Foto di Arnaud Jaegers (Unsplash)
Foto di Arnaud Jaegers (Unsplash)

Valle d'Aosta, patti tra politici e mafiosi per una manciata di voti

Parte il processo Geenna, che vede tre politici accusati di rapporti con la 'ndrangheta. Sullo sfondo una competizione elettorale difficile, la caccia al voto e la promessa di ricchi pacchetti di preferenze

Joselle Dagnes

Joselle DagnesRicercatrice di sociologia economica, Università di Torino

9 giugno 2020

Dopo la sospensione dovuta a Covid-19, mercoledì 3 giugno è cominciato al Tribunale di Aosta il processo ordinario a tre politici valdostani accusati di aver avuto scambi e rapporti affaristici con alcuni presunti esponenti della 'ndrangheta. Gli imputati sono Marco Sorbara, consigliere regionale sospeso, Monica Carcea, ex assessore a Saint-Pierre – entrambi accusati di concorso esterno in associazione mafiosa – e Nicola Prettico, consigliere comunale ad Aosta sospeso, accusato di voto di scambio. Un caso emblematico di relazioni e scambi che possono instaurarsi tra politici locali ed esponenti criminali, anche nel nord Italia. 

La Valle d’Aosta ha poco meno di 130 mila abitanti, la Lombardia circa dieci milioni. Eppure la più grande e la più piccola delle regioni del Nord-Ovest vantano lo stesso numero di consigli comunali sciolti per infiltrazione mafiosa: uno a uno. Sedriano, nell’hinterland milanese, nel 2013, e Saint Pierre, vicino ad Aosta, all'inizio di febbraio.

Nel frattempo in Trentino-Alto Adige è scattata la prima operazione antimafia che ha permesso di individuare una locale di 'ndrangheta a Bolzano

Sappiamo che il percorso di scioglimento non è privo di discrezionalità e che a un uguale numero di comuni sciolti in un territorio non per forza corrisponde un uguale livello di contaminazione mafiosa. Ma il dato rende bene l’idea di quanto accaduto in Valle d’Aosta nell’ultimo anno, a partire dall’operazione Geenna di gennaio 2019 – da cui discende lo scioglimento del consiglio comunale di Saint Pierre – fino ad arrivare all'indagine Egomnia, nuova tranche dell’inchiesta, uscita a dicembre, che indaga lo scambio politico-mafioso avvenuto in occasione delle elezioni regionali del 2018. Secondo gli inquirenti, almeno un quinto del consiglio eletto avrebbe beneficiato del sostegno della locale valdostana di ‘ndrangheta. Tra questi, quattro ex presidenti di Regione che hanno tentato di intercettare pacchetti di voti grazie all’intermediazione di alcuni soggetti poi rivelatisi esponenti mafiosi, sostiene l’inchiesta.

Le inchieste della Dda sulla 'ndrangheta in Valle d'Aosta hanno avuto pesanti conseguenze sulla politica e sulle amministrazioni locali

Con la modifica degli accordi tra governo nazionale e quello locale, l’afflusso di risorse sul territorio è calato e i partiti autonomisti hanno perso forza. Il consenso era fondato sulla distribuzione a pioggia di incentivi

Ed è proprio alla situazione politica valdostana che bisogna guardare per capire come mai, in anni recenti, la ‘ndrangheta è riuscita a conquistare così tanto spazio nella regione autonoma. Negli ultimi dieci anni, con la modifica sostanziale degli accordi finanziari tra governo nazionale e governo locale a seguito della crisi del 2007, l’afflusso di risorse economiche sul territorio è nettamente diminuito. Parallelamente, i principali partiti autonomisti – primo fra tutti, l’Union Valdôtaine – hanno perso forza, dato il sostanziale venir meno di un sistema di costruzione del consenso fondato sulla distribuzione a pioggia di incentivi e contributi economici. La competizione elettorale si è fatta così più aspra e, in occasione delle ultime elezioni, si è scatenata una vera e propria caccia al singolo voto e a coloro che dichiaravano – forse millantando – di poter garantire cospicui pacchetti di preferenze.

In questo clima, un’attenzione particolare è stata rivolta agli elettori di origine calabrese, che in Valle d’Aosta costituiscono quasi un terzo della popolazione, con una provenienza prevalente da San Giorgio Morgeto. La percezione che esista un voto calabrese compatto – e che sia possibile intercettarlo prendendo accordi con presunti referenti della comunità – è infatti molto diffusa nella classe politica locale, tanto che in passato non sono mancati esempi di candidati valdostani che, durante la campagna elettorale, hanno invitato ai loro comizi cittadini sangiorgesi di rilievo o che, addirittura, si sono recati nel comune reggino per auto-promuoversi.

Un consigliere regionale, Alberto Bertin, da anni denunciava gli affari illeciti della criminalità organizzata in Valle d'Aosta. Per questo è stato isolato e minacciato

I soggetti che sono stati poi accusati di fare parte della locale valdostana di ‘ndrangheta hanno perciò avuto vita facile nel presentarsi come portatori di voti della comunità calabrese, incontrando una classe politica disponibile a stringere accordi e magari solo in seguito a interrogarsi sugli esatti termini dello scambio. In realtà, che gli ‘ndranghetisti fossero davvero capaci di orientare le preferenze elettorali altrui è tutt’altro che scontato (come afferma in una intercettazione uno dei principali indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso dell’inchiesta Geenna: “Premetto io ho votato a tutti e io ho promesso il mio voto a tutti”), ma si tratta di un aspetto che ha un’importanza relativa. Nello scenario politico descritto, infatti, il successo può essere determinato da una manciata di voti (“Ma anche piccolo che sia... Capisci… anche 5... 10 voti sono importanti”). Ciò che è rilevante, invece, accanto al doveroso allarme per la presenza mafiosa in Valle d’Aosta, è una riflessione seria sulle modalità di raccolta del consenso elettorale e sui rischi che queste comportano.

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