Il manifesto delle proteste degli ambientalisti del 25 giugno scorso (Foto Mario Messina)
Il manifesto delle proteste degli ambientalisti del 25 giugno scorso (Foto Mario Messina)

Nella verde Slovenia il governo vuole più cemento e meno ong

La Slovenia ha puntato molto sull'ecologia sin dalla nascita, ma il governo Jansa ha cambiato approccio. I cittadini, con un referendum, hanno fermato il cemento su coste e corsi d'acqua

Mario Messina

Mario MessinaGiornalista freelance

5 agosto 2021

“Questo è un governo abusivo e noi ce ne libereremo”. Le parole si sentono forti in piazza Prešeren a Lubiana. Jaša Jenull le pronuncia guardando di fronte a sé le migliaia di sloveni che lo scorso 25 giugno hanno accolto l’appello suo e degli altri leader dei movimenti di protesta per dire che il governo guidato da Janez Janša non li rappresenta. “Il primo passo per liberarcene – continuava Jenull – è andare a voltare in massa al referendum dell’11 luglio”.  E l’11 luglio scorso gli sloveni alle urne ci sono andati e hanno detto un forte no al Water act che, modificando la legislazione sull’edilizia, apriva alla costruzione di edifici lungo le coste di mari, fiumi e laghi del Paese. Secondo i detrattori, una spinta alla cementificazione delle coste con un impatto ambientale devastante. L’ha pensata così almeno l’86,6 per cento dei votanti. 

Aliosa Petek, avvocato specializzato nella protezione dell'ambiente (Foto M.Messina)
Aliosa Petek, avvocato specializzato nella protezione dell'ambiente (Foto M.Messina)

Il risultato non era affatto scontato, considerando che tutti i tentativi di referendum nel Paese fin dalla sua dichiarazione d’indipendenza nel 1991 sono andati a vuoto, eccetto quello per l’adesione all’Unione europea e alla Nato. “Con queste votazioni le persone hanno espresso la loro volontà di avere acqua potabile sicura, un ambiente pulito e procedure decisionali trasparenti e inclusive”, dice a lavialibera, Aljoša Petek, avvocato specializzato nella protezione dell’ambiente e membro del Pic, il centro legale per la protezione dei diritti umani e dell’ambiente di Lubiana. “Quello del Water Act – denuncia l’attivista – è stato solo l’ultimo atto di una guerra che il governo guidato da Janša ha dichiarato alle organizzazioni ambientaliste”. 

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La fine della tradizione verde

Con la pandemia l'esecutivo sloveno ha svoltato a destra: prima sull'economia, ora con l'ambiente

Sin dalla sua dichiarazione d’indipendenza dalla ex Jugoslavia nel 1991, la Slovenia ha puntato molto sulla sua anima verde, diventando in poco tempo la prima nazione al mondo a ricevere la certificazione Global green destination. L’ambiente, per trent’anni, è sempre stato al centro delle politiche di tutti i governi della Slovenia. Poi è arrivato il Covid-19 ed è cambiato tutto. 

Dopo una crisi politica che ha portato alle dimissioni del precedente governo di centro-sinistra, il 13 marzo 2020 nasce un nuovo governo guidato da Janez Janša che fino a poco prima era il leader dell’opposizione. Un governo di destra nato grazie all’appoggio inaspettato di due partiti storicamente di centro-sinistra. Quando, pochi mesi dopo, il governo si trova a fare i conti con la crisi economica scaturita dalla pandemia, Janša e i suoi decidono di cambiare paradigma. La priorità ora è dare una nuova spinta all’economia, anche a scapito dell’ambiente.

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Il tentativo di indebolire le ong

All’interno del pacchetto di aiuti economici post-pandemia il governo inserisce una legge che mira a depotenziare il ruolo decisionale delle ong ambientaliste per snellire i processi decisionali. “Questo è stato il primo vero atto di guerra del governo contro di noi”, spiega l'avvocato Petek. In Slovenia le ong che si occupano di ambiente sono chiamate a rappresentare gli interessi della natura nei processi decisionali relativi alle costruzioni di nuovi edifici, industrie o opere pubbliche. Insomma, agiscono da avvocato difensore della natura. 

Fino a maggio 2020 tutte le ong ambientaliste registrate potevano compartecipare ai processi decisionali. Con la nuova legislazione devono ora dimostrare di avere almeno 50 membri attivi, un capitale sociale di 10mila euro e tra i collaboratori regolarmente assunti almeno tre devono avere un titolo di studio uguale o superiore a una laurea magistrale. “In un Paese piccolo come il nostro, che conta solo due milioni di abitanti, è chiaro che queste richieste sono improponibili: un tentativo di metterci a tacere”, accusa l’avvocato. 

