La folla ai funerali di Aurelio e Luigi Luciani in San Marco in Lamis, l'11 agosto 2017. Credits: Ansa
La folla ai funerali di Aurelio e Luigi Luciani in San Marco in Lamis, l'11 agosto 2017. Credits: Ansa

Strage di San Marco in Lamis, le vedove Luciani: "La rassegnazione alla mafia è peggio dell'omertà"

Il 9 agosto del 2017 Luigi e Aurelio, due agricoltori innocenti, sono stati uccisi da un commando che aveva appena fatto fuori il boss Mario Luciano Romito, rivale del clan Li Bergolis. Parlare di mafia garganica non è più tabù, ma "nessuno denuncia"

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

9 agosto 2021

SAN MARCO IN LAMIS - "Parlare di mafia non è più tabù, ma nessuno reagisce. La rassegnazione è peggio dell'omertà". Arcangela Petrucci e Marianna Ciavarella sono mortificate. Hanno preso posizione, raccontato, lottato. Ora sono stanche. "A farci più paura è l'indifferenza", dicono, lanciando un appello: "Ribellatevi, denunciate". Quattro anni fa i loro mariti sono stati uccisi dalla mafia garganica nelle campagne di San Marco in Lamis, in provincia di Foggia. Due vittime innocenti.

"Ora anche le pietre sanno che in Capitanata c'è la mafia ed è feroce. Ne parlano, hanno paura. Ma non si va oltre. Nessuno denuncia, nessuno si ribella" - Arcangela e Marianna Luciani

Luigi e Aurelio Luciani erano fratelli, avevano 47 e 43 anni, facevano gli agricoltori e con la mafia non c'entravano niente. Un omicidio che ha fatto conoscere all’Italia le faide in corso nella zona da anni. Non è mancata la solidarietà, l'attenzione delle forze dell'ordine è aumentata, la consapevolezza cresciuta. "Adesso anche le pietre sanno che in Capitanata c'è la mafia ed è feroce. Ne parlano, hanno paura. Ma non si va oltre. Tutti si limitano a sperare che a loro non succeda mai nulla. Nessuno denuncia, nessuno si ribella".

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Era il 9 agosto 2017 e a San Marco in Lamis quel giorno lo ricordano tutti. Le notizie confuse e nessuno che riuscisse a capire chi fossero quei due cadaveri trovati sulla strada per Apricena, un comune limitrofo. "Pensavamo fosse gente di fuori. Solo dopo abbiamo realizzato che era qualcuno di noi, gente pulita", racconta Antonio Pazienza, unico testimone. Quella mattina i Luciani si trovavano a bordo del loro Fiorino bianco per andare al lavoro, quando hanno incrociato un commando armato di fucile, kalashnikov, e pistola. Erano almeno in tre e avevano appena fatto fuori il boss Mario Luciano Romito, uscito di prigione qualche giorno prima, e suo cognato Matteo De Palma, che lo stava accompagnando in auto a un vertice d'affari in una masseria vicina (gli interessi economici in ballo li spiegheremo nel prossimo numero de lavialibera).

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Il tau francescano in memoria della strage dei fratelli Luciani davanti alla vecchia stazione di San Marco in Lamis
Il tau francescano in memoria della strage dei fratelli Luciani davanti alla vecchia stazione di San Marco in Lamis

I due fratelli sono stati inseguiti e ammazzati davanti alla vecchia stazione di San Marco, dove oggi c'è un grande tau francescano a ricordare la strage. Luigi è morto nel furgoncino. Aurelio l'hanno trovato sull'erba, con la faccia riversa per terra: aveva provato a scappare. Non sappiamo se i Luciani abbiano visto troppo o se siano stati scambiati per qualcun altro. Non sappiamo nemmeno l'identità degli assassini. L'unico condannato è stato Giovanni Caterino, considerato il basista dei killer e “organico" alla fazione opposta ai Romito, i Li Bergolis: una sentenza di primo grado, già impugnata dai legali, il cui giudizio di appello è fissato il 10 novembre 2021.

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Una parziale verità per Arcangela e Marianna a cui piace dire che quel 9 agosto 2017 sono diventate "cittadine consapevoli". Anche se la consapevolezza l'hanno pagata un prezzo troppo alto. Oggi è la targhetta di un citofono che mantiene il nome di un morto. Sono le lacrime che evaporano negli occhi, sigaretta dopo sigaretta, e sono il fumo e il caldo che raschiano la gola, asciugando le parole. Arcangela, moglie di Luigi, è rimasta sola con Antonio, che quando si muove è un terremoto allegro che scuote tutta la casa. Marianna, compagna di Aurelio, ha due figli adolescenti e la piccola Angela, che il papà non l'ha mai visto: "Quando è stato ucciso, ero incinta di sei mesi e mezzo".

Chi erano Luigi e Aurelio?
Marianna: Due persone per bene, che amavano il loro lavoro e la loro terra. A entrambi era stata data l'opportunità di studiare all’università, ma avevano scelto di restare a San Marco in Lamis e di fare i contadini. Per loro la campagna era una seconda casa, dove si sentivano al sicuro. Li hanno uccisi nel momento più bello della nostra vita. Dopo anni di sacrifici, avevamo raggiunto una stabilità economica ed eravamo liberi dalle preoccupazioni. Aurelio, venendo da una famiglia di soli maschi, era contentissimo che io aspettassi una femmina. Non l'ha mai vista. Luigi e Arcangela si preparavano a festeggiare il primo compleanno del figlio, Antonio. Dovevamo prenotare il ristorante, invece ci siamo trovati a scegliere le bare dei nostri mariti.

