"Aiuto, mio figlio è diventato violento"

Cresce il numero di madri che chiede sostegno alle istituzioni per la gestione di giovani allo sbando. In assenza di politiche adeguate, carcere e circuiti penali rappresentano oggi l'unica chance

Salvatore Inguì

Salvatore Inguìdirettore Ufficio Servizio sociale per minorenni di Palermo

21 luglio 2021

Da anni lavoro nei servizi sociali della giustizia minorile in Sicilia e faccio volontariato con diverse associazioni. Ebbene, posso dirvi che tra i ragazzi che incontro, paradossalmente, quelli che stanno dentro i circuiti penali sono i più fortunati. Oggi, per un minorenne, incappare nelle maglie della giustizia minorile significa avere un’occasione, una chance di attenzione, l’avvio di un percorso da poter compiere con figure di riferimento adulte e disponibili. Tantissimi giovani, non raggiunti dai servizi, rimangono invece soli.

Gioventù violenta: cosa, come, perché?

Esiste un grave vuoto legislativo e metodologico che non consente di aiutare i genitori disperati che si rivolgono ad associazioni o a operatori dei servizi sociali quando iniziano a perdere il controllo educativo e relazionale verso i propri figli. Un’assenza di risposte che fa perdere credibilità alle istituzioni. Da una parte invitiamo mamme e insegnanti a segnalare situazioni di difficoltà, dall’altra quando lo fanno non sappiamo aiutarle. 

Incapaci di aiutare

La pandemia lo ha reso ancora più evidente: se un genitore si rivolge alle istituzioni chiedendo aiuto, perché suo figlio "non è più lui", è diventato violento, ha disturbi psichici o è tossicodipendente, abbiamo poche risposte da offrire. Se poi un ragazzo ha già compiuto 18 anni, non può andare in comunità se non è d’accordo. Così resta allo sbando, finché non combina qualcosa di talmente grave da essere arrestato. La scorsa estate una piccola città siciliana è balzata agli onori della cronaca per delle aggressioni di alcuni gruppi di adolescenti a danno di ragazzi immigrati. La mamma di uno di loro si era rivolta a diverse istituzioni e per due anni ha chiesto aiuto, dicendo che suo figlio faceva cose cattive, che aveva bisogno di aiuto perché qualcosa stava cambiando dentro di lui, ma la sua famiglia non era in grado di capire. Non siamo stati capaci di aiutarla. 

Se poi un ragazzo ha già compiuto 18 anni, non può andare in comunità se non è d’accordo. Così resta allo sbando, finché non combina qualcosa di talmente grave da essere arrestato

Le sue parole lo dicono meglio di chiunque altro: "Signor Salvatore, adesso la gente mi giudica male e sparla di me, mi rimprovera, dice che ho un figlio maleducato per colpa della famiglia. Adesso che il video delle aggressioni l’hanno fatto vedere pure in televisione, siamo famosi in tutt’Italia. Ma prima, quando ho avuto bisogno, nessuno ha fatto niente. Se lo ricorda? Erano due anni che chiedevo aiuto". Tutto vero. Avevamo pure consigliato alla mamma di denunciare il figlio ai carabinieri e lei lo aveva fatto. "Li ho chiamati i carabinieri. Uno, due, tre, quattro volte. L’ho fatto pure arrestare, ma poi lo hanno portato nella comunità, è stato un po’ ed è scappato. Non è cambiato niente".  

