La favola del Draghi verde

I fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza non finanzieranno la svolta ambientalista promessa dal governo. Ancora una volta sotto la transizione ecologica spuntano la lobby del fossile e delle armi

Giuseppe De Marzo

Giuseppe De MarzoResponsabile politiche sociali di Libera

23 aprile 2021

*** In anteprima dal n°8 de lavialibera ***

La svolta ambientalista del governo di Mario Draghi non esiste. Siamo dinanzi all’ennesimo camuffamento del sistema che cerca di sopravvivere, ritardando il cambiamento di cui abbiamo bisogno. I fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) non serviranno a finanziare la svolta green. Dalle ultime indiscrezioni sembrerebbe addirittura che la transizione ecologica abbia perso 11 miliardi rispetto all'ultima bozza del Conte II (12 gennaio).

I 209 miliardi di fondi del NextGenerationEu (Ngeu) non saranno investiti su un modello economico che punti a promuovere equità sociale e sostenibilità ecologica. Emerge dai progetti del Pnrr e dalle audizioni dei ministri. Istituire un ministero per la Transizione ecologica, voluto e rivendicato da Beppe Grillo, non è da solo garanzia del cambiamento, anzi. Roberto Cingolani, ministro della Transizione, vuole convincerci che saranno la fusione nucleare e la rivoluzione digitale a garantirci un futuro sostenibile, come ha affermato il 16 marzo in Parlamento. Sotto il Green new deal spuntano la lobby del fossile e delle armi, a cui saranno destinati fondi per “rinnovare” la capacità e i sistemi a disposizione.

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Dal governo Draghi, che si è definito ambientalista, nessun accenno alla relazione tra conflitti ecologici distributivi e aumento delle disuguaglianze sociali, al nesso tra perdita di biodiversità, insicurezza sanitaria, collasso climatico e diffusione di nuove patologie come il Covid-19. Nemmeno una parola sull’urgenza di ridurre i consumi energetici, sull’importanza dell’eco-sufficienza e dell’utilizzo di materiali biogeni, sulla necessità di difendere i nostri habitat e rigenerare gli spazi urbani. Niente per investimenti su manutenzione e dissesto idrogeologico. Nessuna consapevolezza sul legame tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Insomma, tutto ciò di cui si discute da 50 anni tra economisti ecologici, scienziati, premi Nobel, movimenti per la giustizia ambientale e sociale, agenzie delle Nazioni unite non rientra tra gli obiettivi del governo dei migliori.

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Roberto Cingolani, ministro per la Transizione ecologica
Roberto Cingolani, ministro per la Transizione ecologica
Il governo porta avanti un’operazione di greenwashing e non coinvolge associazioni, movimenti e cittadini, eccezion fatta per le lobby del fossile

Anche la modalità con cui il governo porta avanti questa gigantesca operazione di greenwashing (ambientalismo di facciata) preoccupa: nessuna partecipazione e inclusione di associazioni, movimenti e cittadini nella co-programmazione e co-progettazione sui progetti del Pnrr, eccezion fatta per le lobby del fossile. Anche quest’anno infatti soldi pubblici, per un ammontare di 20 miliardi, serviranno a finanziare sussidi ambientalmente dannosi. Un’incoerenza sfacciata rispetto agli obiettivi del Ngeu ammessa persino da Cingolani in Parlamento. Ma la giustificazione data è per certi versi peggiore. Il ministro si è appellato alla necessità, in tempo di crisi, di prendere decisioni sostenibili. Sostenibili per chi? Si riferiva alle necessità (interessi) della lobby del fossile? E per quale motivo valgono di più rispetto al diritto alla salute di milioni di persone che continua a essere messo in contrapposizione al diritto al lavoro? Questa sproporzione impressionante dimostra quali siano gli interessi prioritari.

Del resto Cingolani ha detto di puntare per la transizione ecologica su due tecnologie: il sequestro di carbonio (carbon capture storage) e la fusione nucleare. La prima tecnologia è quanto di più lontano ci sia dalla riconversione ecologica e serve solo a garantire l’aumento della produzione dell’idrogeno blu, bloccando così gli investimenti sulle rinnovabili. La fusione nucleare viene inseguita da mezzo secolo per giustificare la possibilità della crescita economica infinita, ritardando i cambiamenti strutturali necessari. Una fede cieca nella tecnica che ignora i limiti del pianeta e le ragioni della crisi. La “transizione” di Draghi non ha nulla di ecologico. L’intreccio e l’interdipendenza delle crisi denunciano la necessità di cambiamenti strutturali e di una visione culturale non più fondata sul dominus ma sul frater. 

Più che di transizione dovremmo parlare di riconversione ecologica e dei principi per attuarla davvero: deve essere pianificata, inclusiva, equa, partecipata, decentrata. Le leve con cui applicare questi principi sono investimenti pubblici, lavoro di cittadinanza, socializzazione delle infrastrutture strategiche, attività di riproduzione socio-ecologica, partendo dalla cura del vivente. Il governo Draghi, impedendoci di utilizzare i fondi del Ngeu per una vera riconversione ecologica, mina i nostri diritti e quelli delle generazioni future. L’assenza di una opposizione sulla questione più importante è preoccupante.

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Più che controllare, dobbiamo promuovere nuove alleanze per costruire un’alternativa basata su diritti umani e ambientali

Dobbiamo interrogarci sul senso e sui risultati del nostro lavoro in questi anni. Non basta più dire "facciamo quello che si può". Le condizioni sociali, ambientali e culturali del Paese sono in costante peggioramento da troppo tempo. Accontentarsi di essere ascoltati o di risultati parziali sarebbe un errore esiziale per l’Italia. È necessario e urgente fare molto di più. Più che controllori, dobbiamo essere promotori di nuove alleanze, consolidate sugli obiettivi dell’ecologia integrale, l’unica strada in grado di rimettere insieme i diritti umani e i diritti della natura, garantendo allo stesso tempo lavoro e salute. Perché se la politica non è in grado di difendere e battersi per questi fondamentali diritti, abbiamo il diritto e la responsabilità non solo di opporci, ma di costruire l’alternativa.

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