The Defenders, i difensori dell'ambiente

Minacciati, picchiati e alcune volte uccisi: gli attivisti che si battono per la Terra sono in pericolo e i dati lo confermano

Francesca Dalrì

Francesca DalrìRedattrice lavialibera

30 dicembre 2020

Si chiamano Environmental human rights defenders (Ehrd): "individui e gruppi che – secondo la definizione delle Nazioni unite – con le loro capacità personali o professionali e in maniera pacifica si battono per proteggere e promuovere i diritti umani legati all’ambiente". Dal 2012 l’ong Global witness raccoglie storie e numeri di questi protagonisti, vittime di continui attacchi e violenze. Il 2019 ha segnato un nuovo record con 212 difensori dei diritti umani ambientali uccisi in 21 Paesi.

I ribelli contro l'estinzione

Nel 2002, il primo anno a cui è possibile risalire, erano 50 in quattro Stati. Siano essi popoli indigeni o comitati di quartiere, che lottino contro l’estrazione petrolifera o la costruzione di infrastrutture, i difensori dell’ambiente non rivendicano solo il diritto alla vita e alla salute, bensì quello all’autodeterminazione e con esso la possibilità di partecipare ai processi decisionali che riguardano il proprio territorio. Sul banco degli imputati non vi sono più solo i singoli progetti, ma la gestione complessiva delle risorse naturali. Forse anche per questo, tra i difensori dei diritti umani (Hrd) uccisi, quelli dell’ambiente rappresentano la fetta maggiore (il 40 per cento nel 2019, il 77 per cento nel 2018) rendendo la difesa della Terra l’ambito oggi più pericoloso. 

"Per ogni ambientalista ucciso, ce ne sono da 20 a 100 di molestati, arrestati illegalmente e legalmente o denunciati per diffamazione"- John Knox  Relatore speciale delle Nazioni unite su Diritti umani e ambiente

Le difficoltà nel mappare il fenomeno sono innegabili: solo nel 2018 l’Onu ha adottato un meccanismo specifico di protezione per gli Ehrd e il fenomeno rimane in gran parte sommerso. Un dato è certo: si tratta di numeri sottostimati rispetto alla realtà. Come affermato da John Knox, relatore speciale delle Nazioni unite su Diritti umani e ambiente dal 2012 al 2018, "per ogni ambientalista ucciso, ce ne sono da 20 a 100 di molestati, arrestati illegalmente e legalmente o denunciati per diffamazione". Un elenco a cui le associazioni aggiungono attacchi, minacce di morte, approvazione di leggi sfavorevoli e violenze sessuali nei confronti delle attiviste. Solo il 10 per cento di questi crimini arriva di fronte a una corte di giustizia.

La terra senza di noi 

Non è un caso che i Paesi più pericolosi siano anche quelli considerati corrotti o molto corrotti secondo l’indice di percezione della corruzione di Transparency international. Lo scorso anno l’aumento di omicidi più impressionante si è registrato nel settore del legno (+84,6 per cento). Un dato che porta nel cuore del Vecchio continente, tra le montagne dei Carpazi nel nord della Romania, preda negli ultimi anni di un disboscamento clandestino che sta minacciando alcune delle ultime foreste vergini d’Europa.

Qui l’anno scorso sono stati uccisi i forestali Raducu Gorcioaia e Liviu Pop, entrambi impegnati nel contrastare un business annuale stimato in un miliardo di euro. C’è chi parla addirittura di quattro vittime e 650 aggressioni negli ultimi anni. Nel Paese l’hanno chiamata la mafia del legno. Se il numero di omicidi in Europa rimane comunque basso rispetto agli altri continenti, qui i difensori dell’ambiente sono oggetto di criminalizzazione e campagne diffamatorie, da abusi della legislazione antiterrorismo a restrizioni all’attività delle ong, fino all’utilizzo di agenti sotto copertura.

Green Deal: il piano economico verde per salvare il pianeta

Gli episodi registrati non solo legati tanto a un vuoto giuridico, quanto a "un contesto di generale mancanza di rispetto dell’attivismo pacifico e della libertà di espressione", denuncia la ong Article 19. Come nel caso di Dana Lauriola, l’attivista NoTav detenuta dallo scorso settembre nel carcere Le Vallette di Torino dopo una condanna a due anni per un’azione pacifica di 20 minuti presso un casello dell’autostrada Torino-Bardonecchia nel 2012.

"Il lockdown è stato sfruttato da imprese irresponsabili per mettere in silenzio i difensori dell’ambiente"Michael Taylor e Michel Forst - Direttore dell’International land coalition e relatore speciale alle Nazioni unite

I domiciliari le sono stati negati perché risiedere in val di Susa potrebbe farle proseguire la militanza. La condizione degli Ehrd si è aggravata con l’arrivo del Covid-19. Michel Forst, relatore speciale delle Nazioni unite, e Michael Taylor, direttore dell’International land coalition, hanno denunciato come "il lockdown è stato sfruttato da imprese irresponsabili per mettere in silenzio i difensori dell’ambiente".

Da avvocato ad attivista di Extinction rebellion: "Ecco perché ho scelto di infrangere la legge"

Un fenomeno che sta riguardando anche l’Italia dove, dopo l’azione che lo scorso ottobre ha visto alcuni attivisti di Extinction rebellion incatenarsi per 55 ore davanti alla sede dell’Eni a Roma, 35 sono stati sanzionati per violazione del distanziamento sociale. Tra multe e avvocati la spesa ha già superato i diecimila euro. "Interpretiamo le sanzioni come una forma di repressione preventiva per contrastare ogni forma di dissenso, inclusa la nostra nonviolenza che, come sappiamo, è potenzialmente dirompente – scrivono gli attivisti impegnati ora nella raccolta fondi –. Sapevamo che non sarebbe stato facile".

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