Il convegno di Libera Piemonte, "Siamo ancora nel labirinto della 'ndrangheta?" (foto Ilaria Genovese)
Il convegno di Libera Piemonte, "Siamo ancora nel labirinto della 'ndrangheta?" (foto Ilaria Genovese)

A dieci anni dall'inchiesta Minotauro, politica e imprenditoria assenti

Uomini d'affari e delle istituzioni non hanno imparato la lezione dell'inchiesta che nel 2011 sgominava la 'ndrangheta a Torino

Redazione <br> lavialibera

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25 settembre 2021

Per spiegare l'eredità dell’operazione antimafia Minotauro a dieci anni dagli arresti di ‘ndranghetisti radicati a Torino e dei loro fiancheggiatori, il sostituto procuratore Paolo Toso racconta un aneddoto. Nel processo Carminius, in corso al tribunale di Asti, interroga Roberto Rosso, ex assessore regionale accusato di voto di scambio politico-mafioso, e chiede se nel 2011, dopo il coinvolgimento di alcuni suoi compagni del Popolo delle libertà nell’indagine, il partito avesse analizzato la faccenda. Nessuna riflessione fu fatta. Il coordinatore regionale del Pdl, sentito come testimone, risponde ai difensori di Rosso che pongono la stessa domanda. Nessuna analisi, tutto era stato lasciato ai singoli. La politica non avrebbe tratto alcun insegnamento da quello scandalo, con i candidati disposti a incontrare sedicenti "imprenditori calabresi" per ottenere voti.

“Mancano la politica e l’economia qua dentro ed è il problema vero dell'eredità di Minotauro”, dice il professore Rocco Sciarrone, all’inizio del suo intervento all'incontro organizzato da Libera Piemonte: “Minotauro. Siamo ancora nel labirinto della ‘ndrangheta?”. Quanto fatto da allora a livello locale sembra solo una risposta di facciata, come la commissione comunale alla legalità: "Ci sono le elezioni e non se ne parla. È un alibi. Ce ne occupiamo perché c'è un ritorno politico. Ma quali sono i risultati?", si interroga il professore. E così anche in Regione c'è un'organismo dedicato al tema: “Non fa niente”. Una politica assente e distante, come conferma questa assenza Maria José Fava, referente regionale: “Abbiamo mandato l’invito a questo convegno ai tre principali candidati sindaci – ma sono molto impegnati nella loro campagna elettorale –. Abbiamo cercato di parlare con gli ordini professionali e le organizzazioni datoriali, ma è molto difficile”. A dieci anni da Minotauro, allora, c’è ancora una fetta di società poco interessata ai rischi legati alla criminalità organizzata, mentre gli investigatori si ritrovano con strumenti inadeguati di fronte alle evoluzioni tecnologiche dei gruppi criminali e mentre i giornalisti subiscono una sottile, ma pesante, persecuzione giudiziaria.

Gian Carlo Caselli (foto Ilaria Genovese)
Gian Carlo Caselli (foto Ilaria Genovese)

Per anni, prima di quell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Torino, molti segnali venivano ignorati. “Mai stupirsi se l’acqua bagna. Piuttosto bisogna attrezzarsi, aprire gli ombrelli, ombrelli che pochi hanno aperto in questi anni”, ammonisce Gian Carlo Caselli, nel 2011 procuratore capo a Torino. Ricorda molti di quei segnali: le parole di Carlo Alberto Dalla Chiesa sulle infiltrazioni mafiose al nord, l’omicidio di Bruno Caccia il 26 giugno 1983, le indagini sulla criminalità calabrese e sui traffici di droga, ma anche alcuni documenti che fecero scalpore, come la relazione della commissione parlamentare antimafia presieduta da Carlo Smuraglia nel 1994 e poi quella della commissione presieduta da Francesco Forgione che si concentrò sulla ‘ndrangheta, anche quella al nord. “Discussioni? Dibattiti? Niente di niente”. Anzi: “Forgione fu accusato di essere un provocatore. Tutto ciò significa una scarsissima sensibilità del ceto politico, intellettuale e delle agenzie di formazione e informazione”. Davide Mattiello, ex componente della commissione antimafia (2013-18) e presidente di Benvenuti in Italia, ricorda invece che “le inchieste cominciate con Minotauro hanno sollecitato la politica. È di quegli anni la riforma del 416-ter e la riforma del codice antimafia”. Certo, specifica, “è puerile pensare che la politica possa creare cose perfette. Bisogna tenersi d’occhio”.

Il voto di scambio politico-mafioso, quattro domande (e alcune note) sul 416 ter

Minotauro, un’inchiesta rivoluzionaria

Roberto Sparagna (Foto Ilaria Genovese)
Roberto Sparagna (Foto Ilaria Genovese)
“Ha contribuito alla formazione di una rete di conoscenza che prima non c’era. Dopo gli arresti i politici dicevano. ‘Qui la ‘ndrangheta non esiste’. Ora nessuno può dire più una cosa del genere. Tutti danno per scontato che esistaRoberto Sparagna - Direzione nazionale antimafia

Ha ripercorso alcune tappe dell’indagine Roberto Sparagna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, prima in forza alla procura torinese. “Le misure cautelari vengono eseguite nel 2011, ma parte prima, nel 2006 con le dichiarazioni di Rocco Varacalli (un pentito, ndr). Nel 2009 arriva il pentimento di Rocco Marando”, esponente di un’importante famiglia della ‘ndrangheta. “Tutto, però, comincia nel 2003 con un omicidio a Grugliasco in cui viene coinvolto Varacalli”. Minotauro, però “non nasce dal nulla”. C’erano state indagini, come Cartagine, Betulla, Asso, che attestano la presenza della ‘ndrangheta in Piemonte. “Ma perché ci sono circa 20 anni di assenza di operazioni contro la ‘ndrangheta?”, si chiede. Il lavoro svolto dal pm e dai suoi colleghi in Minotauro “parte dall’analisi e dallo studio della ‘ndrangheta e delle sue manifestazioni al nord”:

