Nicola Lagioia. Credits Ansa
Nicola Lagioia. Credits Ansa

Nicola Lagioia: "Altaforte edizioni mai al Salone: fa brutti libri"

Contro estremisti e intellettuali solitari. In favore di complessità e mediazioni: "Oggi Pasolini non avrebbe casa, il futuro è dei gruppi di lavoro". Intervista a Nicola Lagioia, direttore del Salone del libro e vincitore del premio Strega

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

13 ottobre 2021

A Nicola Lagioia non piacciono i conflitti. Una volta ha raccontato di essere saltato da un’auto che viaggiava a 60 chilometri l’ora perché non sopportava che i suoi amici stessero litigando. Lo trovava talmente avvilente che pur di sviare l’attenzione su altro ha aperto la portiera e si è buttato: l’istante dopo aveva escoriazioni su tutto il corpo, ma i suoi amici non litigavano più. A Lagioia non piacciono i conflitti perché senza contrattare, dice, non si farebbe niente. Lo infastidiscono i professionisti delle buone cause seduti dietro uno schermo col ditino alzato, lui è uno che fa e contratta. Anche per fissare quest’intervista contrattiamo.

“Mi piace dire salire a compromessi, non scendere”

Per settimane ci aggiorna sui suoi impegni con messaggi audio che invia mentre si sposta da un luogo all’altro. Lo si ascolta nel traffico, in stazione, nella metro. In una stanza mai. Un giorno è a Locorotondo, un altro a Bologna, un altro ancora a Rimini. Ci incontriamo a Roma, dove vive da anni dopo una breve parentesi a Torino: città in cui torna se lo richiede il suo ruolo da direttore editoriale del Salone del libro, quest’anno in programma dal 14 al 18 ottobre. Quando arriva all’appuntamento, in un bar di piazza Vittorio, sta registrando un vocale. Chiede un analcolico alla frutta, ma non c’è: media per una limonata senza zucchero. Solo su un tema non cerca mediazioni: Altaforte, la casa editrice legata a CasaPound, nel programma editoriale del Salone non "entrerà mai"

E perché?
Fa brutti libri.

La politica non c’entra niente, quindi?
Se si decidesse di organizzare uno speciale su Curzio Malaparte, sarei contentissimo. Michel Houellebecq lo invito al Salone da tempo, finalmente quest’anno ci sarà. 

Cosa ne pensa del dibattito sul politicamente corretto?
Il politicamente corretto ha senso in politica, quando viene usato per raddrizzare torti sociali, per riscattare o tutelare le vittime del potere. L’arte deve rimanere uno spazio di libertà. Rappresenta l’essere umano: ambiguo, contraddittorio, fragile, violento, impaurito. Con sentimenti anche nobili, a volte. 

Lo scrittore deve avere un ruolo politico? 
Oddio no, lo sminuirebbe mettendogli una camicia di forza e lo renderebbe ideologico. Il suo compito è comprendere, senza giudicare. Quanto più sospendi il giudizio, tanto più aumenta la forza conoscitiva che ti permette di restituire l’umanità nella sua complessità. Questo è l’unico atto politico possibile per uno scrittore e oggi il dibattito è talmente polarizzato in buoni o cattivi, giusto o sbagliato, bianco o nero, che dare spazio a tutte le sfumature è rivoluzionario. 

"L’arte deve rimanere luogo di libertà. Rappresenta l’umano: ambiguo, contraddittorio, fragile”

E Pier Paolo Pasolini?
Ha avuto un senso nei suoi anni, ma gli Scritti corsari non sono più possibili.

Perché non ci sono più scrittori come Pasolini?
No, continuiamo a scrivere bei libri, anche più belli e politicamente interessanti di quelli di Pasolini, come i romanzi di Walter Siti. Credo che riescano ancora ad avere un potere sul piano individuale: trasformano, proteggono, salvano. Ma non hanno più lo stesso impatto sociale. 

