(Afif Kusuma - Unsplash)
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Covid, cacciato dopo la denuncia: "Si tuteli il whistleblower"

Per non spaventare gli anziani della Rsa, ai lavoratori fu impedito di indossare mascherine. Dopo la denuncia, sono stati sospesi. Uno di loro licenziato per le interviste. L'avvocato: "Decisione punitiva"

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

20 maggio 2020

“Dovrebbero ringraziarmi. Io penso che dovrebbero essere soddisfatti di avere un dipendente onesto, non un bugiardo. Invece loro vogliono persone che stiano in silenzio”. Hamala Diop, 25enne della provincia di Milano, lavorava da quasi tre anni come operatore sanitario per la cooperativa sociale Ampast. Con altri colleghi assisteva gli anziani ospitati nella residenza sanitaria assistenziale (Rsa) dell’istituto Palazzolo a Milano, una delle strutture della Fondazione Don Gnocchi, attiva nella sanità privata non profit. Insieme hanno denunciato il fatto che, alla fine di febbraio, quando sono scoppiati i focolai di Covid-19 in Lombardia, la fondazione ha chiesto agli operatori delle loro strutture di non indossare le mascherine perché avrebbero spaventato gli ospiti, tanto non c’erano rischi. E invece all’istituto Palazzolo, dove a metà marzo è stato allestito un reparto Covid, e al centro Girola, altra Rsa della fondazione, sono stati registrati quasi 150 morti.

Chi è il whistleblower 

Invece Diop è stato licenziato perché si è fatto portavoce della denuncia, spiegando ai media cosa fosse avvenuto all’interno della Rsa dove i vertici – sostengono i lavoratori – avevano messo un freno all’uso di dispositivi di protezione individuali (dpi). Un intento da punire, secondo la cooperativa nata nel 2009 con l’intento di “perseguire l’interesse generale della comunità alla promozione umana e all’integrazione dei cittadini facenti parte delle categorie più deboli”: “La sua condotta è risultata configurare azioni in grave contrasto con i principi della cooperativa e di grave nocumento alla società”, ha scritto il legale rappresentante nella lettera di licenziamento. La colpa? Non essersi limitato a sporgere denuncia, ma anche averne parlato ad alcune tv e a un giornale, un gesto non gradito che avrebbe danneggiato l’immagine della cooperativa e della Fondazione Don Gnocchi.

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Il caso dell'istituto Palazzolo

L'istituto Palazzo a Milano (dal sito dongnocchi.it)
L'istituto Palazzo a Milano (dal sito dongnocchi.it)

“Ho ricevuto la lettera il 6 maggio. C’era scritto che venivo licenziato in tronco perché avevo parlato con i media, ma io non ho mentito. Ho raccontato quello che è successo senza essere mai smentito”, racconta Diop a lavialibera. Ricorda che il 24 febbraio c’è stata una riunione dei dirigenti della struttura con i capireparto. In quell’occasione sarebbe stata impartita la direttiva. “La dirigente ci ha fatto sapere di non utilizzare le mascherine perché non c’era nessun paziente delle zone rosse, nessun positivo”. Dai primi di marzo le riunioni si intensificano. “Andavano i capisala e noi, che siamo alla base della struttura e passiamo più tempo coi pazienti, no”.

Il 14 marzo su Whatsapp lui e i colleghi ricevono un documento datato 10 marzo: “Ci hanno informato che avevano registrato un caso. Nel frattempo, in quei giorni senza informazioni, noi potremmo esser stati contagiati, potremmo aver portato il virus sui mezzi pubblici e nelle nostre famiglie”. È a quel punto che lui e i suoi colleghi decidono di passare all’azione. Si rivolgono all’avvocato Romolo Reboa e sporgono denuncia alla procura di Milano. L’azione non passa indisturbata e il 20 aprile i lavoratori della cooperativa ricevono dalla Ampast una lettera di richiamo per aver “leso l’immagine”: 14 vengono sospesi dal lavoro e per altri quattro lavoratori, a partita Iva, la collaborazione viene interrotta. “Io e un altro collega abbiamo deciso di parlare al telegiornale a volto scoperto. Abbiamo firmato una denuncia, perché dovremmo nasconderci?”, prosegue il 25enne. Sulla questione la Fondazione Don Gnocchi ha precisato di “aver legittimamente esercitato il proprio diritto contrattuale di 'non gradimento' nei confronti della cooperativa, ritenendo la presenza di alcuni dei loro lavoratori all'interno della struttura incompatibile e inopportuna dopo che gli stessi, a mezzo stampa e televisione, avevano espresso giudizi gravi e calunniosi, tali da ledere il rapporto fiduciario con la Fondazione”. Di conseguenza “la cooperativa in qualità di datore di lavoro, anche a sua propria tutela, ha autonomamente ritenuto di avviare l'iter di contestazione disciplinare”.

