Il campo profughi Kobarto 1 (foto di Arianna Pagani)
Il campo profughi Kobarto 1 (foto di Arianna Pagani)

Tra i profughi in Iraq: "Abbiamo paure peggiori del covid"

Nel nord del Paese, a Duhok, nel campo per sfollati interni, vivono 467mila persone e 85mila siriani in fuga. Qui non c'è soltanto la pandemia: molte persone hanno gravi problemi di salute, mancano strutture e i medici sono emigrati

Sara Manisera

Sara ManiseraGiornalista freelance

Arianna Pagani

Arianna PaganiFotografa freelance

3 maggio 2021

Dohuk, nord dell’Iraq. Il professore Nashat Yousef, 32 anni, è uno dei sopravvissuti al massacro del Sinjar. L’evento ha segnato l’inizio del genocidio degli yazidi, il 3 agosto 2014, quando i combattenti dello Stato islamico dell’Iraq occuparono il Sinjar, regione del nord dell’Iraq, a circa 15 chilometri dal confine con la Siria. Da quella data sono passati quasi sette anni, eppure i suoi ricordi sono ancora nitidi e ben scolpiti nella memoria: "Abbiamo sentito i rumori degli spari e abbiamo capito che l’Isis stava arrivando. Siamo scappati immediatamente, senza neanche avere il tempo di prendere le nostre cose. Abbiamo camminato un giorno e mezzo nelle montagne. Camminavamo soprattutto la notte perché il caldo era infernale. Non avevano né cibo, né acqua. Abbiamo visto corpi uccisi dall’Isis e corpi uccisi dalla fatica. Ci siamo fermati in un villaggio per riposarci ma tutti erano già scappati, allora ci siamo rimessi in cammino. Dopo quattro giorni, avevamo perso tutte le speranze, poi abbiamo intravisto un’automobile. Ho scongiurato l’autista di darci un passaggio. All’inizio non voleva, poi quando ha visto mia moglie incinta e i miei figli stremati, ci ha accompagnati fino a Sersink, in una scuola. Lì ho capito che eravamo salvi".

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