Ancora poco spesi i fondi per le imprese tolte a mafie e corrotti

L'ultima manovra ha destinato 10 milioni di euro per le imprese confiscate alla criminalità, sommandosi ai 14 milioni non ancora spesi. Procedure farraginose rallentano i tentativi di far funzionare bene certe attività

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Avviso PubblicoEnti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie

20 gennaio 2021

Dieci milioni in più, nell’ultima manovra di bilancio, destinati al fondo di solidarietà per le imprese confiscate e sequestrate alle mafie. Soldi che andranno a sommarsi ai circa 14 milioni di euro (su oltre 28) non ancora spesi del precedente stanziamento. Perché, ci si domanda, mentre si allunga il catalogo delle imprese sottratte alle mafie, i fondi per risanarle restano una chimera nella maggior parte dei casi? “Il sostegno a quella tipologia di imprese è importante perché serve a dare gambe ai progetti di utilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati”, spiega Davide Pati, uno dei vicepresidenti di Libera.

Imprese spesso senza capacità operative

Dal 1982 sono state confiscate 4.202 aziende; di queste 2.872 sono in gestione all'Anbsc, mentre 1.330 sono state “destinate”. Nel 2019 su 441 aziende destinate, ben 439 sono state liquidate

Il Fondo di agevolazione alle imprese confiscate e sequestrate risale alla legge di stabilità del 2016 che aveva istituito un fondo di garanzia per l’accesso al credito e una quota di finanziamenti agevolati. L’Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata (Anbsc) è tra i soggetti che possono chiedere l’assegnazione di quei fondi. Va specificato che se i fondi derivano da stanziamenti governativi e da quelli europei, la loro erogazione dipende da alcuni ministeri e dalle Regioni.

Tra gli addetti ai lavori si dice che spesso si tende a dare risalto a operazioni di confisca mediaticamente più visibili, a scapito di un’attenzione capillare a una galassia composta soprattutto da piccole e multi-problematiche imprese. Un’azienda sequestrata è un’azienda, molto spesso, priva di reali capacità operative quando arriva nella disponibilità dello Stato, spesso una scatola vuota, intestata a teste di legno o società di comodo che serve a produrre frodi fiscali e contabili. Queste aziende vengono definite “cartiere” perché fabbricano, appunto, fatture e documenti fiscali falsi. Per questo tipo di imprese risulta impossibile immaginare percorsi di emersione o rigenerazione.

Dopo essere state confiscate definitivamente alle mafie, le aziende vengono destinate all’affitto, alla vendita oppure vengono liquidate. Dal 1982 sono state confiscate 4.202 aziende; di queste 2.872 sono in gestione all'Anbsc, mentre 1.330 sono state “destinate”. Quasi tutte le destinazioni, però, hanno portato alla liquidazione di queste imprese. Un dato su tutti, riportato nella relazione dell'Agenzia riferita al 2019: su 441 aziende destinate, ben 439 sono state liquidate e due ricollocate sul mercato attraverso la vendita. La riforma del codice antimafia del 2017 ha previsto che l’avvio della riorganizzazione aziendale, affidata ad un amministratore giudiziario autorizzato dal giudice delegato, possa avvenire già dalla fase del sequestro. Libera insiste per un cambio di passo in questa direzione. “Così come è importante percorrere la strada della destinazione a forme di imprenditorialità giovanile – dice ancora Pati – meritano attenzione anche i progetti di economia sociale, con la possibilità di coinvolgere le cooperative che operano da tempo sul tema dei beni immobili confiscati, ad esempio nel comparto dell’agricoltura sociale”. Quest'ultimo punto potrebbe essere molto importante per il riutilizzo delle aziende sottratte alla criminalità: “Sono ancora troppo poche le cooperative di lavoratori – insiste Pati -. Una delle prime esperienze è quella della Calcestruzzi Ericina di Trapani. Altre sono in corso di costituzione. È importante che la legge Marcora (n. 49 del 27 febbraio 1985, che prevede la nascita delle cooperative di lavoratori che prendono in gestione aziende in crisi o delocalizzate), si possa applicare anche alle aziende confiscate”.

Il prefetto Frattasi (Anbsc): "I beni alle associazioni sono un successo, ma serve più velocità"

L'importanza delle cooperative di lavoratori

C’è una straordinaria volontà delle maestranze di rilanciare l’impresa anche rischiando direttamente (...). Il problema è che ci sono delle procedure farraginoseLuciano Silvestri - responsabile nazionale Legalità - Cgil

Anche il sindacato è molto attento alla questione delle aziende confiscate “perché le mafie esercitano il loro potere attraverso il controllo sociale del territorio e quindi, soprattutto il lavoro e le imprese, rappresentano per le mafie un modo per avere consenso oltre che uno strumento al servizio della loro attività di riciclaggio di denaro sporco”, spiega Luciano Silvestri, responsabile nazionale Legalità di Cgil, richiamando “l’intuizione che aveva avuto Pio La Torre: sottrarre questi beni alla mafie e riconsegnarli ai legittimi proprietari, gli attori sociali del territorio, i lavoratori, è un elemento di contrasto fortissimo al potere mafioso. Dobbiamo fare ogni sforzo per vedere ricollocare in un circuito di legalità quelle attività – afferma Silvestri – Naturalmente non sempre è possibile, però ci sono tante aziende che possono realizzare questa prospettiva”.

