Romelu Lukaku (in centro) e Alex Witsel (a sinistra) del Belgio inginocchiati contro il razzismo prima dell'incontro contro il Portogallo a Seviglia il 27 giugno 2021 (Foto di Thanassis Stavrakis Epa/Ansa)
Romelu Lukaku (in centro) e Alex Witsel (a sinistra) del Belgio inginocchiati contro il razzismo prima dell'incontro contro il Portogallo a Seviglia il 27 giugno 2021 (Foto di Thanassis Stavrakis Epa/Ansa)

Guida al razzismo nel calcio italiano

Agli Europei 2020 la nazionale italiana di calcio non vuole inginocchiarsi per la campagna contro le discriminazioni. Da 30 anni la Serie A deve affrontare l'intolleranza contro giocatori con la pelle scura. Episodi così avvengono a tutti i livelli, soprattutto quelli giovanili, e le sanzioni non sono efficaci. Un termometro della società italiana

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

Aggiornato il giorno 2 luglio 2021

La protesta contro il razzismo nata sull'onda di Black lives matter, il movimento contro gli abusi della polizia statunitense a danno degli afroamericani, tiene banco anche durante i campionati europei di calcio, Euro 2020. Prima del fischio d'inizio delle partite, alcune squadre nazionali si sono inginocchiate per manifestare la loro adesione alla campagna contro le discriminazioni. La nazionale italiana allenata da Roberto Mancini, invece, aveva all'inizio lasciato libertà ai suoi giocatori: prima dell'incontro col Galles, Federico Bernardeschi, Andrea Belotti, Emerson Palmieri, Matteo Pessina e Rafael Toloi si sono inginocchiati, gli altri no. In vista delle altre partite, prima il capitano Giorgio Chiellini e poi il portavoce Paolo Corbi hanno ribadito una linea confusa: l'Italia si inginocchierà se lo farà la squadra avversaria "per sentimento di solidarietà e sensibilità verso l'altra squadra", ha detto Chiellini. "La squadra si inginocchierà per solidarietà con gli avversari e non per la campagna in sé, che non condividiamo", ha dichiarato Corbi. Una cosa è certa: si inginocchiano i giocatori del Belgio, avversari dell'Italia, tra i quali compare Romelu Lukaku, attaccante dell’Inter la cui famiglia è originaria del Congo, già oggetto di insulti razzisti.

Alla fine dell'agosto 2020 il campionato di basket statunitense, la Nba, si era fermato per un giorno in segno di protesta. Da mesi negli Stati Uniti gli afroamericani si battevano contro le violenze della polizia, una battaglia che era anche una richiesta di maggiori diritti e tutele. Da quasi trent’anni, invece, in Italia il calcio deve fare i conti con il razzismo senza mai trovare una soluzione, se non iniziative di facciata, né una forte reazione dei suoi protagonisti. Invece il massimo campionato di calcio in Italia, la Serie A, nella stagione 2019-20 (prima della chiusura degli stadi causa Covid) è stata segnata da molti episodi. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, il 6 novembre 2019, rendeva noto che fino ad allora (si era da poco giocata l’11a giornata di campionato) negli stadi italiani erano stati registrati 15 episodi di violazione della legge Mancino (leggi sotto) e individuati 18 responsabili. Vittime sempre, o quasi sempre, i giocatori di colore: tra di loro Lukaku, Franck Kessie, centrocampista del Milan e della Costa D’Avorio, Juan Jesus, difensore brasiliano della Roma, Kalidou Koulibaly, difensore del Napoli e del Senegal nato in Francia, e Mario Balotelli, attaccante del Brescia e della Nazionale italiana nato a Palermo da genitori originari del Ghana. Già tanti, considerando che soltanto una parte dello scorso campionato è stata giocata con gli spalti aperti al pubblico. E non stiamo prendendo in considerazione i cori di “discriminazione territoriale”, indirizzati soprattutto contro Napoli e i napoletani, o le espressioni antisemite.

