La Balzana, bene confiscato al clan dei casalesi
La Balzana, bene confiscato al clan dei casalesi

Il bene confiscato più grande della Campania è a rischio

Contrasti tra il Comune di Santa Maria La Fossa e la società cui è stato affidato bloccano la riqualifica. Mentre l'affittuario di uno dei lotti è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta su mafie e carburanti

Raffaele Sardo

Raffaele SardoGiornalista e scrittore

14 maggio 2021

Per arrivarci bisogna infilarsi in una lunga stradina sterrata che inizia sulla provinciale che da Casal di Principe porta a Santa Maria La Fossa, il cuore dei “mazzoni”, cioè la terra delle bufale e della mozzarella che si estende tra la provincia di Caserta e quella di Roma. All’inizio della strada c’è un piccolo cartello bianco a caratteri verdi che indica la via verso La Balzana, il più grande bene confiscato alla camorra della Campania.

Un territorio che potrebbe rinascere grazie a un finanziamento da oltre 30 milioni di euro. Ma che al momento è bloccato per via di contrasti tra il comune di Santa Maria La Fossa, assegnatario del bene, e la società a cui il luogo è stato affidato: Agrorinasce. Mentre uno degli imprenditori cui Agrorinasce aveva affittato un lotto agricolo è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta su mafie e carburanti.

Oro nero, pompe bianche e traffici criminali

Da gioiello Cirio al clan dei casalesi

La Balzana si estende per oltre 200 ettari. L'azienda di conserve Cirio li aveva trasformati in un gioiello produttivo: c’erano stalle che ospitavano circa duemila bufale, case, uffici, scuole e finanche una piccola chiesa. All'inizio degli anni Novanta, con il fallimento della società, il controllo della zona è passato nelle mani dei casalesi. Il complesso è stato al centro del maxiprocesso Spartacus ai clan di Casal di Principe e confiscato per 2/3 a Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti, ritenuti i capi. L'altra parte è stata sequestrata definitivamente agli eredi dell'imprenditore Dante Passarelli nel mese di maggio 2017 e assegnata al comune di Santa Maria La Fossa nel dicembre del 2017. 

Ora sul bene c’è un finanziamento che prevede la realizzazione di un Parco agroalimentare dei prodotti tipici della Regione Campania. È stato chiesto e ottenuto da Agrorinasce: una società consortile a responsabilità limitata costituita dai comuni di San Cipriano d'Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, San Marcellino, Santa Maria la Fossa, e Villa Literno che ha ricevuto il bene in affidamento da parte del Comune di Santa Maria La Fossa. Oltre 15 milioni di euro arrivano dai fondi per lo sviluppo e la coesione dal Ministero per il Sud, mentre altri 15 sono previsti per il recupero definitivo del complesso agricolo, costituito da un totale di 200 ettari di estensione, che presenta al suo interno 10 immobili produttivi, 10 villette bifamiliari e vari uffici.

I contrasti che bloccano la riqualifica

Al momento, però, è tutto fermo per un contrasto tra Agrorinasce e l’amministrazione comunale di Santa Maria La Fossa, cominciato con il rinnovo di quest'ultima. I nuovi arrivati hanno individuato delle criticità che il neo sindaco, Nicolino Federico, ha messo nero su bianco in Consiglio comunale. Tra queste, ci sarebbe una sostanziale illegittimità degli atti di affidamento da parte del Comune ad Agrorinasce, oltre ad alcune criticità nella gestione stessa del bene. Perciò il Consiglio comunale di Santa Maria La Fossa, dopo un approfondito parere di un legale amministrativo, il 26 novembre 2020 ha deciso di fuoriuscire da Agrorinasce che, tra l’altro, è in fase di trasformazione: da società consortile a società partecipata.

Così si sono accumulati ritardi che potrebbero incidere sulla realizzazione stessa del progetto e, dunque, del finanziamento. Alla fine di Aprile il Cipe, il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, ha scritto al Comune di Santa Maria la Fossa per sollecitare la realizzazione del progetto. Ma non c’è stata ancora risposta.

Per questo è scesa in campo anche la Regione Campania con l’assessore alla Sicurezza, legalità e immigrazione, Mario Morcone, che ha deciso di aderire al nascente nuovo soggetto giuridico acquisendo una parte delle quote di Agrorinasce, mentre ha deciso di rimanerne fuori il Comune di Casal di Principe. “Sì – conferma Mario Morcone –, Agrorinasce diventa società partecipata con la presenza della Regione, in cui noi avremo un ruolo di minoranza. Sottoscriveremo le quote come ogni altro comune. La Regione non intende in nessun modo schiacciare l’iniziativa dei sindaci, ma solo valorizzarla e renderla stabile. Stiamo aspettando che anche il sindaco di Santa Maria La Fossa riporti in consiglio l’adesione ad Agrorinasce. Ha mostrato disponibilità ad aderire al nuovo soggetto giuridico”.

