Covid. Il (falso) dilemma tra emergenza e trasparenza

Spazzare via tutto, dal Codice degli appalti ai certificati antimafia: è la proposta di Giovanni Toti per affrontare l'emergenza. Ma i primi arresti dimostrano che c'è già chi specula sulla crisi

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

10 aprile 2020

Mentre emergono le prime indagini sugli appalti legati all'emergenza coronavirus, la trasparenza diventa tema di discussioni e spaccature. La priorità in questo momento è "spazzare via, una volta per tutte, la burocrazia", ha dichiarato in un'intervista il presidente della Liguria Giovanni Toti. Come? "Via codice degli appalti, via gare europee, via controlli paesaggistici, via certificati antimafia, via tutto. Almeno per due anni". "Si propone di sopprimere tutto in un settore nel quale, lo si voglia o meno, si registra la larga maggioranza dei fatti corruttivi che avvengono ogni anno in Italia, con dimostrate infiltrazioni delle organizzazioni criminali – ha ribattuto Francesco Merloni, presidente facente funzioni dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) in una lettera aperta –. L’idea che concorrenza ed efficienza non vadano d’accordo con la prevenzione della corruzione è una pura petizione di principio, smentita dai fatti".

È l'eterno – almeno nel nostro Paese – dilemma tra sburocratizzazione (per centrare questo obiettivo nel 2015 è stato perfino istituito un apposito ufficio al ministero per la Pubblica amministrazione) e trasparenza. È il copione di tutte le emergenze italiane e questa non fa eccezione. "Pensare che l'alternativa all'oppressione burocratica sia la liberalizzazione del sistema degli appalti è un ragionamento con una matrice profondamente criminogena – commenta Alberto Vannucci, direttore del master interuniversitario in Antimafia e anticorruzione –. Snelliamo le procedure di assegnazione, ma rafforziamo la trasparenza. È inquietante constatare come ad oggi nella task force anti Covid-19 figurino rappresentanti di tutte le autorità possibili tranne quelli dell’Anticorruzione”.

"La diffusione delle pratiche di corruzione è responsabile di una quota di quelle vittime". Alimentando circuiti parassitari e clientelari, materiali e servizi diventano scadenti

I primi arresti

Il problema non sta nel Codice degli appalti, ma nel rifiuto da parte dei principali protagonisti: da quattro anni si registra una sorda resistenza delle stesse stazioni appaltanti Francesco Merloni - presidente Anac

Per velocizzare le procedure di appalto, Consip (la centrale acquisti della pubblica amministrazione) ha deciso di scegliere prima le aziende ed effettuare poi i controlli. Il risultato, però, non è stato dei migliori. Giovedì mattina la Guardia di finanza ha arrestatouno dei vincitori di una gara per la fornitura di mascherine contro la pandemia da coronavirus. La procura di Roma ha indagato l’imprenditore Antonello Ieffi di turbativa d'asta e inadempimento di contratti di pubblici perché ha partecipato e vinto una gara d'appalto senza avere i requisiti in regola: avrebbe quindi dovuto ottenere dallo Stato 15,8 milioni di euro con la promessa di fare arrivare 24 milioni di mascherine, di cui tre milioni entro tre giorni, ma quel primo carico non è mai arrivato in Italia e questo ha destato i sospetti di Consip. Un altro lotto di Consip ha suscitato dubbi: quello vinto da un imprenditore, Salvatore Micelli, già indagato in un altro procedimento per associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata. Appalto poi revocato dalla stessa Consip in seguito a un'inchiesta di PiazzaPulita. Infine (almeno per ora) a metà marzo un episodio minore di corruzione è stato scoperto a Nichelino, alle porte di Torino, la dipendente di una ditta di pulizie stava consegnando una mazzetta a un dipendente del Comune, responsabile di una gara d'appalto a livello regionale, per aggiudicarsi il servizio di igienizzazione del municipio per l’emergenza.

Dall'inizio della pandemia la Guardia di finanza dà la caccia agli speculatori dell'emergenza: mascherine finte, rincari, furti e mazzette

Nel sostenere la propria tesi sulla necessità di eliminare regole e vincoli, il governatore della Liguria ha affermato che il coronavirus ha "alzato la soglia di moralità" delle persone. Di certo non quella di Ieffi che, fallito il primo tentativo, si era già riorganizzato per una nuova fornitura da 73 milioni di euro: "So' numeri esageratamente grandi… Io ho detto, perché non ci proviamo?", afferma in un'intercettazione. Come se non bastasse, "Ieffi aveva già procedimenti penali in corso, quindi campanelli d’allarme ce n’erano – afferma Vannucci –. Ci si illude di ottenere così maggiore rapidità, ma alla fine si blocca tutto causando un danno maggiore".

