Colletti bianchi
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Il crimine dei colletti bianchi, anche i ricchi delinquono

I reati commessi dalla classe dirigente sono soprattutto economici o contro la pubblica amministrazione. Spesso gli autori sfuggono alla riprovazione sociale e alla giustizia: si fatica ancora a immaginare che il criminale possa essere ricco e potente

Redazione <br> lavialibera

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8 giugno 2021

Brutti, sporchi e cattivi. In un ipotetico gioco di associazioni mentali, sono probabilmente questi i primi aggettivi che il senso comune associa alla parola “criminale”. Magari qualcuno li associa anche al colore della pelle o alla provenienza geografica, alla condizione economica, al livello di istruzione, etc. E se invece criminali fossero donne e uomini belli, eleganti e più ricchi della media? Beh, non avremmo scoperto nulla di nuovo. La criminalità dei potenti è una realtà, almeno quanto quella di chi vive in condizioni di disagio. Certo, però, è meno visibile e soprattutto meno stigmatizzata dall’opinione pubblica. Il furbastro ricco e potente può persino esercitare un certo fascino. Eppure la criminalità dei potenti produce forti danni alla qualità della democrazia, alla distribuzione di risorse e all’uguaglianza di ciascuno davanti alla legge. Ecco perché merita di essere conosciuta e approfondita.

I reati dei colletti bianchi, breve storia di una definizione controversa

La paternità della teorizzazione dei crimini dei colletti bianchi spetta a Edwin Sutherland, criminologo statunitense della prima metà del ‘900. Suo è il libro che diede il via al dibattito: White Collars Crimes, del 1949. Secondo lo studioso, i delitti dei colletti bianchi si identificato in quanto compiuti

“da una persona rispettabile, o almeno rispettata, appartenente alla classe superiore, che commette un reato nel corso dell’attività professionale, violando la fiducia formalmente o implicitamente attribuitagli”.
 

Si tratta, quindi, essenzialmente di crimini economici.

Chi sono i colletti bianchi

La fortunata espressione “colletti bianchi” (nata a inizio ‘900 e resa celebre dallo scrittore Upton Sinclair) è un contenitore che racchiude una molteplicità di figure. Ci stanno dentro imprenditori, dirigenti, professionisti, funzionari pubblici, politici e altri profili. Per dirla con altre formule sintetiche: il ceto medio-alto, la classe dirigente. Donne e uomini che hanno uno status privilegiato, dispongono di buone o ingenti risorse economiche e svolgono lavori non manuali (a differenza delle cosiddette “tute blu”). Soprattutto, sono persone che detengono una fetta più o meno ampia di potere. E proprio la commistione tra ricchezza e potere è il detonatore che rende la criminalità dei colletti bianchi più subdola di quanto appaia.

Natura del crimine ed esercizio del potere

La particolare e rilevante posizione che occupano i colletti bianchi si riflette sulla natura e sulle tipologie di crimini che possono commettere. Sutherland, nell’opera già citata, prova a farne un elenco non esaustivo:

“falsità di rendiconti finanziari di società, aggiotaggio in borsa, corruzione diretta o indiretta di pubblici ufficiali al fine di assicurarsi contratti e decisioni vantaggiose, (…) frode nell’esercizio del commercio, appropriazione indebita e distrazione di fondi, frode fiscale, scorrettezze nelle curatele fallimentari e nella bancarotta”.

In realtà, ogni professione ha il suo elenco di possibili reati commessi dai colletti bianchi. Volendo rintracciare un punto comune a tutti, si potrebbe parlare di violazione della fiducia. Il professionista che delinque nello svolgimento della sua attività, infatti, approfitta del “credito” che gli viene dalla sua posizione, frutto della considerazione che l’accompagna.

Leggi anche: La zona grigia dei colletti bianchi

Cause, conseguenze e impunità dei delitti dei potenti

Una volta definiti i contorni della criminalità dei potenti e dei suoi autori, è possibile spingersi oltre, cercando di indagare (in maniera sintetica) cause e conseguenze dei delitti e trattamento giudiziario dei colletti bianchi. Infatti, le caratteristiche di questa particolare forma criminale, le strette connessioni con il concetto di potere e di ricchezza, la rendono molto diversa rispetto alla criminalità “comune”. E ne rendono profondamente differente anche la percezione sociale.