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Il rischio infiltrazioni

In attesa che Nicolino Federico decida di rientrare in Agrorinasce, un’altra vicenda mette a rischio la Balzana, divisa in 36 lotti assegnati ad altrettanti imprenditori agricoli. Uno di loro è stato arrestato il 12 aprile scorso nell’ambito di un’indagine della Dda di Potenza e Lecce relativa a una truffa sui carburanti agricoli, con accuse che vanno dall’ associazione a delinquere finalizzata alla commissione di frodi in materia di accise e Iva sugli oli minerali al riciclaggio di denaro.

Si tratta di un imprenditore di San Cipriano di Aversa, Vincenzo Diana, arrestato insieme al fratello Giuseppe e al padre Raffaele. Quest'ultimo – secondo gli inquirenti – avrebbe favorito l’infiltrazione della mafia casalese nel mercato dei carburanti e in passato è stato coinvolto in indagini anticamorra sul traffico illegale di rifiuti. Affidataria di un altro lotto è la madre di Vincenzo Diana, Silvana Zara. In un'intercettazione contenuta nella ordinanza di arresto si ascolta Vincenzo Diana dire: "Noi siamo come i predatori. Dove ci sta da mangiare e da speculare, lì ci andiamo a buttare".

L’allarme sul pericolo di infiltrazioni era stato lanciato dal Comitato don Peppe Diana, che il 30 novembre 2020, oltre a chiedere di vigilare proprio sull’assegnazione dei suoli, aveva espresso anche le sue “perplessità rispetto ad un sistema di riutilizzo non in grado di interpretare in modo adeguato lo spirito del codice antimafia escludendo quasi interamente il terzo settore, nonostante la presenza, in provincia di Caserta, di esperienze d’eccellenza, riconosciute come modello nazionale”.

La reazione delle associazioni locali

Sugli arresti degli assegnatari dei suoli, anche Libera Campania il 13 aprile ha preso una dura posizione, sollevando nuovi interrogativi sull’idea stessa di fittare i beni confiscati. “Scoprire che tra gli indagati configuri anche un “affittuario” di un bene confiscato ci lascia preoccupati, ma non sgomenti – scrive Libera Campania in un comunicato –. Da tempo infatti abbiamo denunciato assieme alle tante reti organizzate in Provincia di Caserta la preoccupante gestione del bene confiscato cosiddetto della Balzana e l’improbabile decisione di dare in affitto a privati un patrimonio pubblico di così alto valore simbolico ed economico. Avere la conferma che le nostre preoccupazioni fossero fondate – continua la nota di Libera – non ci fa tirare un sospiro di sollievo, ma anzi ci mette ulteriormente in allerta. Sulla Balzana  si gioca una grande occasione per il territorio casertano: istituzioni locali e regionali e realtà del territorio devono progettare assieme una strada condivisa per trasformare il bene confiscato non in una cattedrale nel deserto, la cui parte agricola sia data in affitto a privati, ma sviluppare invece una straordinaria occasione di nuova occupazione e di sviluppo e valorizzazione di prodotti locali attraverso il riuso sociale”. 

Guida ai beni confiscati alle mafie

Ed ecco l’affondo di Libera Campania contro la gestione del fitto dei terreni ai privati: “L’idea di poter affittare i beni confiscati è un’idea malsana e lontana dai principi della legge 109/96 i cui risultati sono testimoniati dall’ultima inchiesta della Magistratura: i beni confiscati sono un patrimonio pubblico e simbolico che va curato e gestito con cura, nel rispetto dell’intuizioni che la legge ha disegnato venticinque anni fa. Crediamo che il riuso sociale  – sottolinea l'associazione – sia la strada giusta che ha portato i nostri territori a scrivere una nuova pagina di Resistenza a mafie e corruzione, dimostrando che sui beni confiscati si possono generare occasioni di lavoro, cultura e sviluppo radicalmente alternativi al modello mafioso dello sfruttamento e della violenza”. 

Ed è ancora il comitato don Peppe Diana, cui aderiscono più di cinquanta associazioni del terzo settore, a lanciare un appello alla Prefettura di Caserta e alla Dda di Napoli per "fare completamente luce sui fatti accaduti e per liberare la Balzana da ulteriori rischi di infiltrazioni mafiose”. Inoltre, in un'intervista rilasciata al quotidiano Il Mattino, Salvatore Cuoci, coordinatore del Comitato don Peppe Diana, rincara la dose: “Per noi il consorzio Agrorinasce ha fatto il suo tempo, non ha più ragion d'essere. Chiediamo trasparenza e legittimità degli atti". 

La replica dell'assessore alla legalità

"Ci troviamo in un territorio, dove nonostante tutti gli accertamenti possibili, ogni tanto qualche sorpresa viene fuori – replica l’assessore Mario Morcone –. L’importante è provvedere a rimuovere tutto ciò, come ha fatto Giovanni Allucci, l’amministratore delegato di Agrorinasce, revocando l’assegnazione. Per quanto riguarda il progetto da realizzare – aggiunge Morcone – siamo disposti a discutere con tutti, e a maggior ragione con gli amici del Comitato Don Peppe Diana. Però non possiamo perdere i finanziamenti del progetto. Io lavoro per valorizzare l’impegno dei sindaci, il riuso dei beni confiscati e soprattutto per restituire a questa terra, che è anche la mia terra, uno sviluppo economico e un futuro per tanti giovani".

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