“In precedenza si mettevano insieme una serie di reati scopo per dire che c’è l’associazione. Con Minotauro il metodo viene stravolto: c’è l’associazione, ne parlano nelle intercettazioni, andiamo a vedere cosa fa”. Questa impostazione, poi, diventa un metodo: “Tutte le indagini del nord successive a Minotauro hanno questa impostazione”. Non solo: “Ha contribuito alla formazione di una rete di conoscenza che prima non c’era. Dopo gli arresti i politici dicevano. ‘Qui la ‘ndrangheta non esiste’. Ora nessuno può dire più una cosa del genere. Tutti danno per scontato che esista. Ha creato una condivisione dei temi antimafia. Sono moltissimi i convegni, le tesi di laurea, i momenti con la chiesa o con la scuola. Oggi si parla delle questioni di ‘ndrangheta”.

Zona grigia, dove si incontrano mafie, affari e politica

Il presente e il futuro delle inchieste antimafia in Piemonte

Paolo Toso (Foto I.G.)
Paolo Toso (Foto I.G.)

“La ‘ndrangheta ha capito che dove c’è rumore si attira l’attenzione degli inquirenti"Paolo Toso - Direzione distrettuale antimafia di Torino

Il pm Toso fa un quadro di quanto avvenuto dopo, con la scarcerazione di alcuni boss, i fratelli Crea, che si rimettono in attività (operazione Big Bang) e ricostituiscono un’organizzazione: “Anche i piemontesi vengono affiliati coi riti tradizionali della ‘ndrangheta”, rimarca. “Torino è ancora un terminale di traffici di stupefacenti ingentissimi”, ma “la ‘ndrangheta ha capito che dove c’è rumore si attira l’attenzione degli inquirenti. È sufficiente spendere in modo implicito, allusivo, la propria riconducibilità all’organizzazione per ottenere vantaggi”. Cita un'intercettazione di un'indagine, due 'ndranghetisti del Nord che tornati a Sud si lamentano: "Ci siamo allontanati e ci stiamo da parte, ma non puoi fare più come una volta, che ti riunivi, facevi e parlavi. Ora basta che parli e ti mettono subito l'associazione". Le indagini sono diventate più difficili: "Comunicano con altri metodi. Questo è un grosso problema che la politica legislativa non ha ancora affrontato. Ci si preoccupa di limitare l'utilizzo delle intercettazioni e non ci preoccupa del fatto che la criminalità organizzata è molto avanzata tecnologicamente. Comunica con modi che noi non siamo in grado di registrare e siccome non si incontrano più, se non riusciamo più a intercettare quello che si dicono e si scrivono, non riusciremo più a investigare. Non mi capacito del fatto che riceviamo dall'Fbi delle chat bucate di 'ndranghetisti italiani perché loro hanno i sistemi per bucare e noi no". La criminalità organizzata si evolve, gli apparati dello Stato restano indietro.

Nel futuro “non dovremmo aspettarci nuove locali, ma nuovi affari – sottolinea Sciarrone –. Dobbiamo imparare a guardare oltre la mafia”. Anche perché, ad esempio, “Minotauro fa emergere il problema dell’area grigia: c’è una forte presenza della ‘ndrangheta che non si occupa soltanto di traffici illeciti, ma ha moltissimi agganci col mondo economico e politico”. Politici e imprenditori che cercano i servizi della ‘ndrangheta, ma “è mancata una riflessione su come si fa economia e come si fa politica”.

Raccontare le mafie: poca strada e troppe carte

Il racconto giornalistico sulla 'ndrangheta a Torino

Il sociologo Rocco Sciarrone (Foto I.G.)
Il sociologo Rocco Sciarrone (Foto I.G.)

Minotauro viene definito come uno “tsunami” che si è abbattuto sull’opinione pubblica, dice la direttrice de lavialibera Elena Ciccarello per poi elencare, invece, molti degli elementi che permettevano di dare una lettura del fenomeno, tra cui alcuni processi dei primi anni Duemila come Poker e Gioco Duro. “Al processo Gioco duro nel 2009 c’era tutta la drammaturgia dei processi di mafia: c’erano i fratelli Crea imputati baldanzosi, le moglie presenti tra il pubblico e i testimoni terrorizzati”. “Il vuoto conoscitivo ce lo siamo costruiti noi dal punto di vista mediatico non occupandoci di questi processi”, afferma. Giuseppe Legato, cronista de La Stampa nota come ci sia stata una “difficoltà di scrivere di ‘ndrangheta fino a Minotauro”. Adesso le sfide sono diverse. Da una parte “bisogna raccontare il percorso evolutivo della mafia”, dall’altra bisogna tutelare i giornalisti dalle querele strumentali: “Oggi non ti querela il mafioso, ma l’imprenditore, l’avvocato, il commercialista o il titolare dell’autolavaggio. Ti fanno cinque querele in pochi mesi, tutte che partono da una stessa ‘area’ e delegano l’autorità giudiziaria di trovare i passaggi diffamatori. Alla richiesta di archiviazione del pm, segue l’opposizione del querelante e il giornalista deve andare in aula a difendersi con l’avvocato. E dopo un po’ il giornale si stanca di fornire l’avvocato. Queste querele temerarie stanno aumentando e questa è un’intimidazione”.

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