L’introduzione del fondo di solidarietà, con la riforma del codice antimafia del 2017, è stata una vittoria del movimento antimafia. “È bene che quel fondo sia consistente. Tuttavia sia noi che il governo dovremmo interrogarci sul perché le risorse, a partire da quella riforma, non sono state interamente spese - aggiunge Silvestri - C’è una straordinaria volontà delle maestranze di rilanciare l’impresa anche rischiando direttamente, costruendo delle cooperative e mettendo a disposizione il loro patrimonio, il Tfr, rischiando in prima persona. Il problema è che ci sono delle procedure farraginose, mentre la cooperativa ha bisogno di partire subito perché dopo 7-8 anni l’impresa è morta e sepolta". A complicare le cose la permanenza di Matteo Salvini al Viminale: infatti, mentre la riforma del codice antimafia prevedeva che nascessero "obbligatoriamente", nelle prefetture, i comitati permanenti sulle aziende sequestrate e confiscate, con le parti sociali e le associazioni antimafia, l’allora ministro dell’Interno ha modificato, nel cosiddetto decreto Sicurezza (Legge 132 del 1 dicembre 2018), la norma inserendo un elemento di discrezionalità, ovvero il “prefetto può istituire”: "La mancanza di questi comitati non ci aiuta, non ci dà in tempo reale la conoscenza di quello che accade nel territorio", lamenta l’esponente sindacale.

Sul piano dell’erogazione, mentre la Cooperazione finanza impresa (Cfi), la finanziaria delle centrali cooperative, sostiene con procedure piuttosto rapide la nascita delle coop: "Il Fondo di solidarietà – dice sempre Silvestri – risponde ad altri soggetti ministeriali, ad esempio Invitalia, che hanno meccanismi che andrebbero rivisti. Il Fondo, ad esempio, non è alternativo alla ex-Marcora ma è aggiuntivo. A volte non riusciamo a fare questa combinazione, ci sono delle pretese assurde come la richiesta alle coop che nascono nelle aziende sequestrate e confiscate di risanare i bilanci, anche quelli precedenti al sequestro".

L'utilizzo sociale dei beni confiscati, una storia di 25 anni

I peccati originali di queste aziende

La domanda di Silvestri ha una risposta estremamente complicata. Solo alcuni magistrati, quelli provenienti dal settore fallimentare e civilistico, si sono dotati da subito di amministratori giudiziari in grado di gestire le aziende senza recare danni eccessivi ai creditori sani. Per stimare il valore delle aziende sequestrate ci si basa sull’ultimo bilancio disponibile. In realtà il giorno successivo a quello in cui diventano proprietà dello Stato valgono zero, poiché le loro attività economiche erano legate al fatto di essere delle cartiere oppure esercitavano attività in nero o funzionavano solo con i metodi tipici dell’intimidazione mafiosa. Alcune aziende, tra quelle confiscate, stanno sul mercato perché i loro prezzi concorrenziali derivano da pratiche commerciali scorrette, come ad esempio il non pagare i fornitori o sottopagare i dipendenti (lavoro grigio). Accade molto spesso, e influisce moltissimo sui numeri, che le aziende in questione gestiscano giochi, tabaccherie, le cui licenze decadono al momento del sequestro perché sono concessioni statali a una persona fisica o a una società che non sono più affidabili.

Nel vasto mondo dell'antimafia è sorto un dibattito intorno a ciascuno di questi nodi. La mappa delle imprese confiscate o sequestrate disegna un paese in cui la Lombardia ha superato persino la Calabria per la capacità delle mafie di penetrare nei territori, non solo quelli storici. Un dato che emerge dai processi degli ultimi 10 anni: Crimine/Infinito in Lombardia, Minotauro in Piemonte, il processo Aemilia in Emilia Romagna con ramificazioni in Liguria e Lazio.

Anche sulla multiforme galassia delle imprese ex mafiose insiste il dilemma, trasversale a tutte le crisi, se salvare il libero mercato o preoccuparsi del destino dei lavoratori. C’è stata una enorme pressione di Confindustria, non solo quella siciliana di Antonello Montante (finito al centro di un grossa indagine sui suoi affari illeciti, ndr), per assegnare un rating di legalità, negli appalti, più alto alle aziende confiscate ma è un esempio lampante di concorrenza sleale. Così la norma è stata cancellata. "Bisogna fare attenzione – avverte Silvestri – a che non rimangano tra i lavoratori anche i vecchi sodali del mafioso, i prestanome".

