I rider dell'informazione

Migliaia di giornalisti lavorano in condizioni simili a quelle dei ciclofattorini. Le tutele esistono, ma in pochi vi ricorrono per paura di non poter più lavorare

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

4 maggio 2021

"Valgo più di sette euro". La denuncia non arriva dai braccianti o dai rider, ma dai giornalisti collaboratori de Il Messaggero, storico quotidiano romano del gruppo Caltagirone. Lo scorso 10 luglio hanno scioperato per tre giorni contro l’aut aut dell’editore arrivato per email: dal 14 luglio si tagliano i compensi del 20 per cento in media, prendere o lasciare. I nuovi tariffari vanno dai sette ai 20 euro per le cronache locali e dai 13 ai 39 per l’edizione nazionale. Massimo Martinelli, neodirettore del quotidiano, è stato segnalato dal Consiglio di disciplina nazionale (Cdn) dell’Ordine dei giornalisti (Odg) con l’ipotesi di violazione della Carta di Firenze sui diritti dei precari. Ma a dieci anni esatti dall’approvazione, l’applicazione di quella Carta rimane una chimera.

“Precari e freelance non ricorrono alle tutele previste perché li paralizza il timore della rappresaglia”

Secondo il Cdn – cui arrivano le sanzioni in appello – dal 2013 ad oggi si contano solo tre pronunce nei confronti di direttori di giornali in Abruzzo, Sicilia e Lazio. La verità – spiega Alberto Sinigaglia, presidente dell’Odg regionale del Piemonte – è che "agli strumenti offerti dalla legge 1963 (istitutiva dell’Ordine, ndr) e dalla Carta di Firenze non ricorrono neppure i giornalisti assunti, figuriamoci i precari e i freelance. Li paralizza il timore, spesso la certezza, della rappresaglia. Ma gli Ordini e i loro Consigli di disciplina non possono intervenire senza un esposto. Così resta impunita un'infinità di comportamenti scorretti tra colleghi e nei confronti dei collaboratori. E l'impunità incoraggia i trasgressori": nel caso abruzzese il direttore responsabile aveva deciso di non pagare un giovane aspirante giornalista con la scusa di fornirgli la possibilità di fare esperienza. "Migliaia di giornalisti precari lavorano in condizioni che non sono diverse da quelle dei rider", ribadisce Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), il sindacato unico e unitario dei giornalisti.

Invecchiamento, precarizzazione e minacce sono le tre parole che caratterizzano oggi il giornalismo italiano

La Carta di Firenze

A rileggerla oggi sembra che il tempo sia rimasto cristallizzato alla crisi del 2008: "Mai come negli ultimi anni il tema della qualità del lavoro si è offerto alla riflessione pubblica […]. Un giornalista precario e sottopagato – soprattutto se tale condizione si protrae nel tempo – viene di fatto sospinto a lavorare puntando alla quantità piuttosto che alla qualità del prodotto informativo, e con poca indipendenza". La precarizzazione del giornalismo italiano è conclamata: nel 2019 l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani (Inpgi) ha registrato 15.351 giornalisti dipendenti a fronte di 44.013 iscritti alla gestione separata dedicata ai lavoratori atipici e autonomi. Una forbice che non smette di allargarsi almeno dal 2012.

"La Carta fatica a trovare applicazione perché è eretica – afferma Fabrizio Morviducci, uno dei suoi estensori, all’epoca consigliere nazionale dell’Ordine e coordinatore del gruppo di lavoro sul precariato –. Affronta per la prima volta le barbarie dall’interno, riconoscendo che una parte dello sfruttamento dei precari vede la complicità dei giornalisti assunti e tutelati che ne coordinano il lavoro e che troppo spesso continuano a considerare i collaboratori giornalisti di serie b". Morviducci ricorda che in occasione della stesura della Carta arrivarono pullman di precari da tutta Italia: "L’imam della moschea mise a disposizione dei tappeti dove far dormire i colleghi che non potevano pagarsi una notte in albergo in alta stagione, mentre una cinquantina di giornalisti fu ospitata dai fiorentini a casa propria. Il testo venne approvato per acclamazione".

