Credits: M. Rohana/Ansa
Credits: M. Rohana/Ansa

Franco Battiato e Socrate: vivere o sopravvivere?

Reduce da un incontro su Franco Battiato con interlocutori di alto livello, rifletto su come la grandezza di quest'artista poggi anche sulla vastità dei suoi riferimenti culturali

Fabio Cantelli Anibaldi

Fabio Cantelli AnibaldiVicepresidente Gruppo Abele e scrittore

3 maggio 2021

"Mi piacciono le scelte radicali
la morte consapevole che si autoimpose Socrate
e la scomparsa misteriosa e unica di Majorana
la vita cinica ed interessante di Landolfi
opposto, ma vicino a un monaco birmano"

Franco Battiato, Mesopotamia

"Mi piacciono le scelte radicali nella vita, la morte consapevole che si autoimpose Socrate". Reduce da un incontro su Franco Battiato con interlocutori di alto livello, rifletto su come la grandezza di quest’artista poggi anche sulla vastità dei suoi riferimenti culturali. Socrate e Majorana – quindi il meraviglioso libro di Sciascia sul fisico metafisico – e poi Landolfi, sommo scrittore, frequentatore incallito di casinò e sì, monacale nel suo rigore artistico.

Ma è della filosofia che voglio occuparmi, in queste righe. La filosofia come sapere da cui si origina l’Occidente. La filosofia, soprattutto, come riflessione che, prima di questioni etiche, metafisiche o teologiche (cos’è bene? perché l’essere e non il nulla? perché Dio concede il libero arbitrio e permette il male?) solleva il problema dei problemi, quello da cui derivano tutti gli altri. Parlo del problema costituito e posto dalla vita stessa, la cui soluzione in certi frangenti comporta la scelta radicale evocata da Battiato.

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L'esistenza in quanto tale non basta. Non c’è modo migliore per capirlo che volgere lo sguardo alla situazione di Socrate come la racconta Platone nei dialoghi. Socrate si trova nel carcere di Atene condannato a morte da un tribunale popolare per empietà e corruzione morale: ha osato mettere in discussione le sacre tradizioni religiose e affascinato giovani menti col suo impertinente domandare. Potrebbe salvarsi accettando l’esilio oppure tentando la fuga, come gli propongono i discepoli – che hanno raccolto denaro per corrompere le guardie e sono con lui in quelle tragiche ore –, ma Socrate rifiuta e attende con inspiegabile serenità il momento in cui gli porteranno il veleno mortale. Perché, allora, quel rifiuto è una scelta radicale, come la definisce Battiato? Mi pare evidente: perché subordina il valore della sopravvivenza alla necessità che abbia un senso, cioè che possa tradursi in una pratica che, trascendendo il puro atto del vivere, proprio così lo trasformi in vita. La scelta di Socrate è una scelta di vita. Ribadisco, una scelta di vita. E che questo comporti la morte di chi sceglie poco importa: la vita è più importante dei destini individuali. 

"Siamo niente, miseri ruscelli senza fonte", canta Battiato in Fisiognomica, altra splendida canzone. Rivoli di un flusso che eternamente ci precede e supera sicché la morte, quando la vita è o sta per diventare insopportabile, resta il solo modo per continuare a fluire, dunque per continuare a vivere. Se l’idea ci ripugna o sembra contraddittoria è perché, avendo rimosso o ignorato la riflessione filosofica, pensiamo che il fatto stesso di vivere abbia valore. E di conseguenza pensiamo che l’eutanasia – sia essa praticata in autonomia o attraverso il suicidio assistito – sia un atto contro la vita mentre è una scelta di vita dettata dalla ribellione a un’esistenza ridotta a permanente tortura. Così come pensiamo il tossicomane come uno che cerca la morte, mentre nella droga egli cerca una vita al massimo grado, sia pure con mezzi che lo conducono in un vicolo cieco.

Droga, l'infinito mercificato

Socrate pone insomma per la prima volta in termini radicali il problema vita e, attraverso il rifiuto di sopravvivere braccato o marchiato come corruttore di anime, ci dice che l’esistenza in quanto tale non basta. Socrate salva se stesso dalla sopravvivenza indegna che lo avrebbe altrimenti atteso, indegna perché "una vita senza ricerca non è degna d’essere vissuta". Ecco allora il suo supremo insegnamento: vivere non è restare in vita ma sempre e comunque cercarla. È questo, del resto, a renderla così appassionante: la sensazione, confermata via via, che la vita continuamente ci apra orizzonti ignoti, un altro e un oltre sfuggiti alle precedenti perlustrazioni. La vita consiste nella sua ricerca perché è, nella sua essenza, trascendenza in atto. Chi crede di averla raggiunta e di non aver più nulla da conoscere non ha capito né vissuto nulla: pur sopravvivendo, ha vissuto da morto vivente.

“Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. ‘A cosa ti servirà?’ gli fu chiesto. ‘A sapere quest’aria prima di morire’”

Ostinato ricercatore perché conscio di non sapere, Socrate fino all’ultimo non smette di cercare e di conoscere, cioè di farsi interrogare dal mistero della vita, dal suo stupefacente, imprevedibile svolgersi che include e in un certo senso culmina nella morte, se è quella morte consapevole che Battiato attribuisce a Socrate, morte scaturita da una ricerca di vita. Solo così si spiega l’inopinata – agli occhi dei discepoli – serenità del padre della filosofia prima di assumere il veleno mortale e il non meno inopinato gesto di farsi passare un flauto e mettersi a suonare. Ma qui lascio la parola a Cioran, che in Squartamento ha fotografato con la consueta maestria quell’istante capitale: "Mentre veniva preparata la cicuta, Socrate stava imparando un’aria sul flauto. 'A cosa ti servirà?' gli fu chiesto. 'A sapere quest’aria prima di morire'. Se oso ricordare questa risposta trivializzata dai manuali, è perché mi sembra l’unica giustificazione seria di ogni volontà di conoscere, che essa si eserciti sulla soglia stessa della morte o in qualsiasi altro momento". 

Ha ragione Cioran, perché prima di lui ha avuto ragione Socrate: un sapere che non sia pura ricerca aperta a dubbi, stupori, smentite, un sapere che si giustifica ed esercita solo in base alla sua utilità non è sapere ma tecnica applicata, cioè un fare che ribadisce o al limite perfeziona il già fatto. Non sarebbe male ricordarselo in questo periodo buio che annuncia bui peggiori, finché le nostre vite saranno in mano a comitati tecnico-scientifici e non a filosofi che ci mostrano nelle situazioni estreme la differenza tra vivere e sopravvivere, magari citando quel folgorante verso del Re del mondo, in cui Battiato avverte, con voce decisa ma serena, che "il giorno della fine non ti servirà l’inglese".

Da lavialibera n°8 2021

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