Devi capire che l'Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un VERO problema. Capiamo che ciò è quello che possa esserti sembrato ma non è così. In Italia usiamo certi 'modi' solo per 'aiutare la squadra' e cercare di rendere nervosi gli avversari non per razzismo ma per farli sbagliareGli ultras dell'Inter a Lukaku

Il primo episodio noto è quello di Lukaku, avvenuto durante la partita Cagliari-Inter il 1° settembre 2019, insultato da alcuni tifosi di casa. Stranamente a difendere questo comportamento erano stati gli ultras dell’Inter che, in una lettera al loro attaccante, spiegavano il gesto: “Lukaku spiace molto che tu abbia pensato che quanto accaduto a Cagliari sia stato razzismo. Devi capire che in tutti gli stadi italiani la gente tifa per le proprie squadre ma allo stesso tempo la gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per 'aiutare le proprie squadre'”. E ancora: “Non siamo razzisti allo stesso modo in cui non lo sono i tifosi del Cagliari. Devi capire che l'Italia non è come molti altri paesi europei dove il razzismo è un VERO (in maiuscolo nel testo originale, ndr) problema. Capiamo che ciò è quello che possa esserti sembrato ma non è così. In Italia usiamo certi 'modi' solo per 'aiutare la squadra' e cercare di rendere nervosi gli avversari non per razzismo ma per farli sbagliare. Noi siamo una tifoseria multietnica ed abbiamo sempre accolto i giocatori provenienti da ogni dove sebbene anche noi abbiamo usato certi modi contro i giocatori avversari in passato e probabilmente lo faremo in futuro''. Poi un clamoroso invito da parte degli ultras: ''Ti preghiamo di vivere questo atteggiamento dei tifosi italiani come una forma di rispetto per il fatto che temono i gol che potresti fargli non perché ti odiano o son razzisti''. Una totale inversione delle parti. Gli insulti a un giocatore di razzismo: a) non sono razzismo perché servono a rendere nervosi gli avversari; b) non sono razzismo perché in Italia ce n’è meno che altrove; c) quegli insulti devono essere anzi considerati come “una forma di rispetto”.

Abbiamo una cultura identitaria di un certo tipo, siamo una tifoseria che è dissacrante, che prende per il c... il giocatore pelato, quello con i capelli lunghi, il giocatore meridionale e il giocatore di colore, ma non lo fa con istinti politici o razzisti. Questo è folkloreLuca Castellini - Dirigente Forza Nuova e ultras del Verona
3 novembre 2019, Verona. La partita viene sospesa per gli insulti degli ultras della Hellas contro Mario Balotelli, attaccante del Brescia (Claudio Martinelli/LaPresse)
3 novembre 2019, Verona. La partita viene sospesa per gli insulti degli ultras della Hellas contro Mario Balotelli, attaccante del Brescia (Claudio Martinelli/LaPresse)

“Folklore”: così Luca Castellini, capo ultras dell’Hellas Verona e dirigente nazionale di Forza Nuova, movimento di estrema destra, etichettava i cori razzisti contro Mario Balotelli il 3 novembre 2019 durante Verona-Brescia: “Noi abbiamo una cultura identitaria di un certo tipo, siamo una tifoseria che è dissacrante, che prende per il c... il giocatore pelato, quello con i capelli lunghi, il giocatore meridionale e il giocatore di colore, ma non lo fa con istinti politici o razzisti. Questo è folklore, si ferma tutto lì”. Folklore, in alternativa si usa anche “goliardia” per sminuire questi episodi. Nonostante questo, secondo lui “Balotelli è italiano perché ha la cittadinanza italiana ma non potrà mai essere del tutto italiano”.

Gli episodi sono molti e le responsabilità non sono tutte della “massa” di tifosi nelle curve degli stadi. Si arriva ai massimi livelli della Federazione italiana gioco calcio (Figc) con l’ex presidente Carlo Tavecchio. Nell’estate 2014, in qualità di candidato alla guida della Figc, aveva contestato i metodi di selezione dei calciatori extracomunitari così: “L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare . Noi, invece, diciamo che Opti Pobà (nome inventato, ndr) è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio. E va bene così. In Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum e il suo pedigree”. 

Dalla Serie A al calcio dilettantistico

La tendenza è in aumento, denuncia l’Associazione italiana calciatori – il “sindacato” degli sportivi – che a partire dalla stagione sportiva 2013/2014 ha istituito un osservatorio per monitorare tutti gli atti di violenza, intimidazione e minacce nei confronti dei calciatori, sia professionisti sia dilettanti. Nella scorsa stagione ha voluto dedicare un report sugli episodi di razzismo perché, come spiegava Damiano Tommasi, ex calciatore della Roma e della nazionale e ora presidente dell’organizzazione, “da tanti anni, ormai, si lanciano campagne, si propongono spot o percorsi formativi ma alla fine resta una sensazione enorme di impotenza”. E ha ragione.

