Mosul, 2017. Vista della città  poco dopo la liberazione da parte dell'esercito iracheno (Foto Arianna Pagani)
Mosul, 2017. Vista della città  poco dopo la liberazione da parte dell'esercito iracheno (Foto Arianna Pagani)
  • Younis Shlash, 35 anni, è uno dei fondatori di Qantara, il centro culturale nato nella città di Mosul (Foto A. Pagani)
  • Il caffè culturale Qantara è un simbolo che la vita a Mosul sta lentamente riprendendo. È un luogo di aggregazione dove si respira letteratura e poesia (Foto A. Pagani)
  • Mosul. Rasool insieme ad altri ragazzi e ragazze sta dipingendo un muro di cemento. Rasool fa parte del collettivo 7Arts (Foto A. Pagani)
  • Mosul. 7Arts è un collettivo fondato nel 2020 da un gruppo di studenti e studentesse di diverse facoltà per cambiare l'immagine della città con graffiti e opere murali (Foto A. Pagani)
  • All'interno del centro sportivo di Tobzawa un gruppo di venti ragazze tra i 13 e 17 anni si incontra quasi ogni giorno per giocare a pallavolo e a basket (Foto A. Pagani)
  • Ranin, 17 anni, ogni settimana gioca insieme alle sue compagne di squadra contro altri team dei villaggi limitrofi, di diverse confessioni (Foto A. Pagani)

Dopo l'Isis, a Mosul è l'ora dei giovani

Nella piana di Ninive, in Iraq, c'è chi cerca di ricostruire edifici e relazioni dopo la distruzione causata dai miliziani dello Stato islamico e dal conflitto. Protagonista una nuova generazione "armata" di cultura, arte e sport

Arianna Pagani

Arianna PaganiFotografa freelance

Sara Manisera

Sara ManiseraGiornalista freelance

13 ottobre 2021

Qantara in lingua araba significa ponte. Nella città vecchia di Mosul, in Iraq, questo ponte serviva a collegare un edificio all’altro. "Abbiamo scelto questo nome per ricollegare tutti i giovani che appartengono a questa società". A parlare è Younis Shlash, 35 anni, ingegnere e uno dei fondatori di un caffè letterario e culturale che accoglie donne e uomini, vanta una libreria ben fornita e ospita letture, presentazioni di libri e concerti e si chiama Qantara, appunto: "L’idea ci è venuta già durante l’occupazione di Daesh – racconta –. Poiché Daesh ha separato la nostra società, il nostro sogno era quello di ricollegarla all’interno di questo luogo. Il nostro slogan fin da subito è stato 'il luogo per tutti'”

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