Qual è il problema?
I giornali non li legge più nessuno e sono diventati delle grandi creature che non pubblicherebbero mai editoriali contrari alla loro linea. Un intellettuale dovrebbe essere un ospite sgradito e ingrato: scrivere pezzi anti-borghesi sul
Corriere della Sera e anti-proletari sul Manifesto. Pensa a Tina Anselmi: una politica cattolica che ha fatto tutte le battaglie progressiste, dall’aborto al divorzio. Lei sì che era un’intellettuale. Quella figura è venuta meno. Non ci sono più case abitabili. Ecco perché diffido dei pasolinismi contemporanei, di chi è sempre col dito alzato, dei professionisti del bene che ti dicono come devi, o non devi, campare. Anche quando la causa è giusta, mi sembra che dietro ci sia il desiderio di appagare il proprio ego con la scusa di una battaglia politica.

Dietro i sentimenti d'odio si nasconde spesso una richiesta di attenzione. Un meccanismo della provocazione sintomo dell'egocentrismo

Che rimane? 
Se c’è un futuro, è dei gruppi di lavoro. Ai miei amici scrittori e intellettuali, che ritengono di fare politica, dico: create una rivista, un teatro, mettetevi in gioco. Il valore di una persona si misura solo nel rapporto con gli altri e nella capacità di confrontarsi, raggiungendo dei compromessi. Mi piace dire “salire a compromessi”, non scendere.

Compromesso è diventata quasi una brutta parola. 
Perché c’è l’ansia di purezza. Sbagliando, partiamo dal presupposto che chi ha un’idea diversa dalla nostra non sia legittimato a parlare. Ma l’ansia di purezza ce l’avevano i nazisti. La costituzione, di cui tutti ci riempiamo la bocca, è nata da una continua discussione tra parti politiche e ideologiche completamente opposte. Trovo gli estremismi un impoverimento. 

Anche nel comitato editoriale del Salone si discute molto?
Sì, è la sua forza, ma anche la sua debolezza. In un libro intervista di Severino Cesari, Giulio Einaudi parla della casa editrice come di “un collettivo formato da molte e diverse intelligenze conflittuali, in cui c’era un legame profondo, fecondo e contraddittorio”. Anche il Salone è così: il fatto che non esista un organigramma mi fa disperare ma fa parte della mia formazione gettare nella mischia tutta una serie di persone invasate, in senso buono, della letteratura, sottraendo spazio alla burocrazia. Minimum Fax e Castelvecchi prima e
Lo Straniero di Goffredo Fofi poi, sono stati una palestra: disordinata ma bellissima. Replicare il modello di realtà indipendenti in un’istituzione enorme come il Salone è più difficile, però cerchiamo di farlo funzionare. Un’altra cosa rara in Italia è la prevalenza femminile nella composizione del comitato editoriale. 

Come mai rara?

L'Italia è un paese maschilista. A sinistra si fa sentire l'eredità del partito comunista. Una lezione arriva dalla destra, con Giorgia Meloni. Ero contrario alle quote rosa, ma mi sto ricredendo

È un paese maschilista. Non abbiamo mai avuto un presidente né del Consiglio né della Repubblica donna. I direttori dei grandi quotidiani, fatta eccezione per il Manifesto, sono tutti maschi. Sarebbe stata ora di cambiare già trent’anni fa ma nei partiti progressisti odierni si fa sentire l’eredità del partito comunista, profondamente maschilista. Una lezione arriva dalla destra che ha come leader Giorgia Meloni. Ero contrario alle quote rosa, però mi sto ricredendo: forse introdurle nei posti apicali è il solo modo per cambiare le cose. 

Si sente in colpa in quanto maschio?
Se la colpa fosse una questione ontologica, dovremmo sentirci colpevoli di un sacco di cose: di essere nati dalla parte giusta del mondo, di usare gli smartphone prodotti sfruttando i bambini nelle miniere di coltan, e così via. Trovo la questione del #metoo complicata, mi chiedo come sia possibile fare questa necessaria rivoluzione culturale senza trasformarla in un conflitto tra sessi che creerebbe solo schieramenti rigidi e soprattutto non cambierebbe niente.