Pareri negativi impossibili o inutili

"Il governo aveva eliminato la possibilità per noi di dare un parere negativo. Potevamo solo dare l’ok alla realizzazione oppure l’ok con riserva"Brina Sotenšel - Balkan river defence

Il secondo atto della guerra alla ong arriva qualche mese dopo, con la modifica della legge sulla protezione dell’ambiente. La formulazione precedente prevedeva che, nei processi decisionali relativi a grandi lavori (pubblici o privati) che avevano un impatto sull’ambiente, il governo dovesse ascoltare il parere di almeno una delle istituzioni governative competenti in materia. Questi enti – che lavorano sotto l’egida del governo ma in cui sono impiegati esperti del settore – potevano dare un parere positivo, negativo o positivo con riserva. Indicando in quest’ultimo caso le modifiche da apportare per far rientrare il progetto nei parametri di sostenibilità. 

“La prima proposta di modifica del ministro dell’ambiente Andrej Vizjak era radicale”, spiega Brina Sotenšek, membro della Balkan river defence e biologa dell’Istituto sloveno di ricerche sulla pesca, una delle istituzioni governative colpite dalle modifiche legislative. “In pratica – continua la dottoressa – aveva eliminato la possibilità per noi di dare un parere negativo. Potevamo solo dare l’ok alla realizzazione oppure l’ok con riserva”. 

Brina Sotenšek, membro della Balkan River Defence e biologa all'Istituto sloveno di ricerche sulla pesca (Foto M.Messina)
Brina Sotenšek, membro della Balkan River Defence e biologa all'Istituto sloveno di ricerche sulla pesca (Foto M.Messina)

La forte protesta delle opposizioni e degli attivisti ha portato il governo a fare un parziale passo indietro. Il parere negativo è stato quindi reintrodotto ma con una novità: se il parere degli esperti è negativo, il privato che promuove il progetto può presentare le proprie contro-valutazioni. E a decidere tra il parere degli esperti e quelli del privato sarà il ministro dell’Ambiente. “Io parlo per me, non per l’istituzione per cui lavoro – tiene a precisare la dottoressa Sotenšek –, ma credo che questa sia una decisione assurda. Un ministro non ha le competenze per decidere. Ma soprattutto, in questo modo si potrebbe dare la possibilità a chi governa di prendere decisioni che non hanno nulla a che vedere con l’interesse pubblico aprendo a fenomeni di corruzione”.

Il conflitto di interessi del ministro dell'Ambiente

"Volevamo fornire risorse finanziarie per la manutenzione dei corsi d'acqua"Andrej Vizjak - ministro dell'Ambiente

Se la dottoressa Sotenšek parla in generale, le associazioni ambientaliste accusano esplicitamente il ministro dell’ambiente Andrej Vizjak di conflitto di interessi. Prima di entrare a far parte del governo, Vizjak era impiegato come ingegnere in una società che oggi è chiamata a progettare la costruzione di otto dighe idroelettriche sul fiume Sava. Oggi con la nuova legge il ministro dovrà decidere sulla fattibilità ambientale di quelle dighe. Il 2 luglio scorso, la Commissione slovena per la prevenzione della corruzione (Kpk), ha escluso ogni conflitto di interessi nel caso delle dighe sul Sava. E lo stesso ministro continua a difendere il suo operato. 

Porte girevoli e conflitto di interessi in Italia

Contattato da lavialibera, Vizjak ha spiegato che tutte le decisioni prese dal governo sono nell’esclusivo interesse degli sloveni e dell’ambiente, compreso il rigettato Water act. “Con quella legge – spiega – volevamo fornire risorse finanziarie per la manutenzione dei corsi d'acqua. Prima di ricevere il permesso alla costruzione, i privati dovevano dimostrare l’interesse pubblico del progetto. Inoltre, l’autorizzazione era soggetta alla presentazione di un piano che conteneva le misure necessarie a bilanciare gli effetti delle opere previste”.

La vittoria del "No" al referendum

Affinché il voto fosse valido, servivano 340mila voti. Hanno votato “no” più di 677mila sloveni

Nonostante tutto, però, gli sloveni a quella legge hanno detto no. “A essere onesti – confida l’avvocato Petek – avevo paura che al referendum dello scorso luglio non si raggiungesse il quorum”. Secondo la legge slovena, perché la consultazione fosse valida, una delle due proposte doveva ricevere almeno 340mila voti. Hanno votato “no” più di 677mila sloveni. 

Referendum sull'acqua pubblica, dieci anni di promesse mancate

“Anche fosse andata diversamente – spiega Petek – non sarebbe stata una sconfitta totale”. In Slovenia, infatti, in attesa delle consultazioni referendarie, la legge protagonista della votazione pubblica smette di avere valore. I referendum, quindi, sono spesso un modo per prendere tempo. “Il nostro obiettivo – spiega Aljoša Petek – era e sarà quello di rallentare l’entrata in vigore di queste leggi pericolose nell’attesa che il popolo sloveno possa tornare a votare e far fuori questo governo abusivo”. 

Secondo i sondaggi, una coalizione tra tutti i partiti progressisti di sinistra e centro-sinistra raggiungerebbe oggi la maggioranza dei seggi in parlamento. Ma è anche vero che Sds, il partito nazionalista e conservatore del primo ministro Janša, è al primo posto nelle intenzioni di voto con circa il 19 per cento delle preferenze. Non abbastanza per governare, ma abbastanza per provarci. Il passato recente ha dimostrato che – in Slovenia come altrove – in politica tutto è possibile.  

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