Com'è cambiata la vostra percezione della realtà che vi circonda dopo l'omicidio?
Arcangela: Mi sono resa conto di aver sempre vissuto in una bolla. Avevo creato una rete di amicizie e affetti con cui mi ero estraniata dalla realtà circostante. Non che non leggessi le notizie sugli omicidi nella zona. Ma pensavo: "si ammazzano tra di loro, che problema c'è?!". Quando hanno ucciso Luigi, ho capito che la mafia non guarda in faccia nessuno. Alla morte dei nostri mariti non poteva essere attribuita nessuna delle giustificazioni che eravamo abituati a dare in questi casi. Luigi e Aurelio non erano "due di loro", erano due innocenti. Ma non sono stata la sola a realizzarlo. Per anni parlare di mafia è stato un tabù, ora c'è maggiore consapevolezza. Nessuno, però, reagisce né si ribella. Un po' per paura, un po' per menefreghismo. Vige la regola: finché non succede a me, non me ne preoccupo.

"La classe dirigente ha abbandonato la zona da oltre 40 anni. I cittadini sono rassegnati a tutto. Una rassegnazione peggiore dell'omertà" Arcangela Luciani

Che cosa dovrebbe essere diverso? 
Marianna: 
Un giorno una signora per tirarmi su mi ha detto: "Che ci vuoi fare, Marianna, questa è la vita". No, questa non è la vita. Una disgrazia, o una malattia, possono essere considerate la vita. Non dobbiamo arrenderci all'idea che omicidi e soprusi possano essere la normalità. Dobbiamo impegnarci a vivere nella legalità, a partire dalle piccole cose, come non saltare la fila. 
Arcangela: È necessario un cambio di prospettiva. In molti credono ancora che Luigi e Aurelio siano stati sfortunati, che si siano trovati al momento sbagliato nel posto sbagliato. No, Luigi e Aurelio si trovavano al momento giusto, nel posto giusto: sul luogo di lavoro, come ogni mattina. Quello che è successo a loro poteva capitare a chiunque: finché non si denuncia, nessuno può stare tranquillo. Mi aspetto una forte presa di posizione da parte di tutti, che fino a ora non c'è stata. I cittadini dovrebbero ribellarsi, scendere in piazza. Non per me, ma per il futuro dei nostri figli e del nostro territorio. Nella Capitanata, invece, ci si è rassegnati a tutto. Trovo la rassegnazione ancor più orrenda dell'omertà. Se è vero che la classe dirigente si è disinteressata del foggiano, i cittadini hanno fatto di peggio.

Dal 1996 ogni anno, nel primo giorno di primavera, Libera celebra la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

Da sinistra verso destra: Aurelio e Marianna Luciani; Arcangela e Luigi Luciani. Foto per gentile concessione di Arcangela e Marianna Luciani
Da sinistra verso destra: Aurelio e Marianna Luciani; Arcangela e Luigi Luciani. Foto per gentile concessione di Arcangela e Marianna Luciani

Ma anche la classe dirigente ha delle responsabilità, o no?
Arcangela: La classe dirigente ha abbandonato la Capitanata alla mercé dei criminali per oltre quarant'anni. Sono stati chiusi tribunali e luoghi di lavoro, innanzitutto gli ospedali. Agricoltura e turismo, attività centrali per la nostra economia, sono poco valorizzati e sostenuti. Amministratori locali e forze dell'ordine denunciano di lavorare con pochi mezzi a disposizione e quasi sempre sotto organico. Anche nelle nostre carceri, che dovrebbero rieducare e riabilitare i detenuti, la situazione è al limite: manca il personale e le celle sono sovraffollate. Come ho scritto in una lettera aperta: la mafia arriva dove c'è povertà culturale ed economica, dove non c'è lavoro, lo Stato è assente o si comporta da ospite. Se la mafia si sente indisturbata, uccide e crea panico, controllando il territorio. Chi la contrasta ha bisogno di sostegno e protezione costanti. 

"Spero che i miei figli crescano con l'idea di giustizia, non di vendetta. Oggi è questa la mia paura, non la mafia" Marianna Luciani

A novembre 2020 è stato condannato in primo grado Giovanni Caterino, considerato il basista del commando. Ma non si sa nulla dei killer.
Marianna: Possiamo già considerarci fortunate: dei 300 omicidi avvenuti negli ultimi trent'anni, l'80 per cento è rimasto impunito. Ma voglio sapere cosa è successo a mio marito quel giorno: chi l'ha ucciso e perché. Oggi passo le notti insonni a fare congetture. Avere una verità, e di conseguenza giustizia, è molto importante. Per il territorio, perché i cittadini onesti non si sentirebbero soli. Per me, perché mi darebbe un po' di pace. E per i miei figli, a cui così potrei raccontare cosa è successo al loro papà. Spero che possano crescere con l'idea di giustizia e con la fiducia nelle istituzioni, non con il desiderio di vendetta. Adesso è questo il mio timore, non la mafia. 

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