E qui torniamo alla passione per la mediazione.
Una volta il Consiglio regionale del Piemonte mi accusò di aver messo troppa sinistra nel Salone del libro. Che dovevo fare: mollare? No, sono andato a parlarci e alla fine ho vinto. 

Quindi Antonio Scurati, che si è dimesso dalla direzione del festival di Ravello in contrasto con il presidente della Regione Campania sulla presenza di Roberto Saviano, ha sbagliato?
Non voglio giudicare Scurati, ma io non l’avrei fatto. Sarei rimasto e tanto avrei cagato il cazzo da spuntarla. Maradona diceva che sbaglia i rigori solo chi non li tira, anche quando la partita è truccata. Certo, la libertà bisogna guadagnarsela: noi, per esempio, abbiamo creato un consenso sul territorio parlando con tutti i librai torinesi. Se fai rete, e aumenti gli incassi, poi diventa difficile metterti in discussione. Ma solo le anime belle pensano che non bisogna lottare, che una volta ottenuto l’incarico sia fatta.

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Sarebbe bello.
E invece credo sia più bello così perché è molto più complesso. E poi le utopie sono simili alle distopie: in politica, ogni volta che qualcuno ha cercato di realizzarle, è finita malissimo. 

Ha scritto spesso di Lsd. Qual è la sua esperienza?
È come se mi avessi fatto una domanda sul sesso, troppo personale. Posso solo dire, perché non lo dico io ma riviste scientifiche come
Lancet, che gli psichedelici non sono neurotossici. In alcuni Paesi, più evoluti del nostro, vengono usati per alleviare le sofferenze dei malati terminali, trattare forme di dipendenza, depressione, ed emicrania. Qui l’ostacolo è solo culturale. Non voglio diventarne un profeta perché non vanno usati con disinvoltura, ma mi piacerebbe ci fosse corretta informazione a riguardo. 

La Città dei vivi racconta un omicidio a sangue freddo. Dopo aver indagato su quel caso, e compreso, c’è qualcosa dell’essere umano che le fa paura?
L’anaffettività e l’incomunicabilità. Stiamo troppo sulla difensiva e mi sento sempre molto a disagio quando non si riesce a creare una comunicazione più autentica. La colpa di Manuel Foffo e Marco Prato, che hanno ucciso Luca Varani senza motivo, è stata proprio quella di non essersi conosciuti attraverso gli altri, ma solo attraverso loro stessi. Erano dei narcisisti. Ma non c’è bisogno di diventare degli assassini per essere divorati dal narcisismo. Viviamo nell’era dell’iPhone, un’epoca talmente egoriferita che, come fa notare lo psicoanalista Vittorio Lingiardi, a volte non è nemmeno chiara la linea che separa il narcisismo patologico dall’adattamento sociale. Sarebbe necessaria un’opera di alleggerimento dell’ego che non significa rinunciare all’io ma considerarlo il prodotto di una continua interazione con tutto quel che ci circonda. 

“Viviamo in un’epoca egoriferita, mi fa paura l’incomunicabilità”

Punti deboli di Lagioia? 
Mi sembra troppo arrogante fare il giudice di me stesso. Ma direi di sapermi concedere poche pause e di avere un’ansia anticipatoria: fosse per me lavorerei già al Salone del 2022. Sono un perfezionista, anche se la radio e il Salone mi hanno aiutato a mollare la presa: sono creature talmente incasinate che alla fine qualcosa va storto per forza. 

Non ha mollato la presa sulla scrittura, però.
No, infatti sono lento. Quando vinsi il premio Strega, Einaudi mi consigliò di fare subito un altro libro, non ci sono riuscito. Un libro è finito quando è finito: è l’unico lusso che mi concedo.

Ora sta lavorando a qualche idea?
Magari, sono sempre in giro.

Preferisce girare o scrivere?
Scrivere. 

Non pensa che nella scrittura ci sia un po’ di narcisismo?
Boh. Forse prima e dopo, ma non durante. Anche perché quando uno scrittore cerca di fare troppo il figo, si sente e non suona bene. A me interessa solo scrivere: quando sto in un libro, sono felice.

Da lavialibera n°10 2021

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