L'adolescenza è l'età dello specchio

La consapevolezza di sé, un corpo che non ti somiglia, la ricerca della felicità. A Torino, un confronto sull'adolescenza tra lo scrittore Fabio Cantelli Anibaldi e tre giovani hikikomori che per anni hanno vissuto chiusi nelle loro stanze

Fabio Cantelli Anibaldi

Fabio Cantelli AnibaldiVicepresidente Gruppo Abele e scrittore

21 luglio 2021

L'adolescenza è un’età cruciale, che decide del nostro futuro. Se ci penso, mi vengono in mente soprattutto tre cose.

Il diritto alla solitudine

Si scopre la propria diversità e questa nuova consapevolezza può far credere di essere speciali, unici, eletti

Anzitutto la solitudine. Una dimensione sottovalutata, anche dalla psicologia, che a me pare invece essenziale. Con l’adolescenza conquistiamo il diritto a stare da soli. Da quando veniamo al mondo siamo costantemente accompagnati alla scoperta della vita da genitori, maestri, amici, gruppi. Accuditi come in un nido, dove di fatto non siamo mai soli. Solo in seguito, negli anni cruciali dell’adolescenza, è possibile sperimentare la solitudine. A me è successo a 16 anni appena compiuti, quando ho fatto la prima vacanza senza i miei. Un’esperienza dirompente per la vita di un ragazzo. L’incontro con la solitudine è la scoperta del proprio mondo interiore, perché la solitudine fa da cassa di risonanza a sentimenti, stati d’animo, emozioni, passioni e desideri. Si provano anche prima, ma l’adolescente ne è per la prima volta cosciente: sente di essere triste o felice e scopre di essere un individuo. Da adolescenti, poi, è molto facile perdersi e crogiolarsi nei propri stati d’animo, anche quando non sono piacevoli. Questa contemplazione di sé, e di un mondo interiore che si rivela avvincente quanto quello esterno, è una sorta di big bang. È conturbante e foriero di conseguenze. Si scopre la propria diversità e questa nuova consapevolezza – unita a uno scarso senso dei limiti – può far credere di essere speciali, unici, eletti.

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Lo specchio non mi somiglia

Scoprire che anziché padroni si è dominati dalla propria immagine, è un’esperienza tragica

Il secondo elemento è la scoperta del corpo. Per l’adolescente è conturbante scoprire che esiste una distanza tra sé stessi e il proprio corpo. Chi sono io e chi è quello che vedo allo specchio? Scoprire questo scarto, scoprire che anziché padroni si è dominati dalla propria immagine, è un’esperienza tragica. Se il tuo corpo non ti piace e provi a farlo assomigliare di più a chi vorresti essere, ti trovi di fronte al fatto che il corpo non è un docile servitore. A mio parere, sta qui la radice dell’anoressia e di tanti problemi che evolvono in drammi: la pretesa che il tuo corpo sia a tua immagine e somiglianza e non si ribelli. E lì che si sviluppa una lotta durissima, fatta di ginnastica, diete e che arriva fino alla somma punizione, il digiuno. Alcuni dicono: "Lo fanno per imitare le modelle magre". Non è soltanto quello. Nel mio caso, l’origine della mia diversità è associata a una foto di David Bowie, che ho visto per la prima volta a 13 anni su un vinile comprato da mia sorella: una folgorazione. Quando ho scoperto il mio corpo, a 16 anni, mi sono detto: "Non avrò mai il suo affascinante viso, ma almeno sarò magro come lui". E per farlo ho deciso di non mangiare. Tra i 17 e i 18 anni ho scoperto e praticato il digiuno. Una volta, dopo tre giorni in cui ho bevuto solo acqua e non ho dormito – perché quando digiuni corpo e mente si tendono come corde di violino – è successa una cosa straordinaria: mi sono addormentato pochissime ore per sfinimento e al risveglio mi sono sentito strabordante di energie e come rifiorito. Mi sentivo come se il mio sguardo attraversasse le cose, come se fossi in grado di coglierne l’essenza. Un senso di euforica onnipotenza. A me dall’anoressia mi ha salvato l’eroina, che mi dava la stessa euforia senza impormi tre giorni di digiuno. Tutto ciò per dire che il rapporto con il corpo è uno dei temi dell’adolescenza.

