La fanzine realizzata da una delle donne della Women and Girls Safe Space di Palermo
La fanzine realizzata da una delle donne della Women and Girls Safe Space di Palermo

A Palermo un porto sicuro per le migranti in cerca di un riscatto

Un centro offre un luogo protetto per donne straniere, molte delle quali vittime di violenze e della tratta: lì possono confrontarsi ed esprimersi liberamente, costruendo la loro integrazione e il loro futuro

Giulia Baruzzo

Giulia BaruzzoReferente settore internazionale di Libera – area europea

Monica Usai

Monica UsaiReferente del settore internazionale di Libera - area africana

12 maggio 2021

A Palermo dal 15 luglio 2020 ha aperto un luogo – o meglio, un porto sicuro – per assistere le donne straniere e i loro figli, persone che vivono in situazione di particolare disagio sociale. È un luogo dove far emergere e curare le loro sofferenze psicologiche e fisiche, spesso collegate alla violenza e alla tratta di esseri umani. Si chiama Women and girls safe space (Wgss) e qui possono raccontarsi “tra pari e condividere le stesse paure, difficoltà e sfide, per trovare insieme soluzioni pratiche e supporto emotivo, così come sogni, desideri e speranze”, spiega il Centro Penc, promotore dell’iniziativa sostenuta dall’International rescue committee (Irc) e Unicef. In Italia le associazioni Cesie e Libera contro le mafie hanno avuto l’opportunità di sviluppare la dimensione italiana del programma Heal per creare un modello innovativo di assistenza alle vittime di tratta in Europa insieme ad associazioni di Romania, Grecia e Spagna. “Heal”, d’altronde, non è soltanto un acronimo (enHancing rEcovery and integrAtion through networking, empLoyment training and psychological support for women victims of trafficking): in inglese significa “cura” e di cura parla Maria Chiara Monti, psicoterapeuta esperta in etnopsicologia, responsabile del Centro Penc.

Quante donne sono state coinvolte in totale nel progetto? Quali sono i paesi di provenienza?

Il progetto coinvolge circa 50 donne provenienti da Paesi terzi e che adesso vivono in Spagna, Italia, Grecia e Romania. A Palermo riguarda una decina di donne provenienti soprattutto da Nigeria, Ghana, Mali, Costa D’Avorio, ma anche dal Bangladesh. Molte di loro non parlano italiano quasi per nulla e per la maggior parte del tempo vivono isolate a casa con i loro figli. In questo spazio, in cui mi occupo direttamente delle attività di gruppo con le donne, è fondamentale la condivisione delle scelte dei laboratori e dei progetti a cui ognuna decide se e come partecipare, dando senso al voler “stare insieme”. Inoltre qui hanno a disposizione uno spazio dove i loro figli vengono accuditi, senza perderli mai di vista.

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Da quali esperienze arrivano queste donne?

Molte di loro temono che vengano tolti loro i figli, viste le condizioni di grande vulnerabilità in cui vivono

Diverse. Ci sono donne arrivate in Italia grazie al ricongiungimento familiare, perché magari il marito si trovava qui già da molti anni e dopo sporadici rientri in patria (anche solo per la procreazione), ha deciso di portare tutta o parte della famiglia. In questi casi si assiste a uno sradicamento forzato delle mogli e delle figlie: spesso nella loro terra erano ben inserite – anche a livello lavorativo – e una volta arrivate in questo contesto del tutto diverso, dove il loro titolo di studio non ha valore e quindi non hanno i riconoscimenti sociali a cui erano abituate, si sentono isolate. Poi ci sono le donne rifugiate e le richiedenti asilo che affrontano in prima persona il viaggio migratorio, diventando spesso vittime di violenza e di tratta: all’arrivo in Europa queste donne hanno molti traumi, spesso hanno subito molte torture e violenze e molte volte anche aborti. Nel caso italiano, le ragazze coinvolte nelle attività hanno tra i 15 e i 18 anni e si arriva fino ai 38 anni circa, molte con figli. Tra di loro alcune hanno anche la cittadinanza italiana, ma non per questo possiamo dire che siano integrate bene, anzi. Alcune donne sono addirittura senza documenti e aspettano di ottenere la protezione internazionale. Molte di loro temono che vengano tolti loro i figli, viste le condizioni di grande vulnerabilità in cui vivono, in case spesso fatiscenti e troppo piccole per rispondere ai termini minimi di vivibilità.

Cosa ha portato di nuovo per le donne il progetto?

