Note e sogni a margine di SanPa

Che bello sarebbe se il clamore suscitato dalla docuserie Netflix su San Patrignano evaporasse per lasciar spazio alle domande profonde della questione droga

Fabio Cantelli Anibaldi

Fabio Cantelli AnibaldiVicepresidente Gruppo Abele e scrittore

5 marzo 2021

Che bello sarebbe se il clamore suscitato da SanPa (la docuserie di Netflix sulla comunità di San Patrignano fondata da Vincenzo Muccioli, ndr) evaporasse per lasciar spazio alle domande profonde della questione droga, domande che non riguardano solo la tossicomania e i metodi di una comunità ma l’esistenza umana nel suo complesso. Che bello sarebbe se si cominciasse ad affrontare la questione non più solo da un’angusta prospettiva psico-sociale, come si continua a fare da cinquant’anni, ma avendo riconosciuto la relazione metafisica, metastorica – arrivo a dire ontologica – tra tossicomania e ricerca di felicità.

Se accadesse questo si smetterebbe di ridurre la questione droga a un problema di emarginazione e disadattamento, avendo compreso che a non essere adatte sono semmai una società e una cultura che sistematicamente deprimono l’umano impulso all’autotrascendenza, come la chiamava Aldous Huxley. Ma soprattutto si comprenderebbe cosa occorre fare per impedire che milioni di persone cadano o ricadano nella trappola delle dipendenze, di cui quella da droghe è la meno gestibile, ma non certo l’unica.

"I temi di SanPa bruciano ancora sotto la cenere". Videointervista a Fabio Cantelli Anibaldi

L'autotrascendenza

Prima, però, bisogna cercare di capire cosa significhi, a conti fatti, autotrascendenza. Io la definirei la reazione a un’individualità percepita come un abito troppo stretto per pulsioni memori dell’infinito in cui nuotavamo prima di nascere, di diventare noi. Reazione che può condurre alle droghe se si manifesta in contesti come quelli dell’Occidente tecnocratico, che non solo non offrono vie di superamento all’individualità, ma la spacciano come chiave di ogni benessere.

Già, perché se a sfruttare l’impulso all’autotrascendenza erano un tempo religioni o ideologie coi loro radiosi futuri e al di là, nella società della ratio economica lo sfruttamento diventa immediato profitto grazie al paradiso presente del mercato, Moloch che sforna a getto continuo prodotti mai abbastanza soddisfacenti, non perché di cattiva qualità, ma perché non c’è prodotto che possa soddisfare un desiderio che ignora ciò che lo determina e ciò che davvero vuole: l’infinito. Si sa, del resto, cosa avessero in testa e cosa guardassero gli antichi inventando la parola desiderio: i luminosi corpi siderali, le stelle.

È allora facile, vittime di un desiderio immenso quanto inconsulto, cadere nella spirale della dipendenza, finire dritti nell’abbraccio avvolgente delle droghe. Le quali, poverette, si limitano ad adempiere solerti al loro millenario ufficio: stupire, consolare, dare piacere per poi mollarci, sedotti e abbandonati, nonché disperati.

Dalla fame di infinito alla tossicomania

C'è un solo modo per impedire che la fame d'infinito degeneri in tossicomania: ripartire dal sistema educativo

Ecco allora che c’è un solo modo per impedire che la fame d’infinito degeneri in tossicomania: costruire un sistema educativo che parta da quelle cose ultime che sono poi le prime, dacché definiscono il nostro orizzonte e, con esso, la direzione e il senso del nostro cammino. Ma nell’epoca del mercato le cose ultime sono innominabili, interdette: il mercato funziona a patto che l’esistenza umana venga depurata della sua tragica essenza, cioè della sua natura irriducibilmente mortale. Eppure è proprio da lì che bisognerebbe partire per liberarci dai desideri potenzialmente letali dell’adolescenza.

Perché dell’adolescenza? Perché è l’età più delicata e decisiva insieme, quella in cui, non avendo un io ancora formato, percepiamo con inedita potenza il desiderio d’infinito, associandolo a emozioni e sentimenti particolari. L’avventura dell’adolescenza è in fondo tutta qui: scoprire di essere diversi dagli altri nel modo di sentire, benché ne condividiamo idee e valori. Scoperta di un’interiorità personale che può rappresentare l’incipit di un’evoluzione autentica a patto che la fame d’infinito trovi pane per i suoi denti, cioè persone e opere capaci di parlare all’adolescente in un modo consono al suo sentire.

Alla radice della tossicomania ci sono la fame di infinito con cui veniamo al mondo e il nostro bisogno di autotrascenderci

Immagino un discorso del genere: "Senti, caro ragazzo, tu desideri giustamente l’infinito perché è da lì che tutti noi proveniamo, ma sappi che ci troviamo adesso nel regno del finito, dove tutto muore, prima o poi. Perché è in sostanza questa l’esistenza umana: un’ardua parentesi tra l’infinito da cui proviene e quello a cui è destinata. Parentesi che può essere però avvincente se dal desiderio d’infinito ti lasci guidare pur sapendo che  lo assaggerai solo come sentimento e come visione, come azzardo e come coraggio. Se saprai fartene insomma tramite, senza curarti delle smanie di controllo e affermazione del tuo io, pozzanghera che vuole contenere l’oceano. Facendo così, caro ragazzo, saprai vivere ad altezza di morte, cioè all’altezza del tuo destino. E la tua vita sarà una corda tesa tra due infiniti, fatta essa stessa d’infinito, un cammino di cui ogni passo ti riserverà sorprese, scoperte, felicità". Ecco, un giovane educato a questa consapevolezza non sentirà il bisogno, avendo l’infinito dentro di sé, di cercarlo nel surrogato delle droghe, né diventerà, da adulto, un fedele cliente del pusher mercato, benefattore che deprime e incatena le nostre vite. 

Leggi gli articoli della rubrica "L'altro in noi" di Fabio Cantelli Anibaldi

Mi piacerebbe che dopo SanPa il discorso sulla questione droga si ponesse a quest’altezza. Beata illusione, si dirà. Può essere, sta di fatto che non riesco a non nutrirla con un certo ardore, forse perché io per primo sono rimasto quell’adolescente che, dopo aver incontrato l’eroina, lesse e rilesse una frase di Antonin Artaud sperando tra sé e sé che parlasse anche di lui: "Coloro che prendono droghe hanno in loro una mancanza genitale e predestinata, oppure, poeti del loro io, hanno sentito prima degli altri uomini quel che da sempre manca alla vita".

Da lavialibera n°7 2021

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