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Felicità e morte

La terza scoperta è quella dei limiti. Quando capisci di essere un individuo, di vivere sentimenti tuoi, incomparabili a quelli degli altri, ti capita – a me è successo così – che il futuro ti appaia come una via alla felicità, al paradiso in terra. Ma questa inedita proiezione al futuro ti pone giocoforza a contatto con il pensiero della morte, della fine inevitabile. Capisci che come tutti, anche tu sei segnato da un destino mortale. Il cortocircuito tragico dell’adolescenza sta tutto qui: scoprire l’onnipotenza dell’io e, simultaneamente, che il tuo io finisce. Cos’è la vita? Un’illusoria promessa di felicità. 

Il cortocircuito tragico dell’adolescenza sta tutto qui: scoprire l’onnipotenza dell’io e, simultaneamente, che il tuo io finisce

Date queste premesse, cosa augurare a un adolescente? Di incontrare qualcuno che durante quell’età esaltante e tragica gli spieghi: "Caro ragazzo, è naturale che tu abbia questi sogni e queste ambizioni. Dopo di ché, sappi che noi siamo sulla terra, regno del finito, non dell’infinito, dove tutte le cose che nascono sono destinate a finire. Ma non devi disperare perché è proprio questa tua mortalità a farti desiderare una vita più bella e massimamente intensa. Se tu fossi immortale, la vita sarebbe un incubo". Certo, non è facile da accettare. Io ci sono arrivato perché la droga mi ha lasciato in eredità una malattia incurabile. Quando ho scoperto di essere sieropositivo non esistevano terapie per l’Hiv, il virus che sviluppa l’Aids, quindi essere malato significava morte imminente. Mi sono detto: "Non devi resistere alla malattia, anche lei è parte del tuo destino". Può sembrare paradossale, ma proprio questo pensiero mi ha aiutato a non preoccuparmi più del futuro, ma a guardare solo al tempo presente e a viverlo con quella presenza e intensità che prima non avevo mai provato.


Chi sono gli hikikomori?

Il termine hikikomori, di origine giapponese, indica uno stato di isolamento dalla società, vissuto come unica possibilità di sopravvivenza. Il termine è stato coniato agli inizi degli anni Ottanta da Tamaki Saito, psichiatra giapponese che per primo ha studiato e codificato questo disagio in costante crescita tra i giovani, soprattutto nella fase dell’adolescenza. In Giappone gli hikikomori stimati sono oltre un milione e mezzo. Di solito sono maschi tra i 18 e i 27 anni. In Italia, sono stati segnalati oltre 120mila casi, ma non esiste una ricerca di larga scala sul fenomeno. Lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini l’ha definito "una forma estrema di protesta sociale, un grido di dolore, che nasce dal non sentirsi adeguati ai propri coetanei, incompresi a scuola, schiacciati dalla competizione".
Il 2 luglio 2021 il Gruppo Abele di Torino ha ricevuto dal presidente Sergio Mattarella il premio Antonio Feltrinelli 2020 per il progetto Nove e TreQuarti, pensato per gli hikikomori e le loro famiglie.


