Porte girevoli e conflitto d'interessi, nessuna legge li vieta, Renzi e Minniti solo gli ultimi casi

Il senatore viene pagato da una fondazione controllata dal governo saudita. C'è poca trasparenza e mancano leggi sul conflitto d'interessi, un codice di regolamentazione per i senatori e una cultura politica che sappia riconoscere cosa sia opportuno

Andrea Giambartolomei

Andrea GiambartolomeiRedattore lavialibera

11 marzo 2021

Nel 1785 Benjamin Franklin, di ritorno dalla Francia dove era stato ambasciatore, dovette dichiarare al Congresso degli Stati uniti d’America un dono avuto da re Luigi XVI, una tabacchiera ricoperta da 405 piccoli diamanti. Gli Usa avevano previsto regole per ridurre il rischio che uno Stato straniero, magari una delle potenze europee da cui i suoi abitanti erano partiti e si erano affrancati, potesse corrompere i suoi rappresentanti: il regalo doveva essere noto ai parlamentari, che ne avrebbero discusso e votato. Nel 2021 un senatore della Repubblica italiana, Matteo Renzi, può lavorare per una fondazione controllata da un Stato straniero, l’Arabia Saudita, ottenere compenso e benefit (come viaggi su aereo privati) e non risponderne a nessuno. Un episodio, l'ennesimo – gli altri hanno diversi protagonisti –, che rivela come in Italia ancora oggi manchino leggi sulle cosiddette porte girevoli e i conflitti di interesse, ma soprattutto un dibattito politico e pubblico che sappia indicare in modo più preciso cosa sia o meno opportuno. 

1. Breve riassunto per chi non ha seguito la vicenda Renzi-Bin Salman

“Prendo l'impegno di discutere con tutti i giornalisti in conferenza stampa dei miei incarichi internazionali, delle mie idee sull'Arabia saudita, di tutto. Ma lo facciamo la settimana dopo la fine della crisi di governo”Matteo Renzi - Senatore di Italia Viva

Renzi, leader del partito Italia Viva, ha generato la crisi del governo di Giuseppe Conte e proprio nei giorni delle sue dimissioni (26 gennaio) si trovava a Riad, in Arabia Saudita. Il quotidiano Domani ha scoperto che doveva partecipare a un congresso della Future Investment Initiative a cui prendono parte leader mondiali e investitori. Per via delle consultazioni col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Renzi ha dovuto anticipare il suo rientro con un aereo privato pagato dalla fondazione.

Il senatore Renzi fa parte del board della Future Investment Initiative-Institute, incarico per cui prende 80mila euro l'anno. Si tratta di una fondazione finanziata dal Public Investment Fund of Saudi Arabia, fondo di investimento del governo di Riad guidato da re Salman al Saud, il cui vice è il figlio, il principe Mohammed bin Salman. Quest’ultimo, secondo un rapporto della Cia, sarebbe stato il mandante dell’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista del Washington Post critico nei suoi confronti, sparito il 2 ottobre 2018. Dopo l’assassinio, molti partner e ospiti della Future Investment Initiative si sono ritirati. Nel 2021, invece, l’ex presidente del Consiglio ha partecipato intervistando “il grande principe bin Salman”. Dopo la divulgazione del video dell'intervista e le polemiche, Renzi ha preso "l'impegno di discutere con tutti i giornalisti in conferenza stampa dei miei incarichi internazionali, delle mie idee sull'Arabia saudita, di tutto". Fatta eccezione di un'auto-intervista, non ha invece fornito chiarimenti.

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2. La vicenda rivela degli interessi in conflitto

“Negli anni di Renzi il governo di Riad otterrà l’autorizzazione a ricevere oltre 855 milioni di euro in armamenti contro i poco più di 170 milioni del triennio successivo”La Stampa

Renzi e i politici di Italia Viva ritengono la polemica pretestuosa. La questione, però, mette in luce aspetti di rilievo pubblico. Oggi Renzi in qualità di senatore è anche componente della commissione Difesa del Senato. “Siamo sicuri che i compensi ricevuti da Renzi non influenzino lui e la sua forza politica?”, si domanda Alberto Vannucci, professore di Scienza politica a Pisa e componente del comitato scientifico de lavialibera. “Come deciderà Renzi in commissione Difesa? Sarà libero di esprimersi?”, si interroga Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby Italia, organizzazione non profit impegnata in campagne per la trasparenza e contro la corruzione.

