Il capannone incendiato. Foto: Lazzaro D'Auria
Il capannone incendiato. Foto: Lazzaro D'Auria

Foggia, incendiato il capannone di Lazzaro D'Auria: "Loro distruggono, io ricostruisco"

L'imprenditore che si è costituito parte civile al processo contro la mafia foggiana è stato vittima dell'ennesima intimidazione, ma non si scoraggia. "È dura, ma resisto, sperando che altri facciano come me"

Natalie Sclippa

Natalie SclippaRedattrice lavialibera

31 agosto 2021

Essere imprenditori nella provincia di Foggia non è semplice. Nei documenti ufficiali è scritto che, in alcune zone della provincia, il pizzo è accettato con la stessa normalità con cui si pagano le tasse. Lazzaro D’Auria ha fatto una scelta differente: non piegarsi al racket e denunciare. Da lì, sono iniziate le ritorsioni. Mercoledì notte, in una delle sue sei aziende agricole, a San Severo, è stato dato fuoco a un capannone. Ed è solo l’ultimo dei “dispettucci”, come li chiama, per minimizzare il danno milionario arrecato. Dalle telecamere di sorveglianza risulta l’ombra di un uomo che si avvicina alla struttura e getta qualcosa. 

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D’Auria è stato l’unico imprenditore taglieggiato che si è costituito parte civile nel processo “Decima azione” contro la Società Foggiana, l’organizzazione mafiosa attiva nella città di Foggia dagli anni ‘80. A lavialibera, spiega quanto siano vulnerabili le aziende agricole, “Colpire poco prima del raccolto, manda in fumo la fatica di mesi”. Nonostante lo sconforto, resiste, sperando di essere d’esempio per altri che subiscono le stesse intimidazioni. Creare una rete di operatori economici metterebbe alle strette anche quelli che ora si sentono impuniti. 

Nonostante abbiano capito da che parte stia, sono tornati a colpire. Perchè?

“Non si sono mai fermati. Hanno continuato a intimidire. Il 70-80% dei redditi di questo territorio è costituito dalle coltivazioni e tanti sono costretti a pagare 200-300 euro a raccolto, in base al tipo di coltura e all’estensione dei terreni. Le forze dell’ordine sono poche per controllare tutto il territorio e c’è chi può dare molta liquidità. Taglieggiano gli imprenditori. Il nostro settore è poco assicurabile, poco controllabile. Il piccolo agricoltore, invece di subire il taglio dei tiranti, paga. E anche i grandi. Ci vorrebbero delle ronde notturne.”

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Ci sono molti modi per manomettere il vostro lavoro.

“Passiamo dai piccoli furti al taglio della coltura, fino all’inquinamento dei campi. Per capire veramente l’estensione del problema, si dovrebbe fare un giro in macchina. La campagna è facilmente attaccabile. Ma non è possibile dover pagare per raccogliere quello per cui si è lavorato un anno intero”. 

Alcuni li hanno arrestati. Non basta?

“Certo, alcuni vengono arrestati, ma trattandosi di danneggiamenti si fanno solo 15-20 giorni di carcere e poi ritornano nello stesso paese dove vive chi ha denunciato. Così, dobbiamo subire pure le ritorsioni. Lo Stato dovrebbe dargli l’obbligo di dimora in un’altra regione, in un altro Paese, perché se allontani i boss, ma i gregari rimangono, è come operare una massa tumorale, ma non debellare tutte le cellule impazzite”. 

L’intimidazione di mercoledì notte è l’ultimo attacco nei suoi confronti.

“Sì, è per dire: anche se ha denunciato, sta pagando un prezzo. Io li chiamo dispetti, ma per un piccolo agricoltore è davvero difficile andare avanti”.

Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia, dopo l’intimidazione ha annunciato il ritorno della commissione antimafia a Foggia. Può essere un passo avanti per sentire le istituzioni vicine?

“Mi auguro che sia vero e anche di incontrarlo. Per risolvere un problema, bisogna conoscerlo da vicino”.

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Quali sono state le altre reazioni?

“Le prime telefonate sono arrivate dagli istituti bancari. Quando denunci, anche loro si allontanano, perché il rischio si alza. Entri sotto la voce ‘pericolo’. Lo sconforto c’è, perché ci sono orari, scadenze da rispettare, i dipendenti. Ci sono persone che credono in quello che facciamo e ci proteggono, ma non si può chiedere di controllarti 24 ore su 24. È questione di coscienza. Se non ho venduto tutto, è per i dipendenti. Lo Stato offre protezione, la possibilità di andartene o rimanere. Io ho scelto di rimanere”.

Quali sono i suoi prossimi passi?

“Innanzitutto, rimettere in sesto l’azienda. Io non mi arrendo: loro distruggono, io ricostruisco. Il problema è che così consumo quello che guadagno, invece di poterlo investire. In questo momento, non posso ingrandire, ma ristrutturare. È dura, perché il rischio nei miei confronti sta aumentando, visto che sto cercando anche di invitare altri imprenditori a denunciare. Le conseguenze sono squallide. Ma io combatto: continuo a fare ciò che ho sempre fatto. Se mi chiedesse: ‘Lei lo rifarebbe?’, le risponderei di sì”.

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