E questo sarebbe costato il posto di lavoro a Diop che, nel frattempo, si è ammalato: “Il 14 marzo sono andato in malattia. Da alcuni giorni avevo dolori alla schiena e al petto che non mi spiegavo e il mio medico mi ha detto mi mettermi in malattia. Temevo fosse il coronavirus. Un collega è stato ricoverato il 10 marzo e un altro è ancora in ospedale con problemi respiratori. Io ho fatto due tamponi e sono risultato positivo. Al terzo, ero negativo e adesso aspetto di sapere se sono guarito o no”. Per questa ragione, ci tiene a precisare, il licenziamento è arrivato quando era in “infortunio”. Il decreto Cura Italia aveva bloccato i licenziamenti, ma non quelli disciplinari.

Un caso di whistleblowing

Il licenziamento è stato una decisione punitiva. Nel ricorso evocherò la normativa sul whistleblowingRomolo Reboa - Avvocato

L’avvocato Reboa impugnerà la decisione. “Sto preparando un ricorso contro il licenziamento e le lettere con cui la cooperativa ha comunicato agli altri lavoratori il trasferimento in altre strutture della Fondazione Don Gnocchi”, spiega il legale romano. Secondo lui quello di Diop è un caso di vendetta contro un whistleblower, termine con cui si indicano quei lavoratori che segnalano situazioni dannose per la collettività, o il rischio che vengano commesse. “Il licenziamento è stato una decisione punitiva – sostiene –. Nel ricorso evocherò la normativa sul whistleblowing come questione pregiudiziale, nel senso che chiederò al tribunale di stabilire su questo ambito prima degli altri”. Reboa entra nel merito della sua iniziativa: “La direttiva europea del 23 ottobre 2019 ha una norma che fa al caso nostro”. Si tratta di una normativa, che l’Italia dovrà recepire entro la fine del 2021, che amplia l’applicazioni delle tutele del whistleblowing anche al settore privato, ad esempio. “Bisognerà capire se il tribunale possa già applicare questa direttiva”, aggiunge l’avvocato.

Leonardo Ferrante, responsabile anticorruzione civica per il Gruppo Abele e Libera, ritiene che i legislatori debbano accelerare sul recepimento di questa direttiva europea nelle norme italiane, un'opinione condivisa anche dalla professoressa Nicoletta Parisi, consigliere dell'Autorità nazionale anticorruzione.

La procura di Milano indaga

Nel frattempo le indagini della procura di Milano su quanto avvenuto all’interno del don Gnocchi proseguono. Il 21 aprile, il giorno dopo l’avvio dei procedimenti disciplinari della cooperativa contro i suoi 18 lavoratori, la Guardia di finanza e la polizia giudiziaria, su mandato del sostituto procuratore Maurizio Ghezzi, hanno perquisito la fondazione e la cooperativa per acquisire documenti come cartelle cliniche, comunicazioni e documentazione varia. È emersa l’esistenza di un’inchiesta in cui si ipotizza siano stati commessi due reati: epidemia e omicidio colposo. Quattro persone sono state iscritte nel registro degli indagati: il direttore generale della Rsa Antonio Dennis Troisi, il direttore sanitario Federica Tartarone, il direttore dei servizi medici socio-sanitari Fabrizio Giunco e Papa Wall Ndiaye, presidente cooperativa Ampast. L’avvocato Stefano Toniolo, che assiste il Palazzolo-Don Gnocchi, ha già depositato una memoria difensiva sostenendo che non c’è stata alcuna negligenza, ma una “penuria” di mascherine nella fase più difficile dell'emergenza. Lavialibera ha contattato la cooperativa Ampast senza avere risposte. Nel frattempo gli investigatori hanno ascoltato alcuni dipendenti come persone informate sui fatti. “La verità verrà fuori”, dice Diop.

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