Possiamo parlare di un potenziale rischio di corruzione? “Non mi azzarderei, ma è qualcosa di anomalo. Che poi l’anomalia non corrisponda alla violazione di una legge dimostra la mancanze di norme”, afferma Anghelé. Secondo Vannucci, nella vicenda “ci sono molti profili di opportunità e nessun profilo di illegalità rispetto al codice penale o ai regolamenti del Senato”. “Non esiste una via contro la corruzione basata soltanto sulle leggi – sostiene Lucio Picci, professore di politica economica all’Università di Bologna e autore, con Vannucci, del libro Lo zen e l’arte della lotta alla corruzione (edizioni Altreconomia) –. Non stiamo parlando di reati, ma non tutto quello che è legale è lecito e giusto”.

Di che si tratta, allora? “Renzi vuole capitalizzare le relazioni in una veste ‘professionale’, il prestigio e i contatti maturati come capo del governo. Quando fa il conferenziere o siede nei board, vende la sua competenza di ex uomo di Stato. Il tariffario è lo stesso di altri ex capo di Stato stranieri, ma il problema è che Renzi – a differenze da questi ultimi – è un politico attivo come leader di una formazione politica, piccola ma decisiva, e come senatore”, afferma Vannucci. “Non è un’attività di lobbying diretto, può essere ritenuto lobbying indiretto e questo potrebbe influire su una serie di atti nel caso in cui lui o altri di Italia Viva dovessero occuparsi di Arabia Saudita”, dice il rappresentante di The Good Lobby.

Nella sua auto-intervista, il senatore afferma che l’evento di Riad è “una grandissima opportunità anche per le aziende di tutto il mondo che lavorano lì, tra cui moltissime italiane”. “Renzi sembra farsi promotore degli interessi di imprenditori italiani negli Emirati, ma lui è un senatore – sostiene Leonardo Ferrante referente del settore Anticorruzione civica delle associazioni Libera e Gruppo Abele –. Renzi si è spinto dove fino a oggi non si stava spingendo nessuno”. Lì dove la politica e gli affari si incontrano, apparentemente senza soluzione di continuità.

Un ulteriore suggerimento sul funzionamento di questi rapporti emerge dall’inchiesta sulla Fondazione Open, che ha sostenuto le attività dei renziani. La Fondazione è al centro di un’indagine della procura di Firenze per finanziamento illecito ai partiti, in particolare sull’utilizzo delle donazioni delle aziende alla struttura, tra cui figurano multinazionali del tabacco o aziende farmaceutiche. Sul punto, Renzi ha più volte ribadito la regolarità di tali rapporti. “I meccanismi saranno leciti, ma il problema è quando le fondazioni politiche utilizzano strumenti non del tutto trasparenti per raccogliere fondi da soggetti che hanno interessi nelle leggi e nei sussidi”, dice Vannucci, secondo cui “le fondazioni possono diventare ‘lavatrici’ per ripulire i finanziamenti che – se diretti ai partiti – sono soggetti a regole più stringenti”.

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3. La vicenda rivela le mancanze nelle leggi e nei regolamenti

"La trasparenza da sola non funziona. Manca una normativa sul lobbying e sul conflitto d’interesse, due temi ormai molto in relazione"Leonardo Ferrante

“Svolgo attività previste dalla legge ricevendo un compenso sul quale pago le tasse in Italia. La mia dichiarazione dei redditi è pubblica. Tutto è perfettamente legale e legittimo”, ha scritto Renzi nell’auto-intervista. “Questo dimostra che la trasparenza da sola non funziona – dice Ferrante –. Manca una normativa sul lobbying e sul conflitto d’interesse, due temi ormai molto in relazione”. Esistono alcune norme, ma sembrano essere insufficienti: “La legge Frattini, che è la legge sul conflitto d’interesse, non è una legge efficace”, continua Ferrante. Ad esempio, riguarda soltanto gli incarichi di ministri e commissari di governo.

The Good Lobby sin dal 28 gennaio ha ricordato l’assenza di un codice di condotta del Senato: “Alla Camera ne è stato approvato uno nel 2016 su impulso del Greco (Gruppo di Stati contro la corruzione, un organo di controllo contro la corruzione del Consiglio d'Europa, ndr) – spiega Anghelé –. Ricalca in gran parte quello del Parlamento europeo. In materia di viaggi e retribuzioni ha le maglie larghe”. Sempre l’organizzazione sottolinea  che la legge anticorruzione Spazzacorrotti (legge n. 3 2019) istituisce un “divieto di ricevere contributi, prestazioni o altre forme di sostegno provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri e da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia”, ma si applica ai partiti e non agli eletti. Uno dei paradossi, infine, è l’assenza di vincoli sui regali : “Il codice di comportamento per i dipendenti pubblici impone un limite del valore dei regali a 150 euro l’anno – ricorda Vannucci –. Qualcuno dovrebbe spiegare perché non è stato adottato per il personale politico”.

