Doping, l'attitudine malata alla scorciatoia

Si comincia a fare sport per passione. Poi, a livello agonistico, si deve scegliere di dimostrare il proprio valore senza sconti o trucchi

Lucilla Andreucci

Lucilla AndreucciResponsabile settore Sport di Libera

3 maggio 2021

Doping: "pratica illegale che consiste nell’assunzione da parte di atleti o nella somministrazione agli stessi di droghe, sostanze eccitanti, farmaci (ammine simpaticomimetiche, analettici, anabolizzanti, ormone della crescita o GH ecc.), o nel ricorso a pratiche terapeutiche (per es. autoemotrasfusioni) rivolte a migliorare artificiosamente le prestazioni agonistiche" (dal vocabolario Treccani). 

In 25 anni di sport da professionista (sono stata una maratoneta), non ho mai cercato il significato letterale della parola inglese doping. Ho sempre saputo che cosa fosse, cosa comportasse, anche perché molto familiare nel mondo sportivo e nelle chiacchiere da spogliatoio: "Sono quasi tutti dopati", "Ma secondo te quello/a si dopa?", "E tu? Ti sei mai dopata o almeno ci ha pensato?". No, e vale come risposta all’ultima domanda. Tante volte però mi sono chiesta perché un atleta, tanti atleti, invece sì. Cercherò in questa pagina di ragionare con voi, partendo da una storia personale, che non vuole essere di esempio, ma solo un punto di riflessione. Partiamo dal bello.

Ho mancato le Olimpiadi, il dolore è durato mesi, ma non ho mai pensato di alterare le mie prestazioni

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