Crediti: pexels
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Rave party, il "dionisiaco" tra analisi chimica o manganello

In margine al teknival dello scandalo in provincia di Viterbo, resta la domanda a cui il sapere occidentale non risponde: cosa si cerca nelle droghe che la società "normale" non è in grado di dare?

Fabio Cantelli Anibaldi

Fabio Cantelli AnibaldiVicepresidente Gruppo Abele e scrittore

25 agosto 2021

"Ci concentriamo molto sulle sostanze illegali ma in questo genere di eventi i danni maggiori vengono causati dall’alcol. Quanto agli stupefacenti, si tratta di sostanze chimiche, eccitanti o al limite allucinogeni. Improbabile che una persona partecipi a un raduno di questo genere con musica techno sparata a ritmo ossessivo e poi assuma sostanze 'calmanti' come l’eroina. Il problema però è soprattutto: chi compra, sa davvero che cosa sta per assumere? In altri Paesi avvengono sempre test, sul luogo, per analizzare la composizione delle sostanze. Si agisce se non sulla quantità almeno sulla qualità. Questo in Italia avviene poco". Parole di Riccardo Gatti, presentato da Il Post come il "massimo esperto in Italia di droghe e dipendenze" a proposito del rave party di Valentano (Viterbo).

Ora, con tutto il rispetto, dire che chi assumedroghe chimiche ed eccitanti (basta parlare di “sostanze”, please) non ne prenda anche di “calmanti” può solo affermarlo chi non ha mai provato il “down” improvviso e spaventoso della coca o dell’anfetamina (soprattutto se fumate o iniettate). Lo storico, altissimo gradimento presso i tossici dello speed-ball – cioè di eroina e cocaina mischiate e assunte insieme – trova qui la sua ragion d’essere (ne scrisse già William Burroughs in Junkie, negli anni Cinquanta: "Bill, cosa ne dici?". "Se Dio ha creato qualcosa di meglio se l’è tenuto per sé").
Secondo punto: i test per analizzare le “sostanze” (aridaje).

Noi tossici avevamo pusher di “fiducia” che avevano tutto l’interesse a darci “roba” buona o quantomeno non tagliata con veleni. Se il pusher non c’era perché era stato arrestato o perché mandato, d’estate, a spacciare a Rimini (a me è capitato), si chiedeva a un amico, un conoscente o altri tossici incontrati in piazza informazioni che si rivelavano nella media attendibili. Ripeto: mafiosi e narcotrafficanti avevano – e hanno – tutto l’interesse a spacciare droga che non uccide. Se uno di noi ogni tanto (spesso, purtroppo) ci lasciava le penne era perché avevamo organismi altamente debilitati o non avevamo ancora appreso alcuni preziosi accorgimenti “salvavita” (ad esempio evitare di farsi, dopo due o tre giorni di crisi d’astinenza, la stessa dose che ci facevamo prima dell’astinenza perché il corpo è fragile, ipersensibile e quella stessa quantità può rivelarsi fatale).

Cosa cerca l’essere umano nelle droghe che nella società “normale” non trova?

Non di “test sulle sostanze” ci sarebbe dunque bisogno, ma, semmai, di medici che facciano check-up completi alle migliaia di aspiranti “ravers” prima che si stravolgano di droghe vendute e assunte ormai come ogni altra merce. Scenario altamente improbabile, direi, per mancanza di risorse da un lato e disponibilità dall’altro (una droga “certificata” e assunta da un organismo preventivamente “visitato” perde il 90 per cento del suo fascino e quindi della sua capacità di procurare piacere: lo sappiano gli “esperti” privi d’esperienza diretta).

Alla radice della tossicomania, la fame di infinito

Resta il nodo, la domanda cruciale a cui la “scienza” occidentale si rifiuta da cinquant’anni di rispondere, ammesso che ne sia capace: cosa cerca l’essere umano nelle droghe che nella società “normale” non trova, pur potendo soddisfare tramite il “mercato” tutti i desideri che il mercato stesso gli induce? Domanda spinosa, imbarazzante, tenuta a debita distanza. Domanda che se posta in modo serio, radicale, farebbe cadere l’ultima maschera a una civiltà che non solo “liofilizza” la propria vita ma pretende di esportarla come democrazia al Talebano o Barbaro di turno, s’è visto con quali tragici risultati. Girava in quei giorni sul sito del Corriere della Sera un gustoso video in cui a un ragazzo di Livorno reduce dal rave dello scandalo veniva chiesto perché tanta gente era arrivata lì da tutta Italia e non solo: "Perché alla gente gli garba drogarsi" diceva toscanamente il tale. "Gli garba drogarsi": riposta perfetta se non fosse che nella droga la “gente” non cerca solo piacere ma qualcosa d’altro e più, di molto di più. Se ci si chiedesse cosa, la “questione droga” sarebbe affrontata con una visione all’altezza della sua profondità, senza parlare da un lato di “analisi chimica delle sostanze” o richiedere dall’altro l’intervento dei poliziotti e il rispristino della “legalità”.

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