La devianza che nasce dalla ricchezza

Il principale merito che bisogna riconoscere a Sutherland e alla sua teorizzazione è quello di aver capovolto il tavolo e mescolato le carte, mettendo in discussione un pilastro delle costruzioni criminologiche: l’associazione tra crimine e disagio. Ancora oggi, d’altronde, il concetto di criminalità è percepito come contiguo a un basso stato sociale. Nell’immaginario collettivo, a delinquere sono soprattutto i poveri, gli emarginati, i disperati. Accendere una luce sui delitti dei colletti bianchi stravolge questo paradigma. Anche i ricchi e rispettabili possono rivelarsi criminali, ovvero le ragioni per cui si commette un abuso non sono sempre legate a qualcosa che manca.

Com’è possibile? Perché due situazioni antitetiche come povertà e ricchezza danno comunque luogo a un comportamento criminale? È la causalità degli opposti, come afferma Vincenzo Ruggiero in “Delitti dei deboli e dei potenti”. Un colpo fatale, secondo lo studioso, al tentativo di dar vita a una teoria universale del crimine. Ciò che mette i colletti bianchi in condizione di delinquere è l’eccesso di risorse economiche e la capacità di dettare le regole. Proprio l’opposto delle cause dei delitti dei non-potenti.

Danno economico e danno sociale

Anche sotto il profilo dei danni e delle conseguenze che causano, i reati dei colletti bianchi hanno delle evidenti peculiarità. Caratteristiche riconnesse sempre con il potere più o meno ampio che gestiscono. Se da una parte, infatti, c’è il danno economico specifico che scaturisce dall’azione criminosa, dall’altra c’è un danno sociale, estremamente grave e profondo. I reati dei white collars, infatti, minano il rapporto di fiducia che regge la convivenza civile così come alcuni meccanismi economici. Insinuano il dubbio, il sospetto e, quando riguardano da vicino la politica, le fondamenta stesse della democrazia. Perché?

Criminalità impunita 

Perché i delitti dei potenti restano molto spesso impuniti, sia da un punto di vista giudiziario che sotto il profilo della condanna morale da parte dell’opinione pubblica. In virtù della loro posizione, i colletti bianchi possono adoperarsi con maggiore facilità perché siano cancellati specifici reati, alleggerendo la pena o rendendo leciti comportamenti prima illeciti. Pesa l’evidente omogeneità di estrazione sociale tra i criminali e chi li persegue. Sono colletti bianchi, ovvero appartengono allo stesso status sociale, gli imprenditori disonesti e i politici che scrivono le leggi, i funzionari che sottraggono risorse alla collettività e i giudici chiamati a condannarli. Fra questi mondi si intrecciano interessi, connivenze, appartenenze, fino a formare una matassa inestricabile. La criminalità dei potenti galleggia in una zona grigia dove il confine tra lecito e illecito è ambiguo, ma soprattutto, i potenti hanno la capacità di spostare la linea di demarcazione a loro favore.

Mafia e colletti bianchi

Dove si verificano delitti ad opera di colletti bianchi, lì è favorito anche l’incontro tra istituzioni e mafie, tra attività economiche globali e interessi criminali. Alessandra Dino, nell’introduzione al testo “Criminalità dei potenti e metodo mafioso”, sostiene che i reati dei white collars rappresentano “il possibile ambito di confluenza dell’evoluzione transnazionale delle organizzazioni criminali mafiose”.

La contaminazione tra i due mondi è reciproca. Da una parte, l’internazionalizzazione delle mafie e la volontà di espansione dei loro traffici le ha portate, sempre di più, a stringere alleanze con il sistema politico ed economico su scala internazionale, frequentando gli stessi ambienti e mercati. Dall’altra parte, i colletti bianchi si sono talvolta serviti delle risorse economiche e del metodo mafioso, subappaltandone la dimensione violenta, fino a renderla più subdola e meno riconoscibile. Questa permeabilità e questo cambio sono uno dei fattori che ha permesso la resistenza secolare delle mafie, che dei rapporti con i colletti bianchi hanno fatto una delle loro risorse più preziose.

 

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