Riti di passaggio

Mentre nelle società tradizionali i rituali segnavano il passaggio all'età adulta, nella società contemporanea i giovani non riescono più a elevarsi al di sopra della nostra ingombrante cultura globale

Francesco Remotti

Francesco RemottiProfessore emerito di Antropologia culturale dell'Università di Torino

21 luglio 2021

Non si può non essere d’accordo con Marco Aime e Gustavo Pietropolli Charmet, quando nel loro libro La fatica di diventare grandi (Torino, Einaudi, 2014) sottolineano "la scomparsa dei riti di passaggio" nella società contemporanea. Essi concludono la loro trattazione con la seguente frase: "non siamo alla scomparsa totale dei riti, ma a un ridimensionamento generale, questo sì". Ridimensionamento, frammentazione, individualizzazione: modeste ritualità affiorano in questa o quell’occasione della vita delle persone, ma non hanno la forza di coinvolgere prospetticamente un’intera società. Affiorano, ma sono sommerse da una cultura fatta soprattutto di consumo di merci, rispetto a cui i riti di passaggio che ritmano la crescita dei giovani manifestano un’evidente subalternità. 

Annegare in un mare di input superflui

Se infatti riandiamo alle società tradizionali, dove è stato possibile vedere in azione i rituali che segnavano il passaggio all’età adulta, ci rendiamo conto in primo luogo dell’interesse che l’intera società manifestava per quel momento così drammatico e importante. Non si cada però nell’errore di ritenere che i riti di iniziazione avessero la funzione di inculcare nei giovani i valori tradizionali. Se questa fosse stata la funzione, come spiegare l’imposizione di prove talvolta cruente, le privazioni, il dolore, il periodo di marginalità? Se davvero l’obiettivo fosse stato ispirato ai valori del conformismo e della replicazione dei costumi tradizionali, perché mai un dispendio tanto grande di energie fisiche e morali? Non sarebbe stato più utile e saggio lasciare crescere serenamente i giovani nei loro contesti abituali? Secondo gli Ndembu dello Zambia, la vita quotidiana in un villaggio si risolve in un “bere” (in un assimilare) uno dopo l’altro i costumi della propria società: non c’è affatto bisogno di sottoporre i giovani alle sofferenze del mukanda (il loro rituale di iniziazione) per far sì che diventino normalmente ndembu. Victor Turner aveva colto perfettamente questa difficoltà e infatti propose un’interpretazione molto diversa. 

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