I rider dell'informazione

Migliaia di giornalisti lavorano in condizioni simili a quelle dei ciclofattorini. Le tutele esistono, ma in pochi vi ricorrono per paura di non poter più lavorare

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

3 maggio 2021

"Valgo più di sette euro". La denuncia non arriva dai braccianti o dai rider, ma dai giornalisti collaboratori de Il Messaggero, storico quotidiano romano del gruppo Caltagirone. Lo scorso 10 luglio hanno scioperato per tre giorni contro l’aut aut dell’editore arrivato per email: dal 14 luglio si tagliano i compensi del 20 per cento in media, prendere o lasciare. I nuovi tariffari vanno dai sette ai 20 euro per le cronache locali e dai 13 ai 39 per l’edizione nazionale. Massimo Martinelli, neodirettore del quotidiano, è stato segnalato dal Consiglio di disciplina nazionale (Cdn) dell’Ordine dei giornalisti (Odg) con l’ipotesi di violazione della Carta di Firenze sui diritti dei precari. Ma a dieci anni esatti dall’approvazione, l’applicazione di quella Carta rimane una chimera.

“Precari e freelance non ricorrono alle tutele previste perché li paralizza il timore della rappresaglia”

Secondo il Cdn – cui arrivano le sanzioni in appello – dal 2013 ad oggi si contano solo tre pronunce nei confronti di direttori di giornali in Abruzzo, Sicilia e Lazio. La verità – spiega Alberto Sinigaglia, presidente dell’Odg regionale del Piemonte – è che "agli strumenti offerti dalla legge 1963 (istitutiva dell’Ordine, ndr) e dalla Carta di Firenze non ricorrono neppure i giornalisti assunti, figuriamoci i precari e i freelance. Li paralizza il timore, spesso la certezza, della rappresaglia. Ma gli Ordini e i loro Consigli di disciplina non possono intervenire senza un esposto. Così resta impunita un'infinità di comportamenti scorretti tra colleghi e nei confronti dei collaboratori. E l'impunità incoraggia i trasgressori": nel caso abruzzese il direttore responsabile aveva deciso di non pagare un giovane aspirante giornalista con la scusa di fornirgli la possibilità di fare esperienza. "Migliaia di giornalisti precari lavorano in condizioni che non sono diverse da quelle dei rider", ribadisce Raffaele Lorusso, segretario generale della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi), il sindacato unico e unitario dei giornalisti.

Invecchiamento, precarizzazione e minacce sono le tre parole che caratterizzano oggi il giornalismo italiano

La Carta di Firenze

A rileggerla oggi sembra che il tempo sia rimasto cristallizzato alla crisi del 2008: "Mai come negli ultimi anni il tema della qualità del lavoro si è offerto alla riflessione pubblica […]. Un giornalista precario e sottopagato – soprattutto se tale condizione si protrae nel tempo – viene di fatto sospinto a lavorare puntando alla quantità piuttosto che alla qualità del prodotto informativo, e con poca indipendenza". La precarizzazione del giornalismo italiano è conclamata: nel 2019 l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani (Inpgi) ha registrato 15.351 giornalisti dipendenti a fronte di 44.013 iscritti alla gestione separata dedicata ai lavoratori atipici e autonomi. Una forbice che non smette di allargarsi almeno dal 2012.

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