"Il problema non sta nel Codice degli appalti – prosegue Merloni nella lettera –, ma nel suo sostanziale rifiuto da parte dei principali protagonisti: da quattro anni si registra una sorda resistenza delle stesse stazioni appaltanti al processo di riqualificazione; le linee guida non sono state percepite per quello che la legge vuole, cioè delle raccomandazioni, ma come ulteriori vincoli". Il presidente dell'Anac rilancia però con una proposta: la "gravissima crisi economica prodotta dall'emergenza sanitaria" potrebbe essere l'occasione "per ricreare quell’amministrazione di qualità che si è perduta negli ultimi vent’anni".

La sospensione del Foia

Il Foia, però, non è un mero processo burocratico, ma un diritto Davide Del Monte - Direttore esecutivo Transparency Italia

Un ulteriore allarme è stato lanciato da Transaprency International in seguito alla sospensione del Freedom of information act (Foia), ovvero il diritto di tutti i cittadini di accedere ai dati e ai documenti delle pubbliche amministrazioni. Uno strumento essenziale perché giornalisti, ong, associazioni del terzo settore e singoli possano controllare l'operato della Pa, soprattutto in questo momento. La misura è contenuta nel decreto legge CuraItalia dello scorso 17 marzo. In particolare, l’articolo 103 prevede la sospensione del Foia (o accesso civico generalizzato) – così come di tutti gli altri procedimenti amministrativi – fino al prossimo 15 aprile.

“Comprendiamo le necessità del momento – afferma Davide Del Monte, direttore esecutivo di Transparency International Italia –, ma la sospensione deriva da antichi e ben conosciuti problemi del nostro Paese, in primis la mancata digitalizzazione della pubblica amministrazione”, che ha reso le risposte alle richieste di accesso impossibili in condizioni di smart working. “Il Foia, però, non è un mero processo burocratico, ma un diritto”. Più cauta la posizione di Ernesto Belisario, avvocato esperto di diritto amministrativo e delle nuove tecnologie: “Certo, non è una bella notizia, ma in una condizione di emergenza come quella che stiamo vivendo non si poteva fare altrimenti – commenta –. Sono state sospese libertà costituzionali come quella di movimento, di iniziativa economica, forse ora anche di privacy: il Foia non è un’eccezione. Questo non significa, però, rinunciare alla trasparenza perché le amministrazioni sono tenute a rispondere celermente su tutto ciò che riguarda la gestione dell’emergenza”.

Ciò che manca secondo Belisario è piuttosto una cultura dell’accesso. “Se la Protezione civile ha cominciato a pubblicare i dati sanitari in formato open, costantemente aggiornati e riutilizzabili è perché c’è stata una grande pressione di esperti e attivisti. La risposta della Pa è sempre proporzionale alla domanda di trasparenza. Eppure ad oggi molti cittadini ignorano l’esistenza di questo diritto. Serve un grande lavoro di alfabetizzazione civica perché l’accesso alle informazioni sia veramente uno strumento di democrazia”.

Quale trasparenza, dunque, nell’emergenza?

“La trasparenza oggi non è automatica: funziona quando qualcuno pone le giuste domande”, ricorda Leonardo Ferrante, referente nazionale del settore Anticorruzione civica e cittadinanza monitorante di Libera e del Gruppo Abele. La proposta di associazioni ed esperti è dunque una maggiore trasparenza proattiva da parte della Pa. In altre parole, la pubblicazione in formato aperto di tutti i documenti e le informazioni più rilevanti in questo momento.

“Attenzione però a credere che le tabelle Excel piene di dati siano (da sole) trasparenza”, avverte Ferrante. Una questione che può apparire tecnica, ma che non lo è affatto. Un esempio tra tutti è la Mappa dei materiali distribuiti alle Regioni dalla Protezione civile, alla quale dovrebbero essere presto aggiunti anche i dati su acquisti e contratti pubblici. Una quantità enorme di dati da monitorare considerato che ad oggi il numero è di 93.151.845 materiali distribuiti. Secondo Openpolis si tratta di un segnale importante, ma insufficiente perché al momento i dati possono essere esplorati, ma non scaricati, rendendo così impossibile qualunque tipo di analisi in merito.

È necessario distinguere tra una buona e una cattiva burocrazia – conclude Vannucci –. Allentare un controllo minimo in un Paese in cui tutti gli indicatori, dalla corruzione alla criminalità dei colletti bianchi all’economia sommersa, sono significativamente superiori rispetto agli altri Paesi europei, non può che peggiorare la situazione. Si discute in queste ore del tracciamento degli spostamenti dei cittadini, perché non applicare questi strumenti tecnologici anche all’utilizzo delle risorse pubbliche e alle responsabilità di chi le gestisce? Sarebbe un giusto bilanciamento per una trasparenza bidirezionale”.

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