Bielorussia, 26 ottobre 2020. Credits: Max Katz/Flickr
Bielorussia, 26 ottobre 2020. Credits: Max Katz/Flickr

Oltre l'estetica "rosa" delle proteste bielorusse

Le immagini delle proteste in Bielorussia dopo la fraudolenta vittoria di Lukašenko ad agosto 2020 hanno fatto il giro del mondo. Molti parlano di rivoluzione femminista, ma la realtà è diversa

Laura Luciani

Laura LucianiDottoranda al Centre for Eu studies, Ghent university (Belgio)

5 marzo 2021

Alcune immagini delle proteste in Bielorussia dopo la fraudolenta vittoria del presidente Aleksander Lukašenko alle elezioni dell’agosto 2020 hanno fatto il giro del mondo: donne vestite di bianco che marciano unite, formando catene di solidarietà contro la repressione, distribuendo fiori e abbracciando poliziotti in tenuta antisommossa. Quella in corso passerà forse alla storia come una rivoluzione "che ha un volto di donna". Prestandosi a facili entusiasmi e semplificazioni, l’estetica della protesta al femminile sembra però aver preso il sopravvento sulla sostanza, in Bielorussia come altrove in Europa. Nel mondo, nell’ultimo anno, le donne sono state protagoniste di manifestazioni in Cile, Argentina, Messico, Polonia, per citarne alcune.

La presenza marcata di una dimensione di genere nelle proteste bielorusse è innegabile. Tre giovani donne intelligenti e carismatiche – Svetlana Tichanovskaja, Marija Kolesnikova e Veronika Tsepkalo – hanno fatto fronte comune per sfidare alle elezioni Lukašenko, vecchio dittatore ipermascolino al potere da 26 anni. Seguendo il loro esempio, migliaia di donne in tutto il Paese continuano a manifestare contro un regime repressivo e paternalista. Molti osservatori hanno già individuato in questa mobilitazione i semi di una rivoluzione non solo democratica, ma femminista. Un’interpretazione che non corrisponde esattamente alla realtà.

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