La colpa non è dei lettori

Dentro il sistema

Dei 15.351 giornalisti occupati nel 2019 con un contratto di lavoro dipendente, 12.203 sono professionisti, 2.840 pubblicisti (coloro che esercitano anche altre professioni) e 308 praticanti. Tra i professionisti, i collaboratori fissi contrattualizzati sono solo 514. Nello stesso anno i cosiddetti co.co.co. – i collaboratori coordinati e continuativi, a metà strada tra lavoro autonomo e dipendente – sono arrivati a quota 13.299. "Un’aberrazione – afferma Mattia Motta, giornalista freelance nonché membro della giunta esecutiva e della segreteria della Fnsi –. Di fatto parliamo di un mercato del lavoro che ha accettato di basarsi sul precariato strutturale e sull’evasione contributiva". Motta – che a luglio ha seguito la vertenza de Il Messaggero e assicura che "ci sono fibrillazioni in tutte le grandi testate" – ora presiede la Commissione lavoro autonomo nazionale (Clan) del sindacato. Il 29 marzo ha lanciato il "precariometro", un sondaggio aperto a tutti i giornalisti non dipendenti "per restituire una fotografia aggiornata e intercettare il sommerso dei co.co.co. o delle false partita Iva" (gli autonomi sul piano contrattuale, ma dipendenti su quello dell’impiego lavorativo). Al momento i tavoli aperti tra Fnsi, Federazione italiana editori giornali (Fieg) e governo sono tre: la legge sull’equo compenso del 2012 (rimasta lettera morta in assenza dei decreti attuativi), una legge contro le cosiddette querele bavaglio e una riforma che accompagni il settore verso la transizione digitale, tutelando chi produce notizie dai giganti della Rete.

Giornalismo, o si cambia o si muore

Fuori dal sistema 

Se la vita dei collaboratori che possono vantare un tesserino da giornalista professionista è una corsa a ostacoli, per chi non ha nemmeno quello la corsa diventa una maratona. Sulla carta le strade per potersi iscrivere all’esame di Stato sono due: un praticantato (pagato) di 18 mesi in una redazione o un master biennale. "Il problema è che, anche nella remota ipotesi di trovare un giornale che faccia questo contratto, nelle redazioni non ci sono più né il tempo né la voglia di formare i giovani – racconta Norma Ferrara, dieci anni nell’osservatorio Liberainformazione e ora a Report (Rai3), tuttora senza tesserino –. Sono carne da macello, da mandare là dove i colleghi non vogliono andare". Di scuole riconosciute dall’Ordine oggi ce ne sono 12. Da Nord a Sud l’accesso non cambia. Per il master di Torino servono 13mila euro, le borse di studio ci sono ma coprono il 20 per cento del costo. Per formarsi al Centro di giornalismo radiotelevisivo di Perugia ne servono 12mila. Stessa cifra anche a Bologna, mentre per la Walter Tobagi di Milano – che però offre dieci borse di studio su 30 posti, di cui quattro a copertura totale – ne servono 14mila. Per i più facoltosi si aprono le porte della capitale: 20mila alla Lumsa, 21mila per la Luiss.

“Se scrivo per i giornali italiani è per passione. L’Italia nella scala dei freelance è in fondo alla classifica”

Esclusa la strada del praticantato per mancanza di opportunità e scartata l’ipotesi scuola per non investire troppi soldi in un’ipotesi di lavoro che chissà se e quando arriverà, molti tra i più giovani lavorano come giornalisti e al tesserino non pensano più. "Se a vent’anni pensavo “il tesserino non serve a nulla, combattiamo il sistema”, oggi riconosco l’utilità di averlo, ma non ci penso, semplicemente perché so che non ci si arriva, quello è un altro mondo", racconta Matteo Garavoglia, vincitore nel 2019 della categoria sperimentale del premio di giornalismo investigativo under 30 Roberto Morrione. Garavoglia oggi fa parte del Centro di giornalismo permanente, un collettivo under 35 nato nel 2018 per "costruire un modello alternativo di creazione e sostentamento per lavori di inchiesta, analisi e reportage". "Di fronte alla prospettiva di andare ognuno per la propria  strada cercando di vivere delle collaborazioni con i quotidiani – racconta –, abbiamo deciso di unirci. Ci scambiamo contatti e lavoriamo assieme a progetti, non crediamo nel “pensa per te e vedrai che ce la farai”, ma nel condividere le diverse competenze".

Fuori dal sistema i giovani giornalisti sono senza garanzie e tutele, eppure non si tirano indietro. Arianna Poletti, 25 anni, anche lei vincitrice dell’edizione 2020 del Morrione, oggi è l’unica freelance italiana stabile a Tunisi. "Scrivo sia per il mercato francese sia per quello italiano, ma nel secondo caso è più per passione perché il guadagno è infimo. L’Italia nella scala dei freelance è in fondo alla classifica: o non c’è budget, o i compensi non superano i 50 euro". La sua situazione è quella di tanti: "Non riesco a proiettarmi più il là di un mese. Condivido quest’ansia generazionale con i miei amici, soprattutto quelli che hanno investito soldi nelle scuole per corrispondere allo standard del giornalista professionista e ora svolgono stage non pagati in redazioni che non assumono da dieci anni. Se scrivo poco per l’Italia è anche perché ormai mi rifiuto di lavorare a perdere o gratis".

Da lavialibera n°8 2021

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