Qualcosa in materia di conflitto di interessi e di lobby si sta muovendo alla commissione Affari costituzionali della Camera. “Il 6 ottobre è stato approvato un testo base per superare le proposte di Pd e M5s in materia di conflitto di interessi, ma si è fermato tutto – dice Anghelé –. Per quanto riguarda i portatori di interessi ci sono tre proposte, quelle di Pd, Iv e M5s. Sono tre buoni testi di partenza che prevedono il registro dei portatori di interessi, l’agenda degli incontri e sanzioni per gli inadempienti. Ci aspettavamo novità per l’inizio del 2021, ma ad oggi non abbiamo nessuna informazione”. The Good Lobby ha cercato di rilanciare il tema all’attenzione del presidente del Consiglio Mario Draghi

“Le leggi devono essere fatte bene. Sul caso specifico si deve ragionare sugli incarichi degli eletti e costruire su questo episodio un ragionamento – conclude Picci –. Tuttavia non potranno mai esserci delle regole perfette. Negli ultimi decenni c’è stato un proliferare di leggi, regolamenti, codici di condotta e piani anticorruzione con un effetto perverso, la deresponsabilizzazione: si è indotti a pensare che tutto quel che non è espressamente vietato è giusto e opportuno”.

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4. Non c'è solo Renzi. Attenzione alle porte girevoli

L’ex ministro dell’Economia dei governi Renzi e Gentiloni, Pier Carlo Padoan, poi eletto deputato Pd e componente della commissione Bilancio, si è dimesso il 4 novembre per diventare il presidente di Unicredit, secondo gruppo bancario italiano. L’ex ministro dell’Interno del governo Gentiloni, Marco Minniti, di recente ha lasciato la Camera (dove faceva parte della commissione Affari esteri e della delegazione parlamentare all'assemblea della Nato) per presiedere la neonata fondazione Med-Or creata da Leonardo, azienda della difesa e dell’aerospazio di cui il ministero dell’Economia detiene il 30 per cento del capitale. Sono soltanto gli ultimi casi di “porte girevoli” (anche dette revolving doors o pantouflage). “Anche qui si tratta di scelte legittime, ma è un problema di opportunità – afferma il professore Picci –. La regola tipica è quello di frapporre un limite temporale”. Serve a evitare che il dipendente pubblico possa, nel corso della sua attività, “precostruirsi delle situazioni lavorative vantaggiose e così sfruttare a proprio fine la sua posizione e il potere all’interno dell’amministrazione per ottenere un lavoro presso l’impresa o il soggetto privato con cui entra in contatto”, spiegava il Piano nazionale anticorruzione del 2013.

In Italia una legge del 2001, le “norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”, prevede un periodo di raffreddamento (cooling off) di tre anni dopo la fine dell'impiego pubblico. Tuttavia, sostiene l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), la normativa è “eccessivamente scarna” perché riguarda soltanto i dipendenti pubblici e lascia molti ambiti scoperti: “Ben poco è previsto per quanto riguarda le cariche politiche”, scriveva l'allora presidente Francesco Merloni a maggio in un documento – indirizzato al governo e al parlamento – con cui suggeriva interventi. Già il suo predecessore, Raffaele Cantone, si raccomandava di “disciplinare le inconferibilità per provenienza da cariche politiche a livello nazionale”, con particolare riguardo alle cariche di parlamentare.

Fatto sta che negli ultimi anni alcuni politici sono passati da incarichi di governo a incarichi privati in pochi giorni: Angelino Alfano, dopo essere stato ministro della Giustizia, dell’Interno e degli Esteri, al termine della sua ultima esperienza di governo è diventato consulente (e poi socio) di un importante studio legale specializzato in affari internazionali; Lapo Pistelli, viceministro agli Esteri, nell’estate 2015 ha lasciato il suo incarico per andare a occupare l’ufficio di vicepresidente dell’Eni. Tutto lecito.

“Ci sono due ordini di problemi – prosegue Picci –. Uno è legato alla collettività: crea dubbi su chi sia il 'principale' di politici e amministratori; l'altro è un problema difficile e riguarda le norme: ci vogliono regole, periodi di attesa, ma non bastano a risolvere. Servono anche trasparenza e un dibattito dell'opinione pubblica". Però la questione sembra importare poco: “Non mi risultano ci siano proposte di legge sul tema in questo momento – aggiunge Anghelé –. Nel disegno di legge sul conflitto di interessi è prevista soltanto una norma che vieta il pantouflage ai componenti del governo con un periodo di raffreddamento di un anno. È una durata insufficiente, ce ne vorrebbero almeno due, e bisogna prevedere questo obbligo anche per i parlamentari”. In particolare alcuni di loro, ad esempio i relatori di legge e i presidenti di commissione, ipotizza il rappresentante di The Good Lobby.

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