Foto di Adobe Stock
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Gli occhi di Domenico e il potere della droga

Per me la tossicodipendenza è il volto di Domenico: 41 anni, le guance scavate e due occhi puri, ultimo baluardo del suo corpo abbandonato all'incuria. L'ultima volta che l'ho visto si preparava a passare la notte fuori. Che fine avrà fatto ora che il coronavirus l'ha reso ancora più invisibile?

Federico Pozzi

Federico PozziStudente di Politics and policy analysis alla Bocconi

23 maggio 2020

Se penso a quanto dolore sta provocando il virus, mi tornano in mente le immagini di chi, già prima della pandemia, non aveva una vita facile. Nel cuore ho un incontro. Servivo pasti ai senzatetto, avevo diciotto anni: forse proprio per questo mi è rimasto così impresso. A distanza di quattro anni, ho ancora in testa il ricordo del suo volto tumefatto dalla droga. Già, la droga. Lui è Domenico.

Domenico ha 41 anni, ma quando glieli chiedo sembra che se li sia dimenticati e ha bisogno di contarli. Fa un paio di conti con le dita cercando aiuto nella volontaria alla mia destra. Noto i suoi occhietti interroganti e azzurrissimi, scavati con troppo vigore in un viso ossuto e stanco, la pelle è ingiallita per la droga o forse per il freddo e perfino le sue mani nere, dure e incallite, mi sono così nuove. Gli occhi, però, sono rimasti puri, come l’ultimo baluardo di un corpo abbandonato alla sporcizia e all’incuria. Domenico, forse solo grazie ai suoi occhi, rimane un bell’uomo.

Giochicchia con un bicchiere di tè mentre racconta la sua tossicodipendenza: per bucarsi ha lasciato la famiglia e la ragazza a Manfredonia, ha speso tutto quello che aveva in eroina e crack e anche adesso, se potesse permetterselo, si farebbe una siringa.  Mi parla di se stesso con disprezzo, mi dice che mentre si buca si sente un’altra persona: è la droga che, come un male che lo affligge, lo obbliga a bucarsi contro la sua lucida volontà. Smette quando se la sente, dice, ma non è adesso il momento.

La tossicodipendenza è la merda che lo ha portato giù, a vivere per strada, a rinchiudere la sua casa in uno zainetto malconcio e in una busta della spesa; il crack gli ha tolto la carne dalle ossa, gli ha portato le verruche e la tosse, gli ha rotto la voce, gli ha fatto anche cadere qualche dente e chissà cos’altro. Ha avuto pietà solo per i suoi occhi, ma si è preso tutto il resto. Il crack però è tutto: è anche l’angelo che lo tiene a galla. Senza la droga morirebbe, il crack allevia il dolore distruggendolo. È ricattato.

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È un fiume in piena, animandosi ha anche rotto il bicchiere di tè che teneva in mano e lo ha spanto un po’ per terra e un po’ sulla tuta. Ci mette un po’, ma poi se ne accorge, raccoglie il bicchiere e lo butta. Questo lo interrompe e lo tranquillizza per un attimo.

Vicino a lui un ragazzo di colore cerca una coperta, ma sono finite. Domenico lo vede, prende quella che gli era stata consegnata poco prima e gliela dà. L’altro ragazzo gli sorride e lo ringrazia fraternamente. La volontaria alla mia destra gli chiede perché l’avesse fatto: stanotte patirà molto il freddo cane che questa sera fa battere i denti perfino a me che sono imbacuccato fino ai capelli. Risponde che nello zaino ne ha un’altra e che al ragazzo serviva di più che a lui.

Che fine avrà fatto Domenico? Cosa sarà successo a lui e a tutti quelli che una casa dove rifugiarsi non l’avevano nemmeno prima? Purtroppo, da quel giorno non l’ho più rivisto. Mi rimane quel suo gesto e la paura che tanti, come lui, possano vivere la stessa condizione nei prossimi mesi.

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