Detenuti sul tetto del carcere di Foggia durante la rivolta di marzo 2020. Credits: Ansa
Detenuti sul tetto del carcere di Foggia durante la rivolta di marzo 2020. Credits: Ansa

Carcere di Foggia, evasi per assenza di boss

Il 9 marzo 2020 fuggono dall'istituto penitenziario 72 detenuti. Dietro la rivolta, il vuoto di potere creato dal trasferimento dei boss in altri istituti, che ha lasciato campo libero ai rampolli dei clan

Elena Ciccarello

Elena CiccarelloDirettrice responsabile lavialibera

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

Aggiornato il giorno 13 ottobre 2021

In terra di mafia un carcere non si governa senza la collaborazione dei boss detenuti. I cancelli possono fermare la libertà di movimento, gli affetti, a volte gli affari, ma non il potere criminale. Difficile spiegare altrimenti l’evasione di 72 persone dalla casa circondariale di Foggia il 9 marzo 2020. All’inizio della quarantena, mentre le proteste devastano decine di penitenziari in tutta Italia causando la morte di 13 reclusi, nella Capitanata i carcerati abbattono i cancelli e si riversano in strada, fino a sparire. I testimoni raccontano: lo hanno fatto senza incontrare resistenza. Un caso unico nel Paese, che con covid c’entra poco, e una ferita aperta per chi ha la responsabilità dell’istituto.

Carceri, covid e boss: "Errore la mancata trasparenza"

Il tasso di sovraffollamento nell’istituto è del 145%. La mattina dell’evasione c’erano 48 agenti a far fronte a 500 detenuti

L’evasione

La mattina della grande fuga il cappellano fra Eduardo Giglia ricorda che una "marea di detenuti" ha rotto il portone di ferro e invaso il cortile. Pochi secondi, 26 in tutto, per abbattere il primo cancello, "il secondo non sono riusciti e hanno usato il passaggio pedonale a lato" della guardiola. Quando hanno svoltato in via delle Casermette e poi nel villaggio degli artigiani, i commercianti sono corsi ad abbassare le saracinesche e i telefoni hanno iniziato a squillare. "Non dico che i carcerati abbiano trovato i cancelli aperti, ma quasi", racconta il gestore di una tavola calda a pochi metri dall’ingresso del penitenziario. 

Secondo un’indagine in corso, dietro le sbarre si controllava il mercato delle estorsioni con la complicità del personale carcerario

I video registrati dagli abitanti della palazzina di fronte l’istituto riprendono due volanti della polizia arrivare a sirene spiegate quando ormai è troppo tardi e decine di evasi corrono via, rubando le auto. Tra i fuggiaschi c’è persino chi riesce a fermarsi in un negozio per prendere un orsacchiotto da portare a casa. Un’azione che per qualche giorno ribalta i rapporti di forza. Dal 9 al 12 marzo la casa circondariale di Foggia rimane nelle mani dei detenuti. "C’era un’atmosfera da scampagnata – continua Giglia –, tra i detenuti che avevano partecipato alla protesta diversi si sono fermati all’ingresso: non tutti erano d’accordo con la fuga, alcuni sono stati costretti. Ma dentro regnava l’anarchia". Nelle celle sono rimaste solo un centinaio di persone, tra cui gli autori di reati sessuali e chi godeva della semilibertà.

Un vuoto di potere 

Secondo una fonte de lavialibera, le ragioni dell’evasione vanno cercate anzitutto nella chiusura della sezione di alta sicurezza della casa circondariale, dove sono destinati gli accusati di mafia, avvenuta a fine febbraio 2020. Sarebbe stato il vuoto di potere creato dal trasferimento di alcuni boss in altri istituti di pena a lasciare campo libero a nuove leve, desiderose di affermarsi e meno disposte a negoziare con le autorità. La voglia di tornare a casa e il desiderio di emulazione (perché il carcere di Foggia non fosse da meno rispetto agli altri istituti in rivolta) avrebbero fatto il resto. 

A gestire i disordini, i capi delle sezioni comuni con profili criminali di spessore e alcuni poi accusati per mafia, come l’omicida Christoforo Aghilar: ultimo evaso a essere catturato cinque mesi dopo la fuga. In particolare, avrebbero avuto un ruolo decisivo due rampolli: Ivan Caldarola del clan Strisciuglio di Bari e Antonio Bruno del gruppo Moretti-Pellegrino-Lanza. L’ultimo ha rivendicato la sua leadership nella rivolta, tenendo testa anche al provveditore dell’amministrazione penitenziaria intervenuto per tentare una mediazione durante gli scontri. Dopo le proteste, Bruno è stato spostato a Santa Maria Capua Vetere e poi ad Agrigento. Il suo cognome lo lega a Gianfranco Bruno, tra i boss dell’alta sicurezza trasferiti che – secondo i racconti – fino a quel momento aveva garantito un certo ordine all’interno del carcere. Lo ribadisce anche la direttrice della casa circondariale Giulia Magliulo: "Il detenuto in alta sicurezza vuole stare tranquillo. Non ti crea problemi". I criminali più anziani, con le condanne più alte, cercano di sfruttare al massimo i benefici della buona condotta per restare nel proprio territorio e proseguire con gli affari, anche per rispetto delle proprie famiglie, altrimenti costrette a percorrere chilometri per i colloqui. Caldarola e Bruno, con altri 80 detenuti, hanno recentemente ricevuto un avviso di garanzia per i reati commessi durante la rivolta. 

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