?

Per me non è mai stata una questione politica, sociale o rieducativa, ma ho capito subito che se avessi detto «Voglio fare una compagnia di teatro in carcere» non mi avrebbero fatto entrare. Così ho mentito spudoratamente e ho scritto un progetto con l’aiuto di assistenti sociali copiando un lessico che non mi apparteneva e tuttora non mi appartiene. La Regione e il Comune avevano una sensibilità enorme verso questi temi, così, dopo meno di un mese, stanziarono un piccolo finanziamento per un laboratorio di duecento ore. Ci sono rimasto per millecinquecento e dopo trentadue anni non ne sono ancora uscito.

Com’è stato all’inizio?

Nessuno credeva che volessi fare solo teatro. Gli agenti mi pensavano un infiltrato della camorra, i detenuti un infiltrato della polizia. Ci sono voluti un paio d’anni perché cominciassero a fidarsi.

Perché questa idea è così difficile da accettare?

Ogni volta che racconto l’idea della Compagnia, nella mente di chi mi ascolta, o c’è un rifiuto assoluto perché siamo di fronte a delinquenti e assassini oppure, quando va bene, è una questione immediatamente sociale dove i detenuti devono capire qualcosa mentre noi possiamo portare loro una parola di verità. Questo atteggiamento, per quanto onesto, è svilente e fa più bene alle dame di carità che non ai detenuti. Loro hanno solo bisogno di confrontarsi con altro da sé. Per fortuna il Dna del teatro è fare comunità e ragionare insieme. Gli stessi detenuti mi hanno confessato che non si erano mai sentiti trattati alla pari.

Qual è l’aspetto più faticoso di questa esperienza?

La vita carceraria, i meccanismi interni, mettere assieme tutte le persone. Il carcere è una specie di luogo impazzito in cui ognuno pensa per sé e va per la sua strada. Mille volte ho pensato di lasciare questo posto perché non ce la facevo più a reggere le milioni di difficoltà. Io non so se si può comprendere cosa significa, specialmente in questo periodo, creare un’opera all’interno di un carcere. Credo sia una delle cose più deliranti per i livelli di difficoltà, i limiti, le discussioni che devi affrontare e che non hanno nulla a che vedere con il teatro, ma che servono a creare la situazione in cui tu a un certo punto hai del tempo a disposizione e una tranquillità minima – ma davvero minima – per poter fare uno spettacolo.

Perché rimane?

Paul, detenuto-attore
Paul, detenuto-attore

A un certo punto il teatro riesce a creare questa alchimia incredibile per cui tutti si orientano per sostenere lo stesso obiettivo. La vita quotidiana, che pure non scompare mai, arretra e quel buco nero, quel luogo di chiusura, avvilimento e svilimento della persona che sembrava destinato a produrre solo morte, fiorisce. Per me ogni volta è un miracolo affascinante. E con miracolo intendo il lavoro quotidiano, in cui stai con le persone, cerchi di farti capire e capire gli altri. Ma non sono io che faccio, è un’idea più grande di me, un’idea di attenzione verso gli altri, di amore, di libertà, di bisogno di comprensione, di domande importanti da porsi e di risposte da cercare.

"Armando lavora con noi anche psicologicamente e ci offre una libertà artistica che ci fa tirare fuori cose che non pensavamo nemmeno di avere"Paul, detenuto-attore

Come funziona concretamente il lavoro teatrale?

Fabio, detenuto-attore
Fabio, detenuto-attore

Non tutti gli attori sono grandi lettori, ma c’è sempre un gruppo che legge tutto con me e i miei collaboratori. Partiamo da un’ipotesi iniziale e loro cominciano a fare proposte. Selezioniamo dei frammenti, li ingrandiamo e li attacchiamo su grandi fogli bianchi con cui tappezziamo i corridoi del carcere. A quel punto anche chi non legge comincia a orientarsi.

"Lo spettacolo cresce con noi, è un’idea che curiamo tutti assieme, è ricerca attoriale e di crescita personale"Fabio, detenuto-attore

Gli attori come vengono scelti?

Non vengono scelti, si lavora con chi è pronto a dare il meglio di sé. Io sono in carcere dalle nove del mattino alle sette di sera, ma nel nostro teatro ognuno arriva quando può. Aniello ha passato quasi un anno in fondo alla stanza a osservare con grande scetticismo. Poi a un certo punto ha cominciato spontaneamente a intervenire nel lavoro.

Ogni quanto vi vedete?

“Appena ti fermi il carcere si rimangia tutto: costruiamo per mesi scenografie incredibili e poi viene tutto smontato. Ogni volta vacilli ma poi rimani”Armando Punzo

Tutti i giorni ed è la nostra forza. C’è stata solo una pausa tra il primo e il secondo anno per un tempo burocratico. Al mio rientro erano tutti arrabbiati perché quando i riflettori si sono spenti il carcere si è richiuso su di loro in maniera ancora più forte. Tu pensi di fare tanto e appena ti fermi il carcere si rimangia tutto. Ogni anno la fine delle repliche è disperante. Costruiamo per mesi scenografie incredibili, interi mondi immaginari tra il campino, i corridoi e le celle, e poi tutto questo viene smontato. Ogni volta che accade ti chiedi se sarà sempre così faticoso, vacilli, ma poi conta il fatto che rimani.

Le è capitato di incontrare qualche attore fuori dal carcere, scontata la pena?

Certo. Quando facciamo le tournée nei teatri italiani o partecipiamo ai festival non tutti gli attori possono uscire, ma c’è un gruppo di attori che pur avendo lasciato la Compagnia continua a seguirci e all’occorrenza ci aiuta con le sostituzioni.

Che sogni ha per il futuro?

Un teatro stabile in carcere e le tournée almeno in Europa. Nella stanza del teatro di tre metri per dieci prima del Covid eravamo anche in 60 durante le riunioni. Come facciamo a fare formazione ampia e approfondita sui mestieri del teatro in questo modo? Il teatro stabile è un progetto a cui sto lavorando da vent’anni. Dopo l’arrivo di un finanziamento quattro anni fa, il 6 luglio sono iniziati i saggi archeologici. I tempi sono biblici perché si tratta di carcere e delinquenti. Per quanto riguarda le tournée, invece, per la Compagnia sarebbe una svolta cominciare a girare anche in Europa. È un argomento di nicchia, non facile da difendere a livello politico, ma per noi significherebbe avere accesso alle coproduzioni e far sì che questa esperienza diventi per loro un lavoro.

Ne parla come se questa fosse una compagnia come tutte le altre.

Credo sia la cosa che mi ha e ci ha salvati. Io capisco che sia estremamente faticoso confrontarsi con un’esperienza come la nostra rinunciando al senso comune, ma per me non c’è altra strada. È già complesso se uno lavora all’ombra di un grande teatro, con i camerini belli e stipendiato, figuriamoci in un carcere! Solo nel 2004 l’attività teatrale è stata riconosciuta come attività lavorativa, all’inizio i nostri attori dovevano usare i propri permessi premio per venire in tournée. Aniello ora di mestiere fa l’attore cinematografico, ma è mille volte più plausibile che i miei attori, una volta fuori, facciano lavori considerati ordinari. Sono conquiste lentissime.

Da lavialibera n°5 settembre/ottobre 2020

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