(Dom Fou/Unsplash)
(Dom Fou/Unsplash)

Dad, incontrarsi in ateneo serve

Da diversamente abile so quanto sia utile la relazione con gli altri per la conoscenza. A me è stata negata all'università

Tommy Colasanto

Tommy Colasantostudente di filosofia all’Università di Bari

21 luglio 2021

Si dice sempre che la scuola non deve ridursi a una fabbrica di nozioni, ma puntare a formare degli individui completi sotto il profilo della conoscenza, relazionale ed emotivo. Gli stessi principi sono alla base dello sforzo progressivo che si è cominciato a fare negli ultimi decenni per costruire un sistema di istruzioni più inclusivo. Si è finalmente capito – almeno sulla carta – che nessuno a scuola dovrebbe sentirsi escluso, che la diversità è un valore e una delle principali sfide educative è proprio quella di insegnare ad aprirsi alla diversità.

Da diversamente abile, ne so qualcosa, perché è proprio grazie alla maggiore inclusività che ho potuto frequentare un liceo fantastico, in cui oltre alle conoscenze ho potuto aprirmi al mondo. Purtroppo, all’università le cose sono cambiate: per mancanza di servizi e assistenza adeguati mi è stato impedito di continuare a vivere i luoghi della conoscenza.

Appena possibile, abbracciatevi fino a soffocarvi

Vi dico tutto questo perché le mie difficoltà mi hanno insegnato che non è possibile separare la relazione umana dalla conoscenza. La mia lunga reclusione forzata mi ha fatto capire, ma potrei dire che mi ha fatto sentire, ben prima che arrivasse il covid, che conoscere significa aprirsi alle altre persone, relazionarsi con l’altro da noi. Piccoli gesti, che eravamo abituati a compiere. Ritrovarsi tra i banchi, trovare e provare insieme sensazioni quotidiane, ma fondamentali. Un grande filosofo ebreo, Emmanuel Levinas, diceva che il volto dell’altro disvela una trascendenza: è guardando l’altro che iniziamo a poterlo conoscere, cioè a conoscere ciò che non siamo ma che allo stesso tempo è ciò con cui condividiamo la medesima condizione di essere umani. Ancora una volta, conoscere non può avvenire senza un’esperienza emotiva, senza sentire emotivamente prima ancora che capire intellettualmente ciò che l’altro ha da dirci, da farci vedere, da insegnarci. Che ne è stato del volto dell’altro durante la pandemia? È diventato un simulacro, un fantasma composto di pixel. Un’immagine spesso sfocata sul computer, senza corpo, calore, spirito. La pandemia ci ha obbligati a cancellare dalla scuola quasi tutto l’aspetto emotivo-sociale, per salvare unicamente la trasmissione delle conoscenze.

Gli universitari vogliono la Dad 

Per lunghi mesi non abbiamo più visto l’altro. Dall’alto della mia esperienza, mi sento nella posizione di consigliare due cose. Appena possibile, prima di ogni cosa, tornate ad abbracciarvi, come tanti ubriachi abbracciatevi fino a soffocarvi. L’altro vi è mancato, senza il corpo dell’altro avete iniziato a perdere la vostra umanità, avete iniziato a interessarvi unicamente delle nozioni che avete in testa. Non bastano, serve tornare a vivere lasciando la porta aperta alla diversità del mondo. In primis alla diversità degli altri esseri umani, di quelli che incontriamo tutti i giorni anche per qualche secondo o che con noi popolano i mezzi di trasporto. Ma soprattutto tornate presto a coltivare la vostra società di amici, per usare un’espressione platonica, cioè l’insieme di quelle persone con cui è possibile realmente capirsi e fra cui v’è quella benevolenza e buona disposizione che sono le condizioni necessarie per accrescere davvero la conoscenza del mondo, del proprio animo e dell’umanità.

"La didattica a distanza non è più un'opzione"

La seconda cosa che mi sento di consigliare è quella di riflettere sulla facilità con la quale abbiamo rinunciato a una parte così importante della vostra vita. Certo il virus era una tragedia, ogni giorno contavamo i morti. Ma riflettete sulla facilità con la quale ci siamo abituati a seguire i corsi online, a sentire gli amici solo al telefono, a fare gli aperitivi virtuali, a stare spesso soli. Per paura di morire, a volte abbiamo accettato di trasformarci in monadi, abbiamo forse pensato che non ci serviva veramente relazionarci con l’altro per vivere e per conoscere.

Dobbiamo stare attenti: se anche solo inconsciamente questo tipo di pensiero si è sedimentato, cerchiamo ora di scacciarlo lontano da voi con tutte le vostre forze. Nell’abbraccio – simbolo dell’incontro con l’altro – non c’è solo il calore di un corpo, ma la profondità dello spirito.

Da lavialibera n°9 2021 - Picchio, dunque sono

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