Il re di Denaro

Matteo Messina Denaro è tra gli uomini più ricercati al mondo. Latitante dal 1993, può contare su una fitta rete di protezione, dalla Sicilia al Nord Italia

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

30 luglio 2020

Il denaro non è soltanto una parte del suo cognome, ma uno strumento del suo potere invisibile e intatto. Protagonista della stagione delle stragi, killer spietato ("Con le persone che ho ammazzato io, potrei aprirci un cimitero") ì, latitante dal 1993, Matteo Messina Denaro non basa la sua leadership soltanto sulla violenza, ma soprattutto sui soldi e sui rapporti con politica e massoneria.

Dopo le morti di Totò Riina e di Bernardo Provenzano è il boss di Cosa nostra più forte e imprevedibile, tra gli uomini più ricercati al mondo. Tutti lo cercano, nessuno lo trova. Può contare su una fitta rete di protezione in Sicilia e nel Nord Italia, fatta non solo di gregari, ma anche di gente che conta.

Dopo le morti di Totò Riina e di Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro è il boss di Cosa nostra più forte e imprevedibile, tra gli uomini più ricercati al mondo

"Ogni volta che ci sono indagini su Matteo Messina Denaro - diceva il procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho a lavialibera - si riesce a recidere tutto ciò che gli sta intorno ma, stranamente, non si arriva mai a catturarlo. Il che per la verità è inammissibile in una democrazia come la nostra, avere un latitante da 27 anni. Sono convinto che lo arresteremo a breve".

Le stragi, Cosa nostra e la forbice sociale

MMD è il capo del mandamento di Castelvetrano (Trapani), il suo paese natio, e ha avuto un ottimo rapporto con i corleonesi. La procura di Caltanissetta lo scorso luglio ha chiesto l'ergastolo, accusandolo di essere uno dei mandanti degli attentati di Capaci e Via D'Amelio. Dopo le stragi, si è dato alla macchia. La sua latitanza è sostenuta da una rete di imprenditori di ogni settore, come se MMD fosse a capo di una holding, una società che detiene le quote di un'altra società. Per arrivare a lui, lo Stato tenta di smantellare questa galassia con arresti e soprattutto sequestri e confische. "Questo tipo di soggetti sfuggiva all'azione penale. Le misure di prevenzione si adattano meglio", spiega il colonnello Rocco Lopane che per dieci anni e fino a luglio ha guidato la sezione operativa di Trapani della Direzione investigativa antimafia. Da anni la Dia, specializzata nelle inchieste sui patrimoni della criminalità organizzata, dedica parte delle sue relazioni a Messina Denaro.

Aziende, conti correnti, beni mobili e immobili sequestrati e confiscati valgono alcuni miliardi di euro in una provincia dove la media dei redditi pro capite è tra le più basse d'Italia. "Le attività investigative hanno disarticolato il considerevole potere economico riconducibile al boss di Castelvetrano, insieme alla complessa e articolata catena di figure che consentono di gestire investimenti e operazioni di riciclaggio, individuando sempre nuovi settori economici nei quali muoversi", è scritto nella seconda relazione del 2018. C'erano i villaggi vacanze della Valtur di Carmelo Patti, i supermercati del marchio Despar di Giuseppe Grigoli, gli impianti eolici di Vito Nicastri e molto altro. Dopo gli arresti, alcuni imprenditori, come il cugino del boss Lorenzo Cimarosa o Grigoli, si sono pentiti e hanno permesso di conoscere meglio questa rete.

Nuovi sequestri all'imprenditore ponte tra politica e mafia dopo il verdetto della Cassazione

Qualcosa si muove. "Per quanto episodicamente emergano segnali di insofferenza rispetto alla sua minore aderenza al territorio, continua a mantenere un rilevante carisma sui suoi adepti", si legge nella relazione del primo semestre 2017. Un'intercettazione, emersa con l'operazione "Mafia Bet" del febbraio 2019, lo dimostra: "Fino a quando non prendono a questo, siamo tutti consumati perché ti legano a questo deficiente", diceva l'imprenditore del settore delle slot e delle scommesse, Calogero John Luppino. Lo zio, Salvatore Giorgi, replicava che finché non prendono MMD "in questo territorio (gli investigatori, ndr) faranno terra bruciata".

Alla fine, però, restano ancora troppe domande senza risposta e un dubbio: qualcuno lo protegge nelle stanze del potere?

Così "anche nel Trapanese, Cosa nostra risente della crisi di liquidità e della difficoltà di comunicazione interna degli affiliati - è scritto nella relazione del primo semestre 2019 -. A ciò si aggiunge il progressivo indebolimento causato dall'attività di contrasto degli apparati investigativi, anche in termini di sequestri". Alla fine, però, restano ancora troppe domande senza risposta e un dubbio: qualcuno lo protegge nelle stanze del potere?

Dal n°4 luglio/agosto 2020

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