“La solitudine mi ha graziato”

Mi sono isolato dal mondo per cinque anni, ma non è stata un’esperienza del tutto negativa. È stata una fase introspettiva che mi ha permesso di conoscere me stesso. Ma è anche vero che se parli da solo arrivi a conclusioni molto levigate. Non ti crei un percorso sulla base dell’esperienza, ma solo su quello che vuoi sentirti dire e il narcisismo gioca un ruolo cardine. L’amore l’ho scoperto tardi e all’inizio l’ho vissuto come un’agonia. Non capivo perché una persona si stesse avvicinando a me e non riuscivo a gestire questa sensazione. Il rischio che qualcosa vada storto c’è sempre, ma solo così si vive. Ho 19 anni e del momento più critico dell’adolescenza conservo il bisogno di riscatto. I parenti tendono a sottostimare le tue emozioni e le tue ambizioni. Cercare di uscire dalla bolla è doloroso. La mia famiglia mi ha fatto deragliare: mio padre mi trattava come una pecora nera per la mia sensibilità. Mia madre, invece, l’ho vista picchiata dall’attuale compagno. Avevo sette anni, ero a pochi metri di distanza e non potevo fare niente. Non si sono lasciati e lui ha continuato a torturarla psicologicamente. Averlo in casa mi spaventa tutt’ora.

Antonio, 19 anni, si è isolato per cinque anni


“Sentirmi invisibile è stata la mia condanna”

Nell’adolescenza inizi a rinascere. Ogni anno ricominci, ti sembra di affogare, poi riemergi e sei una persona diversa. L’adolescenza finisce ma questa sorta di auto-battesimo non termina più. Dopo il parto, mia madre ha sofferto di depressione ed è rimasta a letto per quasi tutta la mia infanzia. Sentirmi invisibile è stata la mia condanna: esageravo nel modo di comportarmi, cercavo di essere visto. A volte la famiglia è come un buco nero che ti prende e ti tiene a sé: se uno sta male, tutti stanno male. Si cade come moscerini. È un circolo: si viene feriti e si ferisce. La mia rigenerazione è iniziata quando ho capito che i miei genitori non sono esseri divini e superiori, ma i problemi si tramandano di generazione in generazione come una staffetta. L’adolescenza inizia quando mamma e papà ti passano il testimone. Da adolescente inizi a dubitare e ti rendi conto se c’è qualcosa di sbagliato. Per me questa fase è coincisa con il ricovero a 16 anni. Perdere parte dell’innocenza ha voluto dire accettare di non avere una coscienza unitaria, ma fratturata. Quando sono uscito dall’ospedale, la psicoterapeuta mi ha detto che siamo come un appartamento con tanti coinquilini: in noi convivono desideri ed emozioni contrastanti. Se litigano, andiamo in crisi. Mi piace pensarla così.

Federico, 18 anni, si è isolato per tre anni


“Mi sono persa e ho smesso di mangiare”

Ho vissuto il passaggio da bambina ad adolescente come una caduta troppo rapida. Non ho avuto il tempo di capire cosa stesse succedendo e perché. Sono passata attraverso l’anoressia non per vedermi come una modella: odio le etichette, rovinano molte persone. La mia era un’anoressia nervosa, non sapevo dove stessi andando. Non ho mai avuto paura della morte, ma di stare male sì. Non mangiavo in giro perché temevo di avere problemi di stomaco. Se a scuola avevo un’interrogazione, stavo a casa. Non voler correre pericoli mi ha fatto vivere un’adolescenza ovattata, nella solitudine. Immaginavo un mondo tutto mio, una specie di rifugio che mi aiutava ad andare avanti. Vivo adesso la mia vera adolescenza, a 21 anni sto scoprendo il mio corpo, me stessa, l’amore. Solo ora capisco che ho dei diritti e merito molto. Avevo paura di far stare male il mio fidanzato, poi mi sono impegnata a parlargli e ho capito che insieme si è più forti. Ai miei genitori non dico nulla, provo risentimento: penso che non debbano limitarsi a metterci al mondo e a sostenerci economicamente, ma accompagnarci nei momenti duri. Non tutti ci riescono. I miei hanno passato momenti difficili quando ero piccola, sottovalutandoli, e si sentono in colpa. Ma le questioni bisogna affrontarle, non piangersi addosso.

Tiziana, 21 anni, si è isolata per due anni

Dal lavialibera n° 9 - Picchio, dunque sono

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