Nei campionati giovanili sono purtroppo in aumento gli episodi di discriminazione e forse la riflessione si deve indirizzare proprio sulle nostre famiglie, oltre che alle istituzioniDamiano Tommasi - Presidente Associazione italiana calciatori

In sei stagioni analizzate, l’osservatorio ha rilevato quasi seicento casi. Nella stagione 2018/19il 66% degli episodi di razzismo censiti è avvenuto all’interno di uno stadio: “Vale a dire che 2 episodi su 3 sono offese, insulti, striscioni, cori, minacce … da parte delle tifoserie presenti sugli spalti”. Il restante 34% dei casi di razzismo è avvenuto sul campo di gara, con calciatori che minacciano o insultano gli avversari stranieri. I casi sono stati registrati soprattutto nel Nord Italia. Un caso su cinque è avvenuto nel Lazio, leggermente sopra la Lombardia, regioni dove si disputano più partite. La serie A è quella in cui sono stati registrati più casi (il 32%), seguita dalle partite dei settori giovanili (16%). L’ambito delle giovanili è anche quello in cui si registra una percentuale più alta di episodi di razzismo sul campo, tra i più piccoli. Questo vale soprattutto quando si guarda al numero di episodi di razzismo sul campo, come si può vedere nel grafico seguente sugli episodi avvenuti nei campi di calcio dei campionati non professionistici. “Nei campionati giovanili sono purtroppo in aumento gli episodi di discriminazione – osserva il presidente dell’Aic, Tommasi – e forse la riflessione si deve indirizzare proprio sulle nostre famiglie, oltre che alle istituzioni”.

campi di provincia, quindi, non sono esenti, ma così lontani dai riflettori fanno meno notizia. Un caso però ha avuto risalto. Il 24 novembre 2019 a Bagnolo (Reggio Emilia) l’arbitro della partita tra Bagnolese-Agazzanese espelle il portiere avversario, Omar Daffe, originario del Senegal, che ha abbandonato il campo per protestare contro gli insulti razzisti a lui rivolti da un uomo in tribuna. I compagni di squadra, per solidarietà, hanno abbandonato il campo. Il giudice sportivo ha squalificato il portiere per una giornata e inflitto la sconfitta a tavolino della sua squadra e un punto di penalizzazione. Se ti ribelli al razzismo e all’inerzia delle “istituzione”, la paghi. Daffe, in seguito, è stato chiamato alla guida dell’Ufficio antirazzismo della Lega nazionale professionisti di serie A.

Calciatori neri bersagliati. Una lunga storia di razzismo

Germano in campo era un po’ indolente e pare venisse stimolato da insulti razzisti tipo 'bongo, bongo…’Lamberto Gherpelli - Autore di "Che razza di calcio"

I primi calciatori dalla pelle scura sono arrivati in Italia negli anni Sessanta. La storia del brasiliano José Germano de Sales, acquistato nel 1962 dal Milan (passato poi al Genoa), ha degli episodi che ricordano quelli avvenuti più di cinquant’anni dopo. “Germano in campo era un po’ indolente e pare venisse stimolato durante gli allenamenti da insulti razzisti tipo 'bongo, bongo…’ – ricorda Lamberto Gherpelli in Che razza di calcio (Edizioni Gruppo Abele, 2018) –. Finì sulla copertina di un settimanale calcistico dell’epoca soprattutto per la sua relazione con la contessina Agusta, con un titolo che oggi farebbe rabbrividire: ‘1962-63: il negro è di moda’. Anche il Guerin sportivo dedicò una vignetta alle nozze tra Giovanna Agusta e Germano, in cui i parenti di lui erano disegnati come cannibali, con l’anello al naso (a conferma che i neri erano comunque considerati ‘selvaggi africani’, anche quando erano brasiliani!)”. Insomma, c’è tutto: la lettera degli ultras dell’Inter sugli insulti che stimolano e le parole di Tavecchio.

Si deve passare poi agli anni Ottanta per altri episodi: all’inizio di quel decennio si riapre la possibilità di acquistare giocatori stranieri e nei club italiani ne arrivano di più. A Udine arriva un peruviano, Geronimo Barbadillo, obiettivo di avvertimenti razzisti da parte della tifoseria più oltranzista: “Negro di merda, vattene”, fu scritto fuori da casa sua in un periodo di trattative per la rescissione del contratto con l’Udinese nel 1986. Il peruviano ricevette anche telefonate minacciose. Una parte di quella stessa tifoseria tre anni dopo contestò l’acquisto di un calciatore, l’israeliano Ronnie Rosenthal: “Via gli ebrei dal Friuli” e “Rosenthal vai nel forno” erano le scritte fatte sui muri dagli Hooligans Teddy Boys. Le scritte erano accompagnate da una svastica.