La commissione antimafia siciliana, guidata da Claudio Fava, ha cercato di far luce sul sistema Montante

Alla ricerca di soluzioni

In questi anni sia la magistratura sia l’Agenzia stanno sviluppando competenze in grado di salvare le aziende confiscate capaci di continuare ad operare sul mercato. A Roma sono state salvate perfino le sale bingo, riducendo il personale e variando le attività, inoculando anche in quel mercato elementi di legalità. La tendenza degli ultimi anni è quella di affidare le aziende di una certa dimensione ad amministratori giudiziari con alle spalle studi robusti, sia di avvocati sia di commercialisti, con una struttura ampia, capace di agire intorno a quell’azienda. Solo a gennaio 2020 è nata una Direzione Aziende dell’Agenzia, diretta da un generale della Guardia di Finanza in servizio, con due sottodirezioni, Centro-Nord e Centro-Sud. Prima la normalità era il lavoro di funzionari prefettizi che prestavano grande attenzione su terreni e immobili senza disporre di competenze nell’amministrazione delle aziende.

Un elemento su cui porre l’attenzione è che nel patrimonio dei beni e delle aziende gestite dall’Agenzia stanno arrivando anche le aziende confiscate a corrotti e corruttori che, a differenza di quelle mafiose, molto spesso posso essere restituite alla legalità e continuare ad operare sul mercato. La differenza tra corrotti e mafiosi rispetto alla gestione delle imprese è che i primi quasi sempre mettono degli schermi fra loro e il bene. Per contestare la pericolosità sociale dei corrotti è sufficiente la sproporzione tra beni dichiarati e beni posseduti.

"Con l’Agenzia troviamo qualche difficoltà perché il personale è rimasto numericamente inadeguato. I suoi presìdi devono occuparsi di territori troppo estesi. Luciano Silvestri

Da quattro anni, il sistema della magistratura delle misure di sorveglianza evita, soprattutto per le grandi aziende, il sequestro e la successiva confisca e affianca agli amministratori in carica un amministratore giudiziario con la supervisione della Guardia di Finanza. L’amministratore giudiziario, nominato dal giudice per un periodo definito ha il compito di ristabilire, “con il bisturi”, le condizioni minime di legalità o di segnalare al magistrato l’inevitabilità di sequestro e confisca.

Con la logica di prima, un processo di confisca finiva spesso col risultato finale dello spezzettamento, come quello che potrebbe prevedere il caso Valtur, ancora in corso. Tuttavia sia Libera sia la Cgil chiedono ancora molti passi in avanti nella collaborazione tra istituzioni (ministero del Lavoro o dello Sviluppo economico, Anbsc, autorità giudiziarie) e parti sociali. "Con l’Agenzia troviamo qualche difficoltà – ammette Silvestri – perché il personale è rimasto numericamente inadeguato. I suoi presìdi devono occuparsi di territori troppo estesi. Siamo in sofferenza, soprattutto al Sud dove c’è il vecchio stock di confische definitive. Perché fino al sequestro di primo grado il titolare del procedimento è il Tribunale delle misure di prevenzione. Quando la confisca diventa definitiva subentra l’Agenzia. Lo stock sta aumentando, i sequestri sono ovunque, da Nord a Sud e andranno a incrementare il patrimonio in gestione all’Agenzia. Questo è un punto su cui il fronte antimafia dovrebbe riflettere e rivendicare nella prospettiva che altrimenti nei prossimi anni sarà devastante".

Il sindacato punta l’indice anche sul rapporto con le banche "che con tanta facilità avevano concesso il credito al mafioso. Appena arriva il sequestro chiedono il riscatto dell’ipoteca mettendo in crisi l’azienda che potrebbe nascere. Invece dovrebbero farsi carico di questa loro disinvoltura. In diversi casi, le banche sono colpevoli di quello che è accaduto perché invece di valutare bene il piano industriale attraverso il quale l’azienda mafiosa chiedeva il prestito, hanno preferito custodire i loro depositi", segnala Silvestri.

"Eppure – ricorda Pati - tutti i beni immobili, mobili e aziendali confiscati e sottratti alle organizzazioni criminali e mafiose e alla criminalità economica e finanziaria (usura, riciclaggio, corruzione), possono dare un loro contributo in questo periodo, con iniziative di solidarietà, di corresponsabilità. E il vasto patrimonio di beni immobili e aziendali confiscati può contribuire agli sforzi per assicurare una ripresa nel segno dei beni comuni, di un'economia etica e sostenibile. Certo, questo contributo può essere più evidente e forte se questi beni fossero rapidamente restituiti alla collettività e quindi anche le aziende fossero accompagnate in un percorso di continuità e di tutela del lavoro. Sarebbero aziende che sorgerebbero in un'ottica risarcitoria in quei territori dove le mafie sono attive anche in questo periodo nello sfruttamento delle fragilità. Molti beni potrebbero essere dedicati alle vittime innocenti delle mafie, alle vittime del caporalato. Chiediamo alla politica di mettere come priorità le politiche sociali e le politiche di sostenibilità economica e ambientale. In questo senso, nella bozza circolata del Piano nazionale di ripresa e di resilienza, fra i progetti inseriti nella parte legata alla coesione territoriale, c'è la valorizzazione dei beni confiscati".

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