L’innovazione di Heal è il processo promosso non semplicemente con le donne e le ragazze coinvolte, ma soprattutto tra di loro. L’etnopsicologia è uno degli aspetti innovativi del progetto: prendersi cura, come sta a significare letteralmente la sigla “heal”, diventa sinonimo di “ascolto qualificato” che non passa solo dalle emozioni delle partecipanti, ma anche dalla conoscenza specifica della cultura attraverso cui quelle emozioni vengono veicolate. In particolare, si è voluto lavorare su un aspetto che riguarda tutte le donne coinvolte, e cioè di come gli altri etichettano quello che sono state e non quello che vogliono essere. Il progetto Heal investe sul capitale umano delle singole donne per far emergere le potenzialità di ciascuna. Inoltre è stata per molte la prima occasione di utilizzare l’arte come strumento espressivo: hanno realizzato delle fanzine con un tipo particolare di collage creati con una tecnica mista che ognuna ha potuto personalizzare a piacere e che saranno esposti nei prossimi mesi.

Quali sono gli sbocchi che il progetto propone?

Se queste donne di solito non coltivano prospettive, ora lavorano sul proprio riscatto

Grazie al coinvolgimento diretto di “addetti ai lavori” (assistenti sociali, psicologi, mediatori culturali, etc), di imprese e cooperative, è stata sviluppata una piattaforma, Yourcareerpath per offrire opportunità di lavoro a queste donne. Questo database rende il progetto un’opportunità concreta di cambiamento per ciascuna delle donne coinvolte, e non solo. Se da un lato le partecipanti sono felici di imparare, per esempio, a scrivere un proprio curriculum, perché sanno che si tratta di qualcosa che le mette nelle condizioni di incontrare un datore di lavoro, dall’altro lato sanno che il progetto rappresenta solo un punto di partenza.

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Questa prospettiva reale di costruzione delle capacità lo trasforma in un progetto di lungo termine: in donne che solitamente non coltivano prospettive se non quelle familiari, pone al centro la volontà personale di lavorare sul proprio riscatto e sui propri sogni. Per questo noi crediamo nel “recruitment meritocratico” ed è per questo che quando abbiamo avuto un’opportunità di lavoro da offrire poco tempo fa, è stata assunta proprio una delle donne che ha svolto un percorso professionalizzante e ha sviluppato al meglio le sue abilità. In questo percorso ho incontrato donne veramente in gamba, il cui reale problema è che purtroppo non riescono a “farsi vedere”. Ma quando si passa da un approccio che le vittimizza a un approccio che le rende protagoniste delle loro vite, loro stesse diventano agenti del loro cambiamento.

Perché questo progetto è importante per le donne coinvolte e per altre donne in futuro?

Questo progetto non è stato scritto per vincere solo un finanziamento, ma è stato presentato per rispondere a esigenze specifiche che esperti e professionisti dell’assistenza alle vittime di tratta – come me e le mediatrici culturali con cui collaboriamo – hanno portato all’attenzione delle associazioni di riferimento. Con questa prospettiva integrata di supporto etnopsicologico (che parte dal bagaglio culturale specifico di ogni partecipante prima che dallo status emotivo), di formazione al lavoro e di creazione di una rete di supporto a livello sociale e possibilmente economico, il progetto Heal ha permesso di creare un modello replicabile e adattabile a vari contesti, facendo attenzione contemporaneamente a diversi aspetti dell'integrazione e interazione sociale di queste donne.

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In futuro sarebbe bello che tutte queste donne, già formate, potessero rafforzare il loro ruolo diventando esse stesse tutor di altre donne, come già previsto durante le sessioni peer to peer del progetto, nelle quali coinvolgeranno nei prossimi mesi altre donne per condividere ciò che il gruppo ha vissuto insieme per circa due anni. Certamente, pensando a un’evoluzione del modello Heal, sarà fondamentale tenere al centro la condivisione e l’espressione personale attraverso l’arte visiva e musicale, affinché l’aspetto relazionale possa acquisire nuove forme, in un certo senso inimmaginabili fuori da un contesto progettuale. Allo stesso tempo non è da sottovalutare il ruolo che assumerebbe anche un riconoscimento economico, che non è previsto al momento e che speriamo sia fattibile sviluppare in futuri progetti che rafforzino l’impegno fino a qui portato avanti. Saper dare l’opportunità di spendere anche solo un gettone e quindi avere non solo una rinnovata capacità di vivere insieme alle persone, ma anche di sapersi sostenere economicamente, è centrale in questi percorsi.

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