Nel 1992 fanno scalpore altre proteste. A Roma è atteso Aron Mohamed Winter, calciatore della Nazionale olandese. Deve indossare la maglia della Lazio, ma per gli ultras biancocelesti c’è un problema: Winter è nero ed è ebreo. Sui muri della città compaiono scritte come “Winter Raus”, “Gli ebrei non li vogliamo, la purezza della Lazio rivendichiamo”.

28 aprile 1996, Verona. Allo stadio “Bentegodi” di Verona viene esposto un fantoccio impiccato e uno striscione: "Il negro ve lo hanno regalato, mandatelo a pulire lo stadio". L’Hellas Verona ha acquistato l’olandese Maickel Ferrier e gli ultras (già autori di episodi contro i meridionali e fischi ai giocatori neri come Winter, Marcelle Desailly e altri) non gradiscono il suo arrivo. L’arrivo di Ferrier a Verona, come quello di Rosenthal a Udine, salta: le società sono sotto scacco degli ultras.

È soltanto una prima parte di una lunga rassegna di episodi di questi ultimi trent’anni di cronache calcistiche in cui compaiono striscioni razzisti, cori “uh uh uh” che imitano il verso delle scimmie, lanci di banane in campo, come fecero i tifosi dell’Atalanta contro due giocatori del Milan nel 2014.

Le sanzioni (non sempre efficaci)

Questi comportamenti sono puniti, ma finora non è servito ad arginare il problema: le sanzioni non sembrano scoraggiarli. C’è la legge Mancino (legge 205/1993). Condanna gesti, azioni e slogan legati all'ideologia nazifascista, che incitano alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Prevede la reclusione fino a un anno e sei mesi o con la multa fino a seimila euro di chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico, o istiga a commettere o commette atti discriminatori. Inoltre rischia la reclusione da sei mesi a quattro anni di chi incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Come ricordato all’inizio, soltanto nel corso delle prime undici giornate della serie A della scorsa stagione erano stati registrati 15 episodi.

Uno degli strumenti utilizzati per sanzionare i tifosi è il Daspo, cioè il “Divieto di accedere alle manifestazioni sportive” e può essere emesso dalla questura oppure da un tribunale al termine di un processo. Non sono colpiti soltanto i responsabili di gesti violenti, risse, aggressioni, lanci di oggetti, ma anche chi intona o “lancia” cori discriminatori. Individuare i responsabili, però, non è semplice.

A livello sportivo, poi, agiscono gli organi giudiziari della Figc in base al codice di giustizia sportiva. L’articolo 28 punisce “con la squalifica per almeno dieci giornate di gara o, nei casi più gravi, con una squalifica a tempo determinato e con la sanzione prevista dall’art. 9, comma 1, lettera g) (divieto di accedere a manifestazioni ufficiali, ndr) nonché, per il settore professionistico, con l’ammenda da euro 10mila ad euro 20mila”, chi ha un “comportamento discriminatorio”.

La decisione viene presa dopo il deferimento della procura federale, equivalente alla richiesta di rinvio a giudizio, che sarà seguita da un processo della corte sportiva o dal patteggiamento.

In base al codice di giustizia sportiva le società rischiano sanzioni come multe o la chiusura di settori dello stadio nel caso in cui la loro tifoseria si renda responsabile di comportamenti discriminatori come cori o striscioni. È la cosiddetta “responsabilità oggettiva” che durante la scorsa stagione la Figc ha cambiato perché aveva provocato un effetto perverso: siccome i club dovevano automaticamente pagare multe per i cori di discriminazione territoriali, i gruppi ultras approfittavano di questa norma così da ricattare le società e ottenere benefici, come sconti su biglietti o abbonamenti. Come dire: “Se non ci dai quanto chiediamo, facciamo un coro e avrai una multa da pagare”. L’automatismo è stato tolto e il club viene sanzionato per i comportamenti dei loro sostenitori soltanto nel caso in cui non abbiano preso provvedimenti per prevenire questi episodi e nel caso in cui non abbia collaborato con le autorità.

Durante la stagione 2018-19, inoltre, dopo gli episodi di razzismo contro Koulibaly e Bakayoko, sono state migliorare le norme per interrompere e sospendere la partita in caso di cori razzisti. Una volta che i rappresentanti del ministero dell’Interno e della procura Figc accertano questi comportamenti, il primo ordina all’arbitro l’interruzione (momentanea) o la sospensione (definitiva) del match. La squadra la cui tifoseria è responsabile rischia di perdere a tavolino in caso di sospensione.

