Dall'orlo dell'abisso al nuovo inizio

Sabato 17 ottobre la Rete dei numeri pari scende in piazza nella giornata mondiale contro la povertà lanciando una mobilitazione nazionale diffusa per i diritti e la giustizia sociale: "Dobbiamo tornare nelle piazze reali, condividendo proposte e obiettivi in grado di allargare alleanze, costruire legami e consapevolezza"

Giuseppe De Marzo

Giuseppe De MarzoResponsabile politiche sociali di Libera

13 ottobre 2021

"Siamo sull’orlo dell’abisso e ci muoviamo nella direzione sbagliata". Con queste parole durissime il segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, ha aperto il 21 settembre la 76esima assemblea generale, dando un segnale di consapevolezza del momento di estrema emergenza del nostro tempo: pandemia, emergenza climatica, crisi in Afghanistan, Etiopia e Yemen, aumento delle disuguaglianze. Sembrano questioni apparentemente non connesse, ma il segretario generale dell’Onu le mette insieme: "Il Covid e la crisi del clima hanno messo in luce profonde fragilità come società e come pianeta. Le persone che serviamo e rappresentiamo possono perdere fiducia non solo nei loro governi e nelle istituzioni, ma nei valori che animano il lavoro dell’Onu da oltre 75 anni. Un crollo della fiducia sta portando a un crollo dei valori. Le promesse, dopotutto, sono inutili se le persone non vedono risultati nella loro vita quotidiana". La politica è diventata un privilegio del più forte e non più uno strumento di risoluzione dei conflitti e di cambiamento. Così, in assenza di alternative alla crisi globale, a capitalizzare il malcontento saranno odio, depressione e guerre: l’abisso. Se vogliamo evitarlo dobbiamo cambiare strada, perché la direzione è sbagliata, come denuncia Guterres. Siamo in un momento storico senza precedenti che rende irrimandabile una riflessione ampia e diversa rispetto al passato, a partire dalla nostra idea di progresso e di ricchezza.

Il mondo è in guerra. Guarda la mappa dei conflitti 

Ci hanno raccontato che il liberismo avrebbe portato diritti e libertà, oggi ci spiegano che è impossibile. Difende la crescita di pochi a danno degli altri

"Un progresso che non può rigenerarsi è quello che accetta e ammette un mondo sempre più diseguale. Un progresso che non riesce a rigenerarsi degenera", sostiene il filosofo e sociologo Edgard Morin.  Per decenni ci hanno raccontato le meravigliose e progressive sorti del liberismo economico attraverso il quale avremmo conquistato diritti e libertà, oggi ci spiegano come sia impossibile garantire per tutti diritti sociali, ambientali e politici. Le disuguaglianze sono necessarie per il sistema capitalista, con la sua idea di sviluppo che difende la crescita di pochi a danno degli altri; che punta a fare profitto nell’immediato, dimenticando i vincoli e i limiti imposti dai diritti delle future generazioni; che nega l’interconnessione, l’interdipendenza, la reciprocità e la relazionalità tra tutte le entità viventi della nostra casa comune; che non rispetta le capacità di autorigenerazione e autorganizzazione della Terra prelevando molto di più di quanto possibile per sostenere i consumi. Il progresso dovrebbe portare l’umanità a una vita migliore e più complessa, ampliando saperi, libertà politiche e civili.

Il liberismo spaccia regresso per progresso

Da molti anni invece assistiamo all’esatto contrario. Il liberismo economico spaccia regresso per progresso, con la complicità di una larga parte dei media e dei governi, il nostro incluso. Questo sistema regressivo che, come dice Morin, accetta e ammette un mondo più diseguale, non può che degenerare con conseguenze catastrofiche per tutti e tutte. Non siamo più dinanzi a una fase storica in cui si credeva possibile riformare il sistema capitalista, sinceramente convinti di limitare i fallimenti e le conseguenze distruttive dei modelli di produzione e consumo. Quella fase è finita da un pezzo e ha coinciso, non a caso, con la sconfitta storica delle socialdemocrazie, che a questa visione si ispiravano, e con l’esplosione della crisi ecologica. In campo c’è solo il pensiero unico, le distinzioni sono interne, come superficiali le richieste di modifica. Sono i numeri dell’aumento delle disuguaglianze a dircelo, molto più dei dati elettorali. Precarietà, povertà, grave deprivazione materiale, dispersione scolastica, insicurezza sociale, ingiustizie ambientali, peggioramento delle condizioni di salute, collasso climatico, desertificazione, sono la prova e la misura quotidiana della degenerazione del sistema. Una politica che accetta l’assenza di alternative, che non libera dall’esclusione e dalle nuove forme di schiavitù e razzismo, è complice del sistema. Una politica incapace di ascolto, che teme la partecipazione di cittadini e reti sociali, contribuisce a rafforzare la degenerazione del progresso, ritardando il cambiamento. 

Per il sociologo portoghese De Sousa Santos si tratta di "un'innovazione giuridica che solleva numerosi problemi, ma percorribile se c’è una volontà politica orientata a farlo"

Dobbiamo tornare nelle piazze reali, condividendo proposte e obiettivi in grado di allargare alleanze, costruire legami e consapevolezza

Per chi ha a cuore la democrazia l’unica strada possibile è quella di ricostruire la politica, per farla tornare a essere strumento di liberazione, ma se non riformiamo prima il pensiero sarà impossibile perché non si può rigenerare la politica senza prima aver modificato la maniera di pensare. Disuguaglianze, collasso climatico e pandemia sono il prodotto di un pensiero malato, frammentato. Il nostro pensiero deve tornare a essere integro, ispirandosi alla circolarità e all’interdipendenza della vita, ricongiungendosi all’azione e alla pratica. Non ci può essere democrazia senza partecipazione, né libertà senza giustizia sociale, e lo sappiamo bene nel nostro paese dove disuguaglianze e povertà continuano a crescere, come denunciato dall’ultimo rapporto Istat. Sono sei milioni le persone in povertà assoluta ed otto quelle in povertà relativa. L’Italia è tra i paesi con il maggior numero di persone a rischio esclusione sociale (1 su 3), in cui sono presenti due delle tre regioni più povere d’Europa, cioè Sicilia e Campania. Questa situazione favorisce mafie, corruzione e concentrazione della ricchezza (non a caso in Italia cresce il numero dei miliardari, 36, e i loro guadagni). Il Covid anche in Italia ha solo allargato una crisi già presente, che ha colpito e colpisce più forte che in altri paesi. Un furto di diritti e di democrazia che non possiamo accettare e che, al di là delle “narrazioni”, nei fatti il governo ignora. Dinanzi al tradimento della nostra Costituzione e al silenzio complice della politica, dobbiamo tornare nelle piazze reali, condividendo proposte e obiettivi in grado di allargare alleanze, costruire legami e consapevolezza. Non è un punto di arrivo, ma di un nuovo inizio.

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