Femminicidi, tutta colpa della gelosia

Il sessismo c'è anche nelle aule di tribunale. I femminicidi a cui si attribuiscono motivazioni sentimentali e relazionali sembrano subire pene meno severe

Rosita Rijtano

Rosita RijtanoRedattrice lavialibera

5 marzo 2021

A 65 anni ha ucciso la propria convivente. Ma nella sentenza che l’ha condannato a 15 anni di carcere i giudici, quasi a giustificarlo, scrivono che viveva un "crescente senso di disagio e frustrazione" per aver avvertito uno "scarto" tra "l’intensità dei propri sentimenti" e "quelli provati nei suoi confronti dalla vittima". Uno scarto che ha reso "verosimile il movente della gelosia": una causa che, concludono i giudici, "non può definirsi futile" perché "nella coscienza collettiva" non è avvertita come "motivo sproporzionato rispetto all’omicidio". Il concetto di gelosia ritorna in un’altra sentenza con protagonista un giovane che "non sa rassegnarsi all’abbandono della vittima". Una ragazza dalla condotta definita "ondivaga" che avrebbe generato nell’uomo uno stato di "tensione" e "timore", spingendolo all’assassinio. Anche stavolta i giudici escludono i futili motivi e la possibile aggravante che determinerebbe una pena più severa. Condanna a 14 anni.

Gli uomini che uccidono per ragioni sentimentali subiscono condanne meno severe

Gelosia è una parola che ritroviamo spesso nella narrazione mediatica dei femminicidi: dall’inizio del 2021 all’8 febbraio sono state sette le donne uccise, nel 2020 112. Geloso era Pietro Morreale, il 19enne che ha bruciato la sua fidanzata nella notte tra il 24 e il 25 gennaio 2021. E "geloso" è una definizione che ricorre anche nelle aule dei tribunali, dove si ripropongono stereotipi e pregiudizi nei confronti delle donne. Una forma di sessismo che ha ricadute sulla giustizia: i femminicidi a cui si attribuiscono motivazioni sentimentali e relazionali sembrano subire pene meno severe. 

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