C’è da dire, però, che alcuni episodi della passata stagione non sono stati puniti. A Cagliari, ad esempio, nessuno è stato in grado di individuare gli autori o il settore da cui sono partiti i cori contro Lukaku perché non sono stati sentiti dal personale in servizio. In altre occasioni, invece, i club se la sono cavata con multe da poche migliaia di euro o la chiusura del settore per un turno, provvedimenti ridicoli per società dai bilanci multimilionari: la Lazio, ad esempio, è stata sanzionata con 20mila euro di multa per i cori dei suoi tifosi contro Balotelli.

"Gli insulti sono soltanto parole”. No

Alcune delle ragioni avanzate da chi difende questi comportamenti, sminuendone la gravità, è che cori, scritte ingiuriose, insulti sui social network non siano nient’altro che parole e che dalle parole non si passi ai fatti. Eppure alcuni casi di cronaca dimostrano il contrario. In Veneto e a Roma tra gli aggressori di alcuni migranti c’erano degli ultras del Treviso o della Roma. A Torino, a protestare contro i richiedenti asilo che occupavano alcuni stabili dell’ex villaggio olimpico, c’erano esponenti della tifoseria organizzata del Torino Fc. Ultras del gruppo “Bravi ragazzi” della Juventus sono stati condannati per il rogo appiccato al campo rom della Continassa al termine di una protesta nata in seguito a una notizia falsa, uno stupro mai avvenuto. Infine si arriva a un caso eclatante, quasi rimosso dalla memoria collettiva, cioè l’omicidio di un richiedente asilo nigeriano, Emmanuel Chidi Namdi, ucciso il 5 luglio 2016 da un ultras della Fermana, Amedeo Mancini, che aveva innescato un diverbio insultando la compagna del migrante (qui il racconto di Alessandro Leogrande su Internazionale). Se non bisogna additare l’insieme del mondo ultras come razzista, bisogna però riconoscere che certi atteggiamenti di intolleranza, prevaricazione e violenza xenofoba trovano un terreno fertile e difensori in questo ambito. Lo dimostra l’evoluzione del movimento ultras.

Gli hooligans nel Regno Unito nascono quasi come bande giovanili su base territoriale, mentre in Italia il fenomeno arriva negli anni Sessanta e assume alcuni aspetti tipici della contestazione, come l’organizzazione, le riunioni settimanali, i tesseramenti, l’abbigliamento e talvolta slogan e nomi. Negli anni Ottanta, anni del riflusso, avviene un ricambio generazionale: aumentano gli scontri, i gruppi legati all’estrema destra prendono il sopravvento e dopo la caduta del Muro di Berlino prendono piede anche caratteri xenofobi. Da allora diventano egemoni.

Secondo i dati dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive istituito dal ministero dell’Interno, dati contenuti nel rapporto del 2015 e diffusi da alcuni media, nella stagione 2014-2015 c’erano 382 gruppi, composti da circa 39.600 supporter: 141 si schierano politicamente e di questi 45 hanno una connotazione generica di destra e 40 di estrema destra, per un totale stimato intorno agli ottomila tifosi. Sono notoriamente di destra gli Irriducibili della Lazio, a lungo guidati da Fabrizio “Piscitelli” Diabolik e ora chiamati Ultras Lazio, e quella dell’Hellas Verona. Entrambe le tifoserie sono molto vicine a Forza Nuova. Uno dei principali capi della seconda tifoseria, Luca Castellini, è addirittura dirigente nazionale della formazione politica fondata da Roberto Fiore.

La risposta popolare e antirazzista

C’è anche un calcio che, dal basso, si batte contro il razzismo, per diffondere l’inclusione, l’integrazione e il rispetto. Gli esempi sono molti: da più di venti anni in Italia si giocano i Mondiali antirazzisti, organizzati dalla Uisp (Unione italiana sport per tutti) e le manifestazioni simili organizzate anche a livello locale, come Balon Mundial, un torneo a cui partecipano rappresentative nazionali composte da migranti nella provincia di Torino.

Da una decina d’anni cresce il fenomeno del calcio popolare, basato sull’autofinanziamento, il volontariato, l’azionariato diffuso (staff, calciatori e tifosi sono “azionisti”). Dietro ci sono progetti inclusione, partecipazione, diffusione dello sport e di uno spirito contrario alle discriminazioni razziali o sessiste. La crescita di questo fenomeno va visto in contrapposizione a un calcio sempre più guidato da logiche economiche. Le squadre sono ormai diffuse in molte città d’Italia, tra queste citiamo realtà ormai ben radicate come l’Atletico San Lorenzo a Roma o il Centro Storico Lebowski a Firenze. In questi due ambiti, i tornei antirazzisti e il calcio popolare, possiamo trovare squadre composte interamente da migranti come il Napoli United (nato come Afronapoli United) o il Sant'Ambroeus a Milano.

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