Si fa presto a dire baby gang

L’universo droghe

Tra i ragazzi che seguiamo, sia in ambito penale che non, tutti hanno dimestichezza all’uso o all’abuso delle droghe. Che sia tossicofilia, tossicomania o tossicodipendenza, non ce n’è uno che non sia passato da lì. È un fenomeno dilagante. È così anche per il ragazzo di questa storia: "Se lo ricorda che diceva mio figlio? Che era pieno di cocaina e aveva bisogno di aiuto. Lei gli dava dei buoni consigli, gli diceva di andare con lei, di venire al centro sociale, di andare a scuola, di fare la palestra, di fare tutte quelle attività che fate voi, ma lui ormai con la testa non c’era più. E chi è che ci può aiutare in questi casi? A noi, a quel punto, non danno più retta. Quando mio figlio ha cominciato a dare segnali più gravi, a rompere le cose in casa, sono venuta subito a cercarla, se lo ricorda? Mio figlio aveva 15 anni e fino a quel momento era stato un ragazzo, va bene vivace, ma mai violento. Invece abbiamo visto che cambiava faccia, sguardo, atteggiamenti. Ha cominciato a non venire più a casa la notte, a tornare la mattina e dormire tutto il giorno, si svegliava e non si capiva neanche quello che diceva. Quando chiedeva i soldi e lo rimproveravo mi sfasciava tutto". 

"Ciao mamma, perdonami". A 16 anni VIncenzo si è tolto la vita in comunità

Il carcere, unica risposta

Per l’assenza di strumenti e metodi d’intervento, i genitori come lei si trovano a un punto cieco, senza strade alternative. "Quando ho trovato il lavoro da commessa, lui veniva al negozio a chiedermi i soldi. Se non glieli davo, cominciava a dire parolacce, a insultarmi davanti a tutti, così per non farmi licenziare e non creare scandalo cedevo. Anche se sapevo che andava a comprare la droga". Un piano inclinato, fino alle aggressioni e al carcere. "Quello che ha fatto, quel che si è visto in televisione, è terribile. Sembrava indemoniato. Però in questi anni ho chiamato tutti e non è successo niente. Lo Stato dice che per legge il ragazzo drogato deve avere lui la volontà di curarsi. Ma se lui ormai il cervello non ce l’ha più, che volontà può avere mai? E quando scappa da una comunità, non lo dovrebbero riprendere e rimettere in un’altra comunità? Anzi, in una comunità più dura?". 

"Lo Stato dice che per legge il ragazzo drogato deve avere lui la volontà di curarsi. Ma se lui ormai il cervello non ce l’ha più, che volontà può avere mai?"


Le parole della donna marchiano a fuoco il fallimento, nostro e dello Stato. "La verità è che non c’è nessuna legge che ci aiuta: quando un ragazzo prende una cattiva strada non c’è più niente da fare, la deve percorrere tutta fino a quando finisce in galera, come ha fatto mio figlio. Adesso che è in cella spero sempre che possa capire qualcosa, ma so che uscirà peggiore. Oramai si è fatto il nome nel quartiere, nella città, in tutta Italia. Chi gli darà più fiducia o un lavoro? È rovinato, non si potrà più recuperare". 

Se la scuola esclude, le mafie avanzano

In attesa dello Stato

La voce di questa madre si unisce al coro di tante altre madri, il cui numero sta crescendo in questi anni, che segnalano un disperato bisogno di aiuto, di attenzione, di risposte istituzionali. Risposte che non dovrebbero essere delegate all’inventiva del volontariato che molto spesso si sostituisce (anche egregiamente) alle mancanze del pubblico, ma che si regge su basi precarie e opera in raggi circoscritti. 

"La verità è che non c’è nessuna legge che ci aiuta: quando un ragazzo prende una cattiva strada non c’è più niente da fare"

Abbiamo bisogno di rivedere le politiche sociali e aumentarne gli investimenti, riprendendo temi che sembrano passati di moda. La tossicodipendenza negli anni Duemila ha caratteristiche diverse da quella degli anni Ottanta e Novanta, ma non è certo meno pericolosa e subdola e, soprattutto, non è scomparsa dalla scena sociale e dal mercato gestito dalle mafie. Così come la salute psichica o lo smarrimento valoriale e di senso. Questi temi dovrebbero riprendere un posto preminente nello sviluppo di politiche socio-sanitarie adeguate e rispondenti ai bisogni reali e alle numerose richieste di intervento in situazioni di fragilità e pericolosità, dove spesso la